Yemen, piccoli passi verso una normalizzazione?

27/04/2015 di Marvin Seniga

Prima la fine di Decisive Storm e l'inaugurazione di Restoring Hope, poi la nomina di Khaled Bahah, benvisto dagli houti, come vicepresidente: timidi tentativi per dar vita ad una soluzione politica?

Yemen

Dal 26 Marzo, giorno d’inizio dell’operazione Decisive Storm, più di 1000 persone sono morte in Yemen, la maggior parte delle quali civili rimasti intrappolati tra i due fuochi. In un paese in cui i minori erano poco tutelati già prima dello scoppio di questa guerra civile, sono migliaia i ragazzi sotto i 16 anni costretti a combattere sia nelle fila dei ribelli sia in quelle filogovernative. Secondo l’UNICEF quasi una vittima su 10 è un ragazzo, un dato che rende il conflitto in corso in Yemen come uno dei più mortiferi al mondo per chi, secondo gli standard internazionali, a quest’età dovrebbe trovarsi sui banchi di scuola.

Decisive Storm – l’operazione guidata dall’Arabia Saudita con il supporto di diversi altri paesi del mondo arabo per arrestare l’avanzata degli Houthi nel Sud del paese – ha fallito il suo obiettivo. Oggi le forze ribelli controllano la maggior parte delle province yemenite a Sud come a Nord, dove si trovano le principali roccaforti da cui è partita la ribellione. L’elevato numero di vittime civili ha provocato diversi malumori nel mondo occidentale e soprattutto negli Stati Uniti, tradizionali alleati dei Saud. In seguito ad un incontro con Obama il presidente iracheno Al- Abadi ha dichiarato che il presidente statunitense gli avrebbe rivelato di non condividere il modus operandi dell’Arabia Saudita in Yemen.

Il 22 aprile un primo segnale di distensione è sembrato finalmente arrivare, quando il portavoce dell’esercito saudita Al-Asiri ha annunciato la fine della campagna di bombardamenti in Yemen e l’avvio di una nuova operazione, denominata Restoring Hope, maggiormente orientata verso una soluzione politica al conflitto, favorendo l’apertura di un negoziato tra il governo internazionalmente riconosciuto di Hadi e le forze ribelli. Solo poche ore dopo l’annuncio però i caccia della coalizione hanno ripreso a bombardare il paese. Diversi raid aerei sono stati lanciati contro le postazioni dei ribelli specialmente nei dintorni di Taez, una delle principali città nel sud, che gli Houthi controllano ormai interamente dopo aver conquistato l’ultima base militare rimasta alle forze lealiste.

Intanto, sul fronte politico comincia a registrarsi qualche piccolo promettente passo in avanti per una risoluzione pacifica della crisi. La nomina di Khaled Bahah come vice presidente dello Yemen rompe infatti con il dominio della figura di Hadi, che sembra aver perso l’appoggio incondizionato della monarchia saudita, e va nella direzione di un compromesso con i ribelli. Bahah sebbene provenga dallo stessa formazione politica di Hadi è, a differenza di quest’ultimo, apprezzato sia dagli Houthi sia dal potente ex presidente dello Yemen Saleh, schieratosi con i ribelli. La sua precedente nomina nell’autunno scorso a primo ministro ha rappresentato uno dei pochi momenti in cui ribelli e governo sono riusciti a trovare un accordo. Un compromesso che sebbene non abbia retto a lungo considerata la reciproca ostilità esistente tra Hadi e i ribelli ha quantomeno dimostrato la possibilità che qualche punto di contatto tra le parti può essere trovato.

Bahah continuerà a lavorare per cercare una mediazione con gli Houthi, evitando che la guerra civile continui incontrollata e cercando allo stesso tempo di mantenere l’unità dello Yemen. Un compito arduo che vedrà dalla sua parte però la comunità internazionale. La sua nomina è stata fortemente sponsorizzata dalla monarchia saudita ed è stata accolto favorevolmente dai paesi occidentali così come dall’Iran. Risolvere nel miglior modo la crisi nel minor tempo possibile è vitale oltre che per risparmiare il sacrificio di altre migliaia di vite umane anche per evitare che le cellule jihadiste presenti in Yemen possano approfittare della situazione per rafforzarsi. La guerra civile tra lealisti e ribelli infatti ha condotto inevitabilmente ad un alleggerimento delle attività di contrasto ad Al-Qaeda nella penisola arabica (AQPA) tra le più potenti cellule jihadiste del mondo, senza dimenticare l’ISIS che, come già dimostrato in Siria e in Iraq, approfitta di questi momenti di crisi per tessere i fili del suo potere.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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