Wahabismo tra Grozny e Ryad: è realmente culla del terrorismo?

10/09/2016 di Andrea Viscardi

Il recente documento firmato alla Conferenza di Grozny da oltre 200 intellettuali e imam lo esclude, de facto, dalle correnti sunnite. Cerchiamo di analizzare e spiegare perchè, il wahabismo, sia oggi considerato culla del terrorismo islamico contemporaneo, ideologicamente e finanziariamente.

Wahabismo e Terrorismo

È una notizia passata in sordina, ma che vale la pena riportare: durante un congresso tenutosi a Grozny, in Cecenia, circa 200 tra imam ed intellettuali hanno escluso il wahabismo dalle correnti appartenenti al sunnismo. Un gesto significativo ma che, in realtà, ha soprattutto un valore politico e simbolico. Infatti, non è la prima volta che una considerevole parte del mondo sunnita sostiene l’esigenza di emarginare la “corrente” araba, considerata troppo radicale, colpevole di distorcere i precetti fondamentali dell’Islam.

La scelta assunta a Grozny rappresenta, prima ancora che un forte segnale interno all’Islam, un chiaro messaggio politico: si tratta infatti di un attacco alla posizione dell’Arabia Saudita e di altri emirati del Golfo, tra cui, soprattutto, il Qatar. Non a caso, tra i principali sostenitori di tale iniziativa si possono individuare, in prima fila, al-Sisi e, più o meno direttamente, Mosca. L’obiettivo è tanto semplice quanto complesso: arginare e combattere l’espansione dell’influenza di Ryad e Doha anche da un punto di vista religioso, ponendo le basi per contrastare, a livello globale, una dottrina che, dal 1979 ad oggi, si è diffusa e rafforzata in tutto il mondo, legandosi a doppio filo con la nascita del terrorismo islamico contemporaneo.

Occorre però risolvere una domanda: veramente il wahabismo può considerarsi la culla del terrorismo islamico odierno? Per rispondere, occorre fare un passo indietro, partendo dalle radici di quella che può essere considerata la prima riforma islamica dell’epoca moderna. Da un punto di vista politico, potremmo dire che il wahabismo si presenta quasi come una reazione all’egemonia dell’Impero Ottomano. La penisola araba, infatti, è all’epoca profondamente arretrata e divisa, priva di fondamenta “nazionali” di alcun tipo. Il wahabismo, in un certo senso, è lo strumento che, legandosi profondamente con la dinastia Saud, consegna queste fondamenta e permette di dare vita a quella che, nei secoli successivi, sarà la storia araba.

Da un punto di vista della dottrina, potremmo definire il wahabismo come costola estrema della scuola hanbalita, la più rigida nel mondo islamico per interpretazione del Corano e della Sunna. In realtà, però, il wahabismo rinnega quasi da subito l’hanbalismo e, con esso, qualsivoglia dottrina dell’Islam che non segua i propri dettami, cioè la necessità di un ritorno all’Islam delle origini, puro, attuato attraverso un conservatorismo esasperato, un’interpretazione estremamente radicale di Corano e Sunna ed un insieme di rigide regole comportamentali, accompagnate da una forte chiusura verso l’esterno che, de facto, affermano il wahabismo come l’unico, vero, Islam.

Quanto appena scritto, pone alla base stessa del wahabismo un elemento di vitale importanza: l’esistenza di un jihad permanente, sebbene diverso nei vari momenti storici. In un primo periodo, infatti, si tratta di un vero e proprio jihad armato, portato alle tribù arabe per unificare i territori dell’area sotto la dinastia Saud, e fondamentale mezzo di sostentamento economico. Dall’altra, tale guerra contro gli impuri si trasforma, diminuisce di tono, ma permane comunque nei secoli a venire, nell’idea, non armata, che la strada della verità sia quella dell’affermazione wahabita a livello globale, a discapito degli altri, degli eretici, degli impuri, siano essi appartenenti ad altre religioni o altri Islam. Ovviamente, i toni non sono quelli che siamo stati abituati ad individuare, in anni recenti, in gruppi come al-Qaeda, ma questa dimensione rappresenta comunque uno dei terreni più fertili per le degenerazioni di stampo terroristico degli ultimi decenni.

A questo punto, occorre fare un salto temporale. Come si è trasformato, il wahabismo, in una sorta di culla del moderno terrorismo islamico? Per comprenderlo, torniamo agli anni ’70, per la precisione al 1979, anno dell’occupazione russa dell’Afghanistan. Questo fatto, vissuto a livello occidentale solamente da un punto di vista concretamente geopolitico e strategico all’interno degli equilibri della Guerra fredda, venne considerata un’occasione di affermazione religiosa e politica per Ryad. L’Arabia, infatti, intese immediatamente quanto, affermare il wahabismo a guida della lotta all’invasore sovietico, avrebbe significato creare un ottimo trampolino di lancio per diffondere la dottrina nel mondo, islamico e non.

Il ragionamento fu semplicissimo e molto più imprenditoriale che religioso. Potrebbe essere semplificato in questo modo: l’Afghanistan rappresentava la campagna di marketing da utilizzare per affermare il proprio prodotto. Ryad, quindi, tentò di porsi come punto di riferimento per chiunque volesse andare a combattere il jihad contro l’invasore sovietico, forte anche di una fatwa emanata da Abdullah Yusuf Azam – uno dei futuri fondatori di al-Qaeda -, e degli Stati Uniti, pronti ad armare e addestrare i volontari. Quindi, contemporaneamente, iniziò a “distribuire” il proprio prodotto a livello globale, finanziando scuole e centri islamici, così come moschee, sia in altri stati islamici che non. Coincidenza vuole che, ad operare per indirizzare risorse economiche ai jihadisti per conto di Ryad fu quello stesso Salman, divenuto re nel 2015.

È proprio in questo periodo che si potrebbe individuare il seme del legame tra wahabismo a terrorismo. È all’interno dei gruppi jihadisti per la liberazione dell’Afghanistan, influenzati dalla visione wahabita, che si sviluppano i nuclei di quella che diverrà, successivamente, al-Qaeda. Abbiamo già scritto della fawta di Abdullah Yusuf Azam, non abbiamo ancora scritto come fu maestro di Bin Laden, convincendo altresì il futuro leader di al-Qaeda a combattere in Afghanistan. È qui che quell’idea di jihad perpetua, normalizzata e, in un certo senso, contenuta all’interno del wahabismo, esplode, assumendo una dimensione armata, anche influenzata da eventi di sicuro impatto per il mondo islamico, quali le sconfitte contro Israele e le forti ingerenze occidentali, sia coloniali che contemporanee. Dopo la liberazione dell’Afghanistan con mezzi oggettivamente inferiori a quelli dell’esercito sovietico, si diffonde, tra alcuni dei volontari che avevano risposto alla fawta contro Mosca, l’idea di un mandato divino, atta ad affermare una forma di Islam puro a livello globale attraverso la jihad armata, a partire dal mondo islamico stesso. L’origine di questa ricerca di purezza, di questo radicalismo, non può che essere individuata nel wahabismo stesso.

A partire dagli anni 90, dopo la caduta del muro, il piano di Ryad è andato istituzionalizzandosi, divenendo una delle assi portatrici della politica estera della famiglia di Saud. Basti pensare a come, dal 2011 ad oggi, circa l’80 per cento di edifici islamici negli States (moschee, scuole, centri) siano stati finanziati o siano riconducibili a finanziamenti provenienti dall’area del Golfo. Il problema è che, per quanto scritto sino ad ora, la diffusione così repentina della dottrina wahabita crea terreno fertile di reclutamento per i movimenti terroristici e, in molti casi, trasforma questi luoghi in centri di tacito sostegno alla lotta armata.

Con l’avvento dell’Islamic State tale legame si esaspera, in un modo quasi indigesto alla stessa Arabia Saudita. Occorre infatti precisare come l’Islamic State, proclamando un ritorno al Califfato, de facto non riconosca l’autorità della famiglia reale saudita, rappresentando una minaccia. La situazione precaria di integrazione sociale ed economica di molti musulmani, anche di seconda o terza generazione, in stati come il Belgio o la Francia, unita alla dottrina wahabita, fanno sì che tra di essi vi sia la maggior predisposizione alla radicalizzazione armata dell’IS. Si tratta, sostanzialmente, della radicalizzazione dell’idea già estrema di dare seguito all’affermazione di un Islam puro, delle origini, a livello globale, contro gli eretici di ogni tipo.

Oltre a tale predisposizione alla radicalizzazione, esiste quindi un’altra questione: quella dei finanziamenti, diretti o indiretti (acquisto di petrolio), ai gruppi terroristici di ispirazione wahabita, da parte di Ryad e di Doha. L’Arabia, nel suo storico ruolo di alleato dell’Occidente, non avrebbe mai potuto porsi ideologicamente “dalla parte del terrorismo”, nè potrebbe farlo oggi, nonostante su tale alleanza pesino tensioni non indifferenti. È però chiaro quanto le simpatie di molti sauditi o qatarioti siano attratte da chi proclama il ritorno ad un Islam puro, conservatore e radicale. In questi decenni, dunque, Arabia Saudita e Qatar sono stati, per semplificare, il bacino finanziario principale di molti gruppi terroristici: al-Qaeda, Boko Haram, al-Shabaab sono stati solo alcuni dei beneficiari di tale sostegno.

A volte, come nel caso qatariota (ne abbiamo parlato approfonditamente qui), tale posizione finanziatrice avviene anche attraverso soggetti riconducibili a posizioni di primo piano nel mondo politico e istituzionale. Più spesso, in realtà, tale complicità è subdola, avvenendo attraverso la non attuazione di misure atte a contrastare l’uscita di capitali di privati cittadini tesi a finanziare il terrorismo. Non vengono, cioè attuate legislazioni di contrasto al terrorismo e/o al suo finanziamento. È proprio il caso di Doha dove, nonostante esista, dopo grandi pressioni portate da Washington, una legislazione di tal tipo, essa non è stata praticamente mai applicata.

Per tutti questi motivi, il gesto voluto a Grozny, sebbene profondamente politico, rappresenta il primo, forte, segnale concreto dell’Islam sunnita, dopo anni di parole. Un segnale giunto in ritardo, dopo che l’Arabia Saudita ha, incontrastata, attuato per circa tre decenni la sua strategia atta ad affermare Ryad come punto di riferimento, nel complice silenzio assenso dell’Occidente. Questa, infatti, non è una variabile da ignorare. Se, da una parte, Washington ha rappresentato, a lungo, il principale alleato della famiglia di Saud, dall’altra, negli ultimi due decenni, le responsabilità ricadono, forti, anche su molti stati europei, troppo preoccupati di garantirsi gli investimenti provenienti da Qatar e Arabia per criticare, in alcun modo, l’atteggiamento ambiguo dei paesi del Golfo.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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