Ma alla fine, per cosa si vota alle elezioni Europee?

05/04/2014 di Luca Andrea Palmieri

Ormai le elezioni europee si avvicinano. Arrivati ad aprile, mancano poco meno di due mesi al 25 maggio, giorno in cui verrà decisa la nuova formazione del Parlamento Europeo. L’appuntamento è importante: per il Parlamento passano decine di provvedimenti, soprattutto direttive e regolamenti, che influiscono direttamente sulle nostre vite, e la scelta di candidati che abbiano, oltre che un legame, una conoscenza del territorio che rappresentano sarebbe più che mai necessaria per la rappresentanza in un organismo così importante.

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Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento Europeo

Italiche verifiche – La verità purtroppo è che, fino ad oggi, non ha funzionato così. Le elezioni europee hanno avuto, nella politica italiana, per lo più un ruolo: quello di sistema di verifica dell’approvazione che le forze di maggioranza e opposizione hanno in quel periodo (una sorta di valutazione del buon operato dei partiti in pratica). Inoltre capita troppo spesso che vengano riciclati soggetti politici che, svuotati ormai di rilevanza a livello nazionale, ma con un buon appoggio a livello locale, cercano di aggrapparsi mani e piedi alle poltrone. Per capire meglio di cosa stiamo parlando, vediamo come si elegge (almeno in Italia, visto che la legge elettorale può cambiare di paese in paese) e cosa fa il Parlamento Europeo.

Come si elegge – La legge elettorale italiana per l’elezione del Parlamento Europeo nasce nel 1979, ed è la più vecchia legge elettorale ancora in vigore nel nostro paese, salvo per la modifica del 2009 che ha introdotto una soglia di sbarramento all’ingresso del 4% (facendola somigliare, per alcuni versi, al sistema elettorale tedesco). L’Italia è divisa in cinque grandi circoscrizioni plurinominali, in cui il numero di seggi è assegnato in base alla popolazione. Il sistema è piuttosto semplice, e ricorda in parte quello che molti commentatori contrari all’Italicum vorrebbero oggi: vi sono liste plurinominali con la possibilità di voto di preferenza plurimo fino a tre candidati. Il numero di preferenze ottenute viene così sommato e all’interno del singolo partito si stila una graduatoria. La divisione dei seggi vinti avviene a livello centrale nel collegio unico nazionale (ergo le circoscrizioni hanno carattere solo procedurale), e i seggi così distribuiti vengono assegnati nelle circoscrizioni ai primi della lista per partito in base alle preferenze e in numero proporzionale alla percentuale di voti ottenuta dal partito stesso.

Preferenze e ricicli – Che piaccia o meno, è in questa maniera che certe facce della politica che molti vorrebbero dimenticare riescono ancora ad ottenere lauti compensi (spesso lavorando pochissimo, come dimostrano le statistiche di presenza ai lavori parlamentari): chi ha un forte valore in termini di voti su un certo territorio, suo cosiddetto “feudo politico”, riesce comunque a contribuire, per il partito che lo appoggia, a fargli dimostrare il suo peso, nell’ottica del già citato “voto di verifica”, ed allo stesso tempo riesce a “piazzarsi politicamente” quando magari è completamente impresentabile nell’ottica di un incarico di governo. Così, scorrendo la lista degli eurodeputati italiani, non stupisce di trovare nomi come Borghezio, Mastella o addirittura Ciriaco De Mita: nomi che vivono di preferenze costruite nel tempo. Questo non vuol dire che siano tutti così: personaggi come Gianni Pittella o Roberta Angelilli, entrambi tra i 14 vice-presidenti del Parlamento, sono specializzati e si sono sempre occupati di integrazione europea. Ma non si può negare che certe scelte facciano più che mai richiamo a una politica “vecchia”.

Cosa fa – Oggi il Parlamento Europeo, rispetto al passato, ha un più forte potere legislativo (che inizialmente non gli spettava), che esercita insieme al Consiglio dell’Unione attraverso la procedura legislativa ordinaria, la “codecisione”. Così, mentre la Commissione ha un ruolo che potremmo pressappoco definire “esecutivo” e di proposta di legge, il Parlamento, direttamente eletto, e il Consiglio dell’Unione, composto dai ministri dei singoli Stati a seconda dell’area di intervento (per esempio, in caso di provvedimenti economici si presenteranno i ministri dell’Economia), esaminano le proposte, propongono emendamenti, li votano e infine, con ulteriori voti, approvano o rifiutano i testi: questo detto in maniera molto semplice, dato che esistono procedure, come il trilogo, che servono a superare l’empasse di un provvedimento fermo, e che esistono ancora materie (come quelle fiscali), dove il Parlamento non ha potere di intervento (tant’è che l’attività al riguardo è pressappoco nulla). I poteri decisori del Parlamento nel corso degli anni sono aumentati, in particolare dopo il Trattato di Lisbona, e piano piano col tempo stanno ancora aumentando. Tutto ciò accade soprattutto in risposta alle accuse di “deficit democratico” delle istituzioni europee: l’ultima, rilevante novità è che i partiti europei da quest’anno indicano “ufficiosamente” il loro candidato presidente della Commissione. Un passo in avanti per dare più democraticità a un’istituzione che effettivamente è sentita troppo lontana dai cittadini, rispetto al suo ruolo più che centrale anche nella politica dei singoli Stati. In questo modo si cerca di dare una base politica alla scelta presidenziale, in attesa che si arrivi finalmente a una vera e propria elezione diretta europea. Certo, c’è ancora molto da fare ed il deficit democratico rimane un problema, ma passi in avanti sono stati fatti: basta studiare l’evoluzione delle Istituzioni.

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Martin Schulz, presidente del Parlamento Europeo in carica e candidato presidente della Commissione Europea del PSE

Fiscal Parliament? – Il problema fondamentale in questo caso è la lentezza del processo di democratizzazione, oltre a quello di integrazione, rispetto alle evoluzioni socio-economico-politiche mondiali. Se i populismi, a ragione o a torto, sono avanzati, è fondamentalmente perché l’Europa non ha saputo dare risposte a una crisi che tra l’altro non è partita dal nostro continente. Al contrario, le risposte percepite, per quanto logiche da un punto di vista concettuale, hanno scontentato proprio la base. Tenere i conti in ordine un senso ce l’ha: immaginate se fosse un vostro amico a rischiare la bancarotta perché ha sperperato i suoi soldi. Va bene la solidarietà, ma vi fidereste di prestarglieli? Ma quando la campagna politica per le Europee tuona contro il Fiscal Compact, il punto è semplicemente che poco c’entra col Parlamento. Questo infatti non è un provvedimento dell’Unione, bensì un trattato internazionale, firmato da quasi tutti gli Stati membri ma che non ha (direttamente) a che fare con le istituzioni europee. Insomma, non è in Parlamento che si parlerà di patto di stabilità, e chi dice che lo farà al massimo potrà sbraitare contro i governi e votare contro tutto e tutti, ma di pratico potrà ben poco. Il discorso al riguardo semmai può essere politico e simbolico. Sul piano pratico conta molto più livello nazionale: sono i governi i soggetti incaricati di discutere, con gli altri Stati anche nel contesto delle Istituzioni, questo genere di argomenti. In questo senso la campagna elettorale è, almeno in parte, fuorviante.

Tra democraticità e semplificazione – Ma soprattutto, il motivo per cui le elezioni europee sono importanti è perché è il ruolo stesso delle istituzioni ad essere importante, ed è molto più vicino di quel che si pensa. Un evidente problema dell’Unione Europea sta nell’incapacità di comunicare se stessa e il proprio ruolo. Viene percepita distante, schiava delle lobby e oscura nei suoi processi decisionali. I partiti italiani, molto più interessati a farsi valere in politica interna che in un contesto più ampio, non fanno altro che cercare di aumentare questa percezione. Vero è che il sistema, nel suo complesso, meriterebbe una semplificazione, soprattutto perché renderebbe più facile ai cittadini comprendere certi processi. Ma allo stesso tempo, sapendo dove cercare, alla fin fine risulta molto più trasparente il sistema decisorio europeo rispetto a quello italiano. Poi, con l’incremento delle competenze del Parlamento negli anni, i punti su cui i cittadini possono effettivamente dire la loro sono in crescita.

Nomi come Schulz o Tsipras hanno iniziato ad entrare nelle case degli italiani, ma dire che ce n’è di strada da fare è un eufemismo. Il punto è che si deve capire che, quando si vota per le Europee, si vota per un programma e una visione. Il primo punto andrebbe accostato alle politiche, il secondo, purtroppo, è quasi assente nella nostra dialettica elettorale. Il voto europeo serve perché si facciano le cose che vorremmo, conoscendo le possibilità che il Parlamento ha, e non per il partito che più ci piace nella speranza (vana) che possa diventare dominatore o far saltare il banco: non è questo il contesto. La strada da percorrere è lunga, ma fino a quando questo non sarà chiaro, le elezioni europee italiane (e non solo) saranno condannate a un sempre dannoso provincialismo.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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