The wolf of Wall Street

28/01/2014 di Jacopo Mercuro

La recensione dell'ultimo film di Martin Scorsese con Leonardo Di Caprio come attore protagonista

“Mi chiamo Jordan Belfort. L’anno in cui ho compiuto 26 anni ho guadagnato 49 milioni di dollari, il che mi ha fatto molto incazzare perché con altri 3 arrivavo a un milione a settimana.” – Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio)

Io penso che il futuro sia molto luminoso”. Con amarezza per il presente, ma con speranza nel futuro, Martin Scorsese affida le proprie riflessioni ad una lettera destinata alla figlia, ma aperta a tutti noi. Attraverso la macchina da presa, da sempre fedele compagna dell’artista, ha osservato il suo mondo: il cinema, affermando che da sempre è stato il centro della sua vita. Consapevole che l’universo cinematografico sia un business, si rende conto come quest’ultimo sia arrivato ad un bivio, dove il cinema sta pian piano abbandonando le sale per rifugiarsi nei siti online. Nonostante l’epilogo poco romantico, continua a nutrire grande fiducia nelle nuove tecnologie, alle quali, l’artista, può affidarsi per creare pellicole di qualità, cosa impensabile negli anni in cui lo stesso regista ha cominciato. A detta di Scorsese dobbiamo ascoltare la voce dentro di noi e difendere quella scintilla che ha dato luce alle nostre idee.

La locandina del film.
La locandina del film.

Per Martin Scorsese, la scintilla è scoccata sei anni fa. Fedele a se stesso ha continuato a credere con fermezza nel suo progetto, nonostante tutta Hollywood si fosse più volte rifiutata di produrlo. L’idea era ambiziosa, ma nessuno gli ha dato fiducia, nessuno ha avuto il coraggio di crederci. Martin Scorsese e Leonardo Di Caprio non hanno mollato, ed oggi The Wolf of Wall Street è candidato a 5 premi Oscar, tra cui quello per il miglior film.

La storia segue l’ascesa e la caduta di Jordan Belfort, uomo d’affari che nei primi anni novanta fondò la Stratton Oakmont, un’agenzia di brockeraggio che guadagnava vendendo bugie sui titoli di Wall Street.

Scorsese, aiutato dal suo protagonista (Leonardo Di Caprio), plasma un’opera grandiosa, farcendo i 180 minuti di pellicola con effetti stilistici di rara bellezza. Non c’è rischio che la lunga durata della pellicola possa annoiare, tutt’altro. Scorsese, riesce abilmente ad attirare lo spettatore nello stesso modo con cui Belfort riusciva a catturare i sui clienti. Senza forzare la mano, il regista, conquista il pubblico, iniziando con l’incuriosire la platea per poi coinvolgerla totalmente ed infine sferrare un attacco finale, investendo tutti con il suo stile dinamico ed eclettico.

Il virtuosismo tecnico spesso prende il sopravvento, le sue tipiche sequenze di dialogo sono aggressive e progettate per mettere in luce la bravura di Leonardo Di Caprio, seguito continuamente da splendidi movimenti della macchina da presa. Fin dai primi anni di carriera Scorsese è riuscito a realizzare film attingendo alla tradizione hollywoodiana, ma allo stesso tempo è sempre stato in grado di lasciare un’impronta personale. Come già accaduto in Toro Scatenato esce fuori un periodo della sua vita in cui, a prendere il sopravvento, era stato il comportamento autodistruttivo dello stesso regista. Il forte coinvolgimento emotivo lo porta sempre a prediligere personaggi alla Belfort, uomini deviati, spesso dei veri e propri ossessionati e la capacità più grande del regista sta nel far entrare il pubblico nella loro psicologia.

L’autore ha messo a nudo tutto e tutti, esaltando al massimo ogni più piccolo gesto. La pellicola non si offre di impartire lezioni, evidenzia con forza gli eccessi e l’avidità dei sui protagonisti, senza influenzare lo spettatore, spetta alla nostra moralità decodificare il messaggio lanciato.

Martin Scorsese non si perde in retorica, non vuole impartire la piccola lezioncina morale, il suo lavoro va oltre; prende tutto il peggio che un uomo avido e amorale può arrivare a fare e lo scaglia violentemente contro il pubblico. Il suo non è un dito puntato, ma uno schiaffo che grida “svegliatevi”. Il cine pugno di Ėjzenštejn torna con forza provocando l’effetto desiderato, creare la giusta empatia nella mente degli spettatori. Nonostante l’intento del regista sia molto chiaro, la critica si è scagliata contro la pellicola gridando allo scandalo. Si è criticato il modo in cui sono stati mitizzati i criminali, non accorgendosi che, gli stessi, sono più volte messi in ridicolo. Il grande fraintendimento sta nel non essere riusciti a capire che tutta la luce, tutto quel sole che baciava Belfort, era lo stesso sole che ha sciolto le ali di Icaro nell’istante in cui ha provato a spiccare il volo. Se l’errore di Icaro è stato quello di provare a volare con ali di cera, quello di Belfort è stato provare a costruire le sue con inganni e menzogne, facendolo precipitare nel mondo reale. Quel mondo in cui vive la gente comune, quella che si reca al lavoro con la metro, la stessa che nei momenti di grassa il protagonista ha sempre disprezzato.

La sceneggiatura sembra scorrere in modo semplice e lineare, senza grandi colpi di scena. Al contrario di quanto banale e scontata possa apparire la storia, si celano geniali sorprese, nascoste dalla maestranza del regista. Nel momento in cui le vicende sembrano stagnare, si giunge ad un momento chiave, in cui, Scorsese, rompe gli schemi narrativi, facendo franare tutto il  mondo patinato che continua fedelmente a mostrarci fino alla fine. Senza rubare la scena, lo stesso regista, si sostituisce al suo attore principale, trasformandosi nel lupo affamato che ha scovato la sua preda. Quando crediamo che il male avrà la sua giusta punizione, con un epilogo finale degno di una favola morale dei Fratelli Grimm, crollano le nostre certezze. Il regista, abilmente, aggredisce e affonda i suoi denti nell’intero sistema del quale tutti noi facciamo parte, dove la legge non è uguale per tutti. Dove un criminale come Belfort può cavarsela con pochi mesi di reclusione, da scontare in un carcere a cinque stelle, con una racchetta da tennis in mano e un nuovo sole a baciarlo, perché anche quello, nella terra dei sogni, ha un prezzo.

L’intera opera è una raffinata critica a tinte semicomiche, progettata per mettere in ridicolo gli stessi protagonisti, abituati a vivere nell’eccesso e nell’amoralità, dove anche l’amore è soppiantato dal sesso triste e patetico. In una vita che assomiglia più ad un circo la parola d’ordine è sfruttare il prossimo. Partendo da Wall Street si colpisce l’intera società odierna, dove in ogni campo e ad ogni livello, si prova a sopravvivere a spese del prossimo.

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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