Washington Redskins, nome e razzismo: interviene il Senato, e la società si affida ad un lobbista

15/06/2014 di Andrea Viscardi

"Non cambieremo mai il nome della squadra. E' semplice. Mai." - Queste parole furono pronunciate un anno fa da Daniel Snyder, proprietario dei Washington Redskin. Ma ora, la guerra per quello che è considerato da molti un simbolo di razzismo si fa più serrata.

Wasinghton Redskin. La polemica intorno al nome della squadra, ritenuto oltraggioso e di sfondo razzista da varie componenti della società civile americana, non accenna a placarsi. Una diatriba che oramai prosegue da venticinque anni: fu infatti dopo la vittoria del XXII Super Bowl che, alcuni gruppi di Nativi Americani, firmarono appelli e lettere all’allora proprietario Jack Cooke perché cambiasse il nome del club. Negli anni successivi varie organizzazioni e gruppi, tra cui l’American Indian Movement organizzarono massicce proteste, per lo più in occasione di partite della compagine, come avvenuto nel 1994 durante il match contro i Buffalo Bills. Proteste che sono proseguite fino ad oggi, intensificandosi nell’ultima stagione, in cui dei comitati di rappresentanza dei nativi americani si sono presentati ad ogni appuntamento sportivo della squadra. La più importante a Minneapolis, nello scorso novembre, che ricevette l’approvazione dell’allora sindaco della città R.T. Rybak.

Il caso arriva al Congresso. La polemica è andata avanti, tra alti, bassi ed azioni legali, per ben due decenni – vedendo la posizione dei Redskins uscire sempre vincitrice – ma negli ultimi dodici mesi l’importanza e la forza dei gruppi antagonisti al mantenimento del nome ha avuto una forte spinta, trovando sempre più appoggio anche nel mondo politico. Tanto da muovere, addirittura, il Congresso. La prima soluzione poteva essere infatti raggiunta attraverso l’approvazione di una legge, presentata nel Marzo 2013, che emendasse il cosiddetto Lanham act, il Trademark Act del 1946, bandendo la registrazione di marchi che denigrassero i Nativi Americani. Questa strada però, nonostante gli appelli scritti di una quindicina di congressman democratici, non ha avuto esito positivo: in molti ritennero che la legge federale non fosse la via giusta per risolvere la questione. Una situazione, però, che oggi potrebbe cambiare, vediamo il perchè.

Paradosso Columbia District. Il primo segnale è arrivato il 5 novembre, quando  il Concilio del Distretto di Columbia ha approvato una risoluzione, posizionandosi per il cambiamento del nome. Il problema, paradossalmente, è che questa risoluzione non ha alcuna autorità sulla squadra, giocando questa al FedEXField Stadium in Maryland e allenandosi in Virginia, nella contea di Loudoun, che ha sancito – con analoga risoluzione – che la squadra ha il diritto di mantenere il proprio nome. Senza considerare, poi, il forte appoggio ai Redskins della Lega, l’N.F.L, tra le più conservatrici del panorama sportivo americano.

Los Angeles Clippers e Senato. Un nuovo appello, però, ha avuto un risalto mediatico considerevole: dopo il caso Sterling-L.A. Clippers, 50 senatori hanno firmato una lettera – promossa da Harry Reid, leader di maggioranza – indirizzata all’N.F.L. perché questa muova pressioni sulla squadra per il cambiamento del nome. La lettera sostiene la lega non possa più ignorare la situazione, e che debba prendere provvedimenti chiari e incisivi quanto quelli  decisi dall’NBA. Nel frattempo, circa 300 tribù indiane – rappresentanti oltre due milioni di persone – hanno supportato una risoluzione di questo tipo, considerando il nome una chiara offesa di stampo razzista. L’N.F.L., però, continua a fare orecchie da mercante, e a difendere le convinzioni di Daniel Snyder e dei tifosi dei Washington Redskins.

E i RedsWashington Redskins kins si affidarono al lobbista. La reazione del club – dopo l’ingaggio di un team di veterani della comunicazione a gennaio, tra cui Ari Fleischer, press secretary della Casa Bianca – non si è fatta attendere: circa due settimane fa, infatti, la McGuireWoods Consulting – uno dei più importanti studi americani, con sedi a Londra e a Bruxelles – è entrata nel libro paga della società. L’obiettivo? Sviluppare una strategia per difendere e riabilitare il nome della squadra, affrontando “discussions of team origins, history and traditions, Washington Redskins Charitable Foundation and youth sports, activities of Original Americans’ Foundation”. Original Americans Foundation creata ad hoc, a marzo, da Snyder: una mossa per comprare il silenzio degli indiani, sostengono gli attivisti nativi.

La paura che, nonostante tutto, la questione possa essere affrontata, una volta per tutte, tramite legge federale è aumentata proprio a causa del recente clamore mediatico della vicenda e dello scandalo Sterling. Intanto, uno degli appigli difensivi dei Redskins, cioè che il nome sia stato deciso per onorare la memoria del suo primo coach, William Dietz, nativo americano, sembra essere messa in dubbio: negli ultimi mesi, infatti, una ricerca della storica Linda Waggoner avrebbe dimostrato quanto, questi, fosse in realtà un millantatore, tutt’altro che indiano.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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