World Happiness Report, una nuova concezione del benessere

14/04/2016 di Isabella Iagrosso

Negli ultimi anni, sempre più, il fattore felicità è divenuta una delle misure del progresso sociale, e qualcuno vorrebbe affiancarlo al PIL come indicatore fondamentale di benessere. L'Italia? Un disastro.

World Happiness Report

Pubblicato dal 2012, il  World Happiness Report nasce come strumento a supporto dell’incontro delle Nazioni Unite sul tema della felicità e del benessere, per divenire poi un appuntamento annuale. Da allora, sono stati compiuti numerosi passi in avanti nell’inserire il fattore felicità come una delle misure del progresso sociale e obiettivo politico primario da parte dei capi di governo. Poche settimane fa è stata pubblicata quindi la quarta edizione del Report, differente dalle altre, in quanto si tratta solamente di un aggiornamento di quello precedente e non di un’analisi completa.

Anche in questo caso, l’attenzione maggiore è stata data allo studio della disuguaglianza in termini di felicità tra gli individui, attraverso un questionario che ha coinvolto più di 150 paesi, circa 3000 persone. A ognuno di essi è stato chiesto di valutare le proprie vite in una scala da 0 a 10. Se prendiamo il dato generale che ne è uscito, vediamo come la media mondiale sia di 5. Vi sono invece diversi livelli di felicità tra i vari Paesi e le varie macroaree. Le differenze tra gli Stati sono state attribuite ad alcune variabili specifiche: PIL pro capite, aspettativa di vita, supporto sociale, fiducia nei confronti del governo, libertà di fare le proprie scelte e generosità. L’innovazione principale dell’edizione 2016 è però il focus sulla disuguaglianza. La teoria di partenza è che il benessere soggettivo sia una misura più ampia e inclusiva della qualità della vita rispetto alla ricchezza, così allo stesso modo la disuguaglianza che deriva da questo dato dovrebbe garantire una misura più significativa della distribuzione del benessere tra individui in una società.

Ma qual è il risultato del World Happiness Report 2016? Suddividendo il globo in macroregioni, è risultato che i paesi dell’America latina hanno espresso voti maggiormente eterogenei, spaziando tra le 10 possibilità, a differenza per esempio dell’occidente, i cui voti si sono per lo più catalizzati sul 7 e l’8. A livello di singolo paese, il più felice è risultato la Danimarca, con un grado di soddisfazione di quasi 8, seguita da Svizzera, Islanda e Norvegia. Fanalino di coda di questa speciale classifica sono invece Afghanistan, Togo, Siria e Burundi. L’Italia? Solo 50esima. Il dato più allarmante appare però in particolare se si confrontano i dati del 2005/2007 con quelli del biennio attuale: -0.735, statistica che ci pone negli ultimi posti in relazione al deterioramento della felicità a livello globale. Le cause sono da attribuire alla crisi, al crescente livello di percezione della corruzione e di una crescente diseguaglianza, nonchè la sensazione di non avere grandi libertà di scelta all’interno del percorso di vita.

Il primo grande passo avanti verso una maggiore consapevolezza del ruolo della felicità nell’ambito di politica pubblica, è stato il cosiddetto Rapporto Stiglitz del 2011, una commissione di economisti che ha avuto il merito fondamentale di tentare di spodestare il predominio del Pil come indicatore del benessere. Il messaggio centrale del Rapporto è che è tempo di spostare l’attenzione dalla produzione delle merci al benessere delle persone, posto in un contesto di sostenibilità. Sappiamo tutto sulla produzione, molto meno sul benessere. Abbiamo constatato che la crescita della produzione nei paesi affluenti, ad un certo punto, si è distaccata dalla percezione individuale e collettiva di benessere. Quest’ultimo ha realmente imboccato una fase di declino, come innumerevoli studi hanno ormai accertato.

Si tratta, questa è una vera novità, di combinare una valutazione più realistica dei fattori economici del benessere con i fattori non di mercato della qualità della vita individuale e sociale, sulla quale incidono gravemente le forti disparità di reddito e di accesso alle risorse, il degrado dell’ambiente con le insidie alla salute che esso determina, la perdita dei livelli dell’occupazione, l’insicurezza sociale, il distacco dalla politica, la grave compromissione dei rapporti interpersonali causata dall’abbandono di modelli storici solidaristici, per quanto imperfetti e localistici, in favore di modelli consumistici che abbisognano di culture basate sulla competizione.

Liberiamoci quindi dall’economia arida, ricordiamoci quello che Nicholas Georgescu-Roegen ha scritto: “Il vero output del processo economico non è un flusso materiale di scarti, ma un fluire immateriale: il godimento della vita”.

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Isabella Iagrosso

Nasce a roma il 19/03/1994, iscritta alla facoltà di scienze politiche della Luiss Guido Carli. Appassionata di viaggi e di culture straniere. Da sempre coltiva l'interesse per tutto ciò che riguarda l'estero e le relazioni internazionali
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