WWF, Living Planet Report 2014 – Un uomo a (dis)misura di Mondo

30/09/2014 di Andrea Viscardi

La decima edizione del report annuale del WWF descrive uno scenario sempre più preoccupante. Se l'umanità non cambierà, saremo noi ad essere cambiati: da un Pianeta distrutto

Ecosystems sustain societies that create economies. Una frase tanto semplice quanto piena di conseguenze, quella con cui viene introdotto il Living Planet Report 2014 (scaricabile qui), redatto dal WWF. Ma oggi che l’uomo è divenuto la specie dominante, capace di dare forma e modificare gli ecosistemi e gli equilibri biologici – purtroppo sempre più in negativo – tale semplice legge minaccia il futuro di tutti noi, e ha portato l’impronta ecologica annuale ad essere di 1,5 volte superiore a quanto il nostro pianeta possa offrire annualmente.

Nella sua decima edizione, il lavoro del WWF racconta uno scenario in rapido deterioramento, ed una società ancora incapace di porre realmente rimedio ai danni enormi causati al sistema-mondo a partire dalla rivoluzione industriale e dal boom demografico mondiale. Il primo capitolo, “The state of the planet” descrive un pianeta in cui la popolazione delle specie vertebrate (uccelli, anfibi, rettili, pesci e mammiferi) è calata – sui campioni considerati – addirittura del 52% tra il 1970 e il 2010. In particolare, nelle regioni tropicali si registra una riduzione di circa il 56%, su di un campione di 3811 animali di 1638 specie. Le principali cause di questa minaccia sono, tristemente, le stesse note oramai da decenni, ma verso le quali l’atteggiamento di contenimento della comunità mondiale appare sempre o troppo prudente o, addirittura, inesistente.

Living Planet Index: le minaccie
Living Planet Index: le minaccie Fonte: Living Planet Report 2014, WWF

Il campione analizzato dal WWF racconta che la principale causa di tale triste scenario è lo sfruttamento, rappresentato, principalmente, da caccia e pesca (37%). Questi è seguito dalla degradazione dell’habitat delle specie (31,4%), dalla perdita dell’habitat naturale (13,4%) e dai cambiamenti climatici (7,1% – ma l’incisività nelle zone artiche risulta molto maggiore). Chiudono questa triste classifica il diffondersi di specie invasive (5%), l’inquinamento (4%) e il diffondersi di malattie (2%).

Bracconaggio e rinoceronti
L’impressionate incremento degli esemplari di rinoceronti sterminati dal bracconaggio in Sud Africa
Fonte: Living Planet Report 2014, WWF

Viene portato, a riguardo delle specie terrestri, l’esempio shockante del Loxodonta africana cyclotis: questa specie di elefanti ha visto, sino agli anni ‘80, ridursi il loro numero al 6-7% a causa della rapida perdita del loro habitat naturale. Quindi, già stremata, ha subito una riduzione – pensate – del 60% tra il 2002 e il 2011, a causa, neanche a dirlo, dell’opera dei bracconieri. Una piaga che, solo nel 2013, ha colpito anche il 5% degli esemplari di rinoceronti africani. La situazione delle specie d’acqua dolce è, se possibile, ancora peggiore: modifiche dell’habitat, specie invasive e inquinamento fanno da padroni. Basti pensare alle numerosissime specie sull’orlo dell’estinzione a causa, ad esempio, dell’aumento della salinità dell’acqua sfruttata a scopi agricoli: una piaga che ha colpito duramente la palude del Coorong, in Australia. E i nostri mari? Basandosi sui dati presi a campione di 3132 esemplari di 910 specie diverse (mammiferi, uccelli acquatici, rettili e pesci), questi hanno subito una perdita del 39% della propria popolazione tra il 1970 e il 2010, ma la situazione, critica sino a metà degli anni ’80, sembra in qualche modo essersi stabilizzata, permettendo addirittura un aumento della popolazione negli oceani temperati. Non c’è, però, da esultare: nei tropici e nell’Oceano del Sud (Antartico) il trend è inverso, in particolare a causa di sovrasfruttamento della pesca, spesso, soprattutto nella zona antartica, illegale o non regolata.

Ecological Footprint
Fonte: Elaborazione dati Living Planet Report 2014

Osservando l’impronta ecologica – accennata in apertura – del consumo di risorse naturali più nel dettaglio, si percepisce tutta la criticità di una società, quella umana, destinata senza cambiamenti non solo al suo collasso, ma a causare la distruzione dell’intero sistema-pianeta. Come si può osservare dall’immagine riportata, il cambiamento negli ultimi cinquant’anni è stato devastante, ma ancora più impressionante è l’analisi dell’incisività dei singoli sul totale dell’impronta ecologica, su cui pesano, per il 47,2% Cina, Stati Uniti, Brasile, India e Russia. Occorre, comunque, considerare quanto su Cina (19%) e India (7,1%) conti la popolazione totale, al contrario dell’impressionante 13,7% degli Stati Uniti, in cui il consumo di risorse pro capite tocca livelli esorbitanti – ma ben lontani, come potete osservare, da stati – fortunatamente piccoli per popolazione – quali Kuwait e Qatar.

Interessante anche un altro dato: nel 2010, l’impronta ecologica era insostenibile in 91 paesi su 152, e quasi in un quarto di questi la causa principale, per più del 50%, era rappresentata dal carbone. Entrando, invece, nell’ottica della biocapacità esistente, si registra un costante e preoccupante aumento a livello globale dell’impronta ecologica riferita a questo aspetto. In particolare, è significativo come cinque dei sei BRIICS, Brasile, Russia, India, Indonesia e Cina, rappresentino, da sole, il 30,7% della biocapacità totale del Pianeta, sempre più a rischio, dunque per l’industrializzazione selvaggia e il sovrasfruttamento. Uno scenario ancora più preoccupante, se si considera la pressione che i bisogni della società umana ed il cambiamento climatico significano per una risorsa fondamentale come l’acqua, soggetta, in oltre il 50% delle terre emerse, a rischi di scarsità medio-alta.

Come rimediare a tutto questo? Il report costruisce una strada percorribile, chiamata “One Planet Perspective”, tesa a meglio gestire, usare e condividire le risorse nel rispetto delle possibilità del Pianeta e sviluppata a partire dal 2012, che consta di alcuni semplici punti, per il cui approfondimento rimediamo direttamente al testo:

  1. Preservare il capitale naturale: ripristinare gli ecosistemi danneggiati, fermare la perdita degli habitat prioritari, espandere significamente le aree protette.
  2. Produrre meglio: ridurre gli input e i rifiuti, gestire le risorse in modo sostenibile, aumentare massicciamente la produzione di energia rinnovabile
  3. Consumare con più saggezza: adottare stili di vita a basso impatto, utilizzari fonti energetiche rinnovabili e adottare un consumo di cibo più sano.
  4. Reindirizzare i flussi finanziari: valorizzare la natura, dare conto dei costi sociali e ambientali, supportare e premiare la conservazione, la gestione sostenibile delle risorse e l’innovazione.
  5. Gestione equa delle risorse: condividere le risorsi disponibili, fare scelte giuste e ecologicamente informate, misurare il successo andando oltre al PIL.
One Planet Perspective
Fonte: Living Planet Report 2014, WWF

 

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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