Yemen, il coraggio delle donne corre sulla bici

22/05/2015 di Laura Caschera

La fotografa e attivista per i diritti delle donne Bushra Al-Fusail ha avuto un'idea rivoluzionaria per un paese a forte tradizione islamica: incentivare le donne a usare la bicicletta per ovviare alle difficoltà a trovare benzina in un paese nel pieno della guerra civile. Una scelta che ha già scatenato molte critiche, nonostante il grande appoggio in rete

Mentre in Yemen impazza la guerriglia armata, i beni di prima necessità scarseggiano, e con questi anche il carburante per le automobili. La fotografa e attivista per i diritti delle donne, Bushra Al-Fusail, ha avuto un’idea rivoluzionaria per un paese dove sopravvivono antiche tradizioni e pregiudizi, che spesso penalizzano il genere femminile: la bicicletta per ovviare alle difficoltà di reperire la benzina. Parliamo di una nazione che nel 2011 si è ribellata al potere del presidente dal 1990, Ali Abdullah Saleh, che ha eletto e reso possibile l’avanzata del candidato unico Abde Rabbo Mansour Hadi, che convive con l’avanzata dei ribelli sciiti Houthi e con la campagna militare lanciata dalla coalizione sunnita guidata dal colosso dell’area, l’Arabia Saudita, dove ha trovato rifugio il presidente.

La “rivoluzione”, parte da Facebook, come il movimento della Primavera Araba, ed è capeggiata dallo slogan “Let’s ride a bike”. La campagna è stata lanciata la scorsa settimana e, tra terrori e voglia di rivalsa, ha attirato centinaia di persone sul social network, incoraggiando le donne yemenite a salire su una bici per far fronte a tutto ciò che la rivolta sta togliendo loro. L’iniziativa, come era prevedibile, ha suscitato molti entusiasmi, ma anche feroci critiche. Lo Yemen non è l’Arabia Saudita, dove alle donne non è permesso mettersi alla guida di un’automobile nemmeno per le necessità più urgenti, ma certamente non gode di privilegi e libertà che ai nostri occhi potrebbero sembrare così scontati.

Nella capitale Sana’a, da settembre sotto il controllo dei ribelli Houthi, non è così facile vedere una donna in sella ad una bicicletta. La coraggiosa fotografa ha detto: “vedo ovunque uomini in bici, e quindi ho pensato: perché non possiamo andarci anche noi? Non è vietato, serve solo un po’ di coraggio”. Purtroppo, nonostante le centinaia di coraggiose adesioni sulla rete, a molte donne è mancato il coraggio di passare dal mondo virtuale a quello reale, e liberarsi dal pregiudizio. La rivoluzione della fotografa è stata seguita solo da 15-20 donne che sabato scorso, prima della fine della tregua umanitaria, hanno attraversato le strade della capitale in sella alle loro biciclette, coperto il loro corpo con abiti neri, dalla testa ai piedi. Ma, come ha spiegato Al-Fusail, non è stata solo una questione di coraggio: alcune donne yemenite non sanno andare in bicicletta, mentre ad altre è stato impedito di partecipare dai loro parenti oppure dai loro stessi mariti.

La “pedalata” è stata immortalata in alcune fotografie, che hanno scatenato la rabbia di molti, per la maggioranza uomini. Alcuni hanno dato la “colpa” della “rivoluzione a pedali” alla guerra ed altri semplicemente si sono limitati a non credere alla veridicità delle immagini. Secondo l’Imam Yahya Afeef, religioso di Sana’a, il solo fatto che una donna salga su di una bicicletta sarebbe incompatibile con l’Islam. Afeef ha dichiarato al sito di notizie Middle East Eye, che l’Islam dice che le donne devono essere un “simbolo di virtù”. Certamente appare incomprensibile ai nostri occhi un accostamento tra mancanza di virtù ed il semplice salire in sella ad una bicicletta, ma non dobbiamo dimenticare il forte connotato politico-religioso dell’intera nazione, che abbraccia il ramo sunnita della religione islamica, così vicino alla potentissima Arabia Saudita, e che non può fare a meno di influenzare il modo di vivere di un paese dove l’età media si aggira intorno ai 18 anni, e dove non è raro e infrequente vedere una donna con 9 figli.

Troppo spesso ci si nasconde dietro al baluardo dell’aiuto umanitario e sociale pur di non rivelare al mondo le proprie reali intenzioni. La stessa Al-Fusali, dopo la coraggiosa pedalata, ha ricevuto centinaia di messaggi di forte impronta critica, e, dopo aver bloccato il suo profilo per qualche giorno, è tornata finalmente online, promettendo di organizzare nuove pedalate. “La gente deve cambiare mentalità”, dice la fotografa, ma ci vorrà del tempo per permettere a quello che Pasolini chiamava “il paese architettonicamente più bello al mondo”, di ribellarsi alle convenzioni sociali, per essere finalmente libero di lasciar esprimere alle donne il loro diritto ad essere “normali”, a poter salire sulla sella di una bicicletta, uscire a prendere i loro figli in automobile, senza che il loro modo di fare rischi di destare pregiudizi sul loro modo di vivere la fede. Volersi esprimere non dovrebbe essere contrario ad una religione che promuove la pace, il rispetto e l’amore. Spesso, però, ci si dimentica che in certe culture i valori comunque risiedono nei testi sacri, e non nelle parole di chi, molte volte, è troppo legato alla propria epoca,

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Laura Caschera

Nasce a Roma nel 1990. Si diploma al Liceo Classico “Luciano Manara” e nel 2014 si laurea in Giurisprudenza presso la facoltà “Roma Tre”. Coltiva da tempo la passione per l'arte, la musica e lo spettacolo. Ha frequentato la scuola romana di teatro “Teatro Azione”
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