Youtube: tra profitti problematici e necessità di cambiare

27/02/2015 di Enrico Casadei

Youtube e Google, un rapporto difficile. Il colosso dei video non riesce a sfondare, e a distanza di un decennio dalla nascita non è ancora riuscito a trovare una strada definitiva da percorrere, con tutte le conseguenze economiche del caso

Youtube

Si può pensare che Youtube, capace di attarre un trilione di utenti al mese, sia una tassello fondamentale per Google, detentrice del portale dal 2006. Nulla di più errato. Infatti, malgrado il successo e la visualizzazioni, Youtube ha seri problemi dal lato finanziario. Numeri ufficiali mancano – data l’opacità di Google sul tema-, ma sul Wall Street Journal si legge come abbia solo per poco il break even point, il punto di pareggio.

Eppure, nel 2014, ha registrato ricavi per 4 miliardi di dollari, uno in più rispetto al 2013. I problemi sono evidentemente molti. Anzitutto di estrazione del valore. YouTube porta a Google il 6% del fatturato. Poco. Anche a causa di Facebook – che in proporzione registra ricavi per 12,5 miliardi di dollari e guadagna 2,9 miliardi –  che permette la visualizzazione dei video direttamente sulla sua piattaforma. I video di Youtube non vengono visualizzati sul portale ma all’interno di milioni di altri siti che li incorporano per le loro specifiche esigenze. E così si perde, almeno in parte,  la pubblicità, per tutti quegli utenti – la maggior parte –  interessata solo a un nicchia di mercato, che snobbano i video più popolari. Proprio per risolvere questo problema YouTube ha investito pesantemente nei contenuti, ma c’è ancora un mare di video spazzatura.

Vi è poi il discorso sulla pubblicità. L’industria dell’ads online si sta spostando verso un modello di business nel quale gli inserzionisti pagano solo lo spot che viene effettivamente visto. Ed ecco un’altra grana per Youtube, in quanto non sempre è facile stabilire quando un’ads può essere considerata ‘vista’. Sebbene il Media Rating Council abbia specificato i requisiti in merito, qualche operatore lamenta standard non sufficienti e si rifiuta di usarli. Ad esempio l’agenzia GroupM utilizza solo le proprie regole. Ma non solo. Anche Facebook sta interpretando la definizione di ‘visibilità’ secondo i propri termini. Per questi motivi in casa Google si sta pensando da tempo a soluzioni alternative per incentivare l’utilizzo diretto del sito, per trasformarlo in un ‘hub dei video’, sulla falsa riga della televisione on-demand.

Tuttavia, la società deve costruire un’abitudine nuova nei consumatori e non è certo facile, sia per le consuetudini già radicate, sia per la crescente domanda di contenuti di qualità (quali, ad esempio, film e serie tv) che non riesce o non può soddisfare, dovendo cedere il passo a Netflix e simili. Ma davvero la soluzione sarebbe nella creazione di un unico centro aggregante per tutti i video in giro per il mondo?

In fondo la pubblicità sulle reti televisive non se la passa meglio. Nel 2015, il mercato della televisione, già fiacco, rimarrà debole, secondo quanto risulta dall’ultimo report di Magna Global, la casa di ricerca di Ipg Mediabrands. Dalla ricerca è emerso come i ricavi da pubblicità televisiva cadranno del 2,9% quest’anno, peggiorando così la rilevazione di agosto che prevedeva un calo dello 0,9%. Secondo Vicent Letang, direttore delle previsioni globali di Magna Global, la Tv riceverà “un pezzo ancora più piccolo della torta di quanto avessimo pensato”.

Il futuro di Yt sembra affidato a Susan Wojcicki, responsabile del servizio di Google. Anche a lei si deve il progetto pilota ‘Music Key’, iniziativa volta a verificare la disponibilità degli utenti a pagare un abbonamento che consenta loro di vedere tutti i video che vogliono senza il fastidio delle pubblicità. Ma il pagamento del servizio non potrà, anche in caso di adesione totale da parte degli utenti, sciogliere il quadro per via dei costi. Costi che aumenterebbero a dismisura per i server e i centri data. Il problema maggiore, a detta degli analisti, è la mancanza di una visione unitaria, di idee chiare sulla propria mission. Per ora Youtube ha provato un po’ di tutto, ma ora deve trovare una strada e percorrerla. In definitiva, non serve una ventata di novità, ma una direzione da percorrere convintamente.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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