Yemen: il nuovo scenario che spaventa Washington

10/02/2015 di Stefano Sarsale

I fatti accaduti nelle scorse settimane a Sana’a, capitale dello Yemen, avranno delle ripercussioni pesantissime sulla strategia statunitense per la lotta al terrorismo di matrice qaedista nella penisola arabica. Vediamo il perché.

Yemen

Lo Yemen è stato, fin dai primi anni post 11 settembre, un prezioso alleato di Washington nella lotta al terrorismo nell’ambito dell’operazione Enduring Freedom (OEF), capace di assumere portata mondiale, non essendo limitata solo al più conosciuto scenario afghano.

A gennaio, i ribelli del gruppo al-Houthi, dopo aver preso il controllo della capitale yemenita Sana’a, hanno dichiarato, il 6 Febbraio, di essere in procinto di sciogliere il parlamento e di insediare al suo posto un consiglio presidenziale ad interim, formato da 151 membri, in carica sino al 2017. Gli Houthi hanno, altresì, assunto nel comitato rivoluzionario l’incarico di formare un nuovo parlamento, composto da 551 membri. Questo annuncio completa l’acquisizione politica del Paese da parte del gruppo, dopo aver preso il controllo del palazzo presidenziale il 20 gennaio, a cui seguirono le immediate dimissioni del Presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi. Uno scenario anticipato a settembre, quando i militanti Houti, dopo essere entrati nella capitale e aver superato le forze di sicurezza yemenite, chiesero al Presidente Hadi di poter partecipare attivamente all’azione di governo.

Ma chi sono gli Houti? Il gruppo al-Houti è tutt’altro che un movimento tradizionale. È stato infatti capace, nel corso degli anni, di creare un vero e proprio movimento politico basato su un gruppo militante, in grado di muovere con una strategia accurata rivendicazioni politiche. La forza degli Houti è emersa durante le rivolte del 2011, quando il gruppo si impose come principale voce politica e di “autogoverno”, sfruttando il vuoto di potere creatosi a seguito dell’instabilità del regime dell’allora Presidente Saleh. A partite da quel momento, il movimento ha esteso la propria influenza sino ad arrivare ad avere sostenitori nei governatorati di Hajjah e al-Jawf e, solo parzialmente, su quello Amran, a sud del governatorato di Sa’ada (sito vicino alla capitale Sana’a). L’espansione di al-Houthi, però, è stata affiancata e sostenuta da un parallelo processo di istituzionalizzazione, che è alla base della nascita del partito politico Ansarullah. Questa nuova realtà ha avuto un duplice effetto: migliorare l’immagine agli occhi dell’opinione pubblica e, soprattutto, diffondere il progetto indipendentista.

I fatti di questa settimana non hanno tardato a suscitare i timori di Washington. L’instabilità yemenita è uno spinoso problema per gli americani, dal momento che l’appoggio dell’ex governo di Sana’a è stato fondamentale per condurre attacchi alle cellule di AQAP (Al-Qaeda in Arab Peninsula), uno dei più potenti affiliati al gruppo fondato da Osama Bin Laden. AQAP ha altresì rivendicato l’attacco alla sede del giornale parigino Charlie Hebdo del 7 Gennaio ed è stato ritenuto ideatore di tre falliti tentativi di abbattere aerei statunitensi nell’area. Gli Stati Uniti hanno ripetutamente attaccato AQAP in Yemen con i droni (UAV) negli ultimi anni e hanno fornito aiuti militari alle forze armate yemenite oltre a fornire supporto in addestramento. Basti pensare che, dal 2011, anno in cui le intelligence hanno rilevato presenze qaediste nell’area, Washington ha fornito oltre un miliardo di dollari in aiuti militari. La strategia era evitare un coinvolgimento a terra delle forze americane, favoreggiando una politica di attacchi aerei effettuati con velivoli senza piloti, ed è stata vista come uno dei maggiori successi del Presidente Obama.

Gli USA sono riusciti così ad intervenire in un Paese con una situazione che sarebbe altrimenti difficile e delicata da gestire sul terreno (in termini di boots on the ground), basando la propria efficacia sull’efficienza tecnologica sviluppata e migliorata in particolare negli ultimi anni. Non a caso, la stessa strategia d’intervento è stata applicata anche nei recenti mesi in Iraq per colpire le forze dello Stato Islamico (IS). Che la situazione emersa dagli avvenimenti della settimana scorsa sia vista con timore dalla Casa Bianca è testimoniata dal fatto che Gli Stati Uniti, tramite loro funzionari, abbiano dichiarato venerdì 6 di aver interrotto alcune operazioni antiterrorismo contro i militanti di al Qaeda in Yemen. È evidente quindi che il mancato appoggio del governo yemenita agli USA potrebbe, nel lungo periodo, provocare una riduzione degli sforzi statunitensi nell’area e di conseguenza favorire la ripresa e l’allargamento di AQAP.

Difficile collaborare con gli Houti. Prevedere gli sviluppi in Yemen, specialmente dopo questo cambiamento a livello governativo, non è semplice. Delle considerazioni ci aiutano tuttavia a capire gli intrecci geopolitici nell’area. Anzitutto va sottolineato che al-Houti è un movimento sciita e di conseguenza i rapporti con i sunniti radicali di al-Qaeda non sono favoriti, anzi. Semmai, proprio per la comune appartenenza allo sciismo, al-Houthi propende verso l’Iran, nonostante le non poche differenze tra la versione duo decimana di Teheran e lo zaidismo del movimento yemenita. Il problema per gli Stati Uniti, tuttavia, risiede nel fatto che gli Houti non hanno nessun interesse in un’eventuale alleanza con gli americani. Una situazione ben esplicitata dal motto del movimento: “Morte a Israele, morte all’America”.

Il Presidente Obama ha a questo punto il compito di risolvere un dilemma che si prospetta molto complicato. La deposizione dell’ex presidente yemenita Hadi mette, infatti, la Casa Bianca innanzi ad una scelta: competere con l’Iran per garantirsi l’appoggio del nuovo governo Yemenita – soluzione che pare di difficile attuazione visti i forti legami tra l’Iran e il movimento – oppure fare a meno di un elemento chiave nella lotta al terrorismo nella regione – soluzione più plausibile dal punto di vista geopolitico, ma disastrosa dal punto di vista strategico-militare.

 

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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