Voto di scambio, tra segnali e debolezze

06/04/2014 di Giacomo Bandini

Voto di scambio

Dopo un primo contestato passaggio, avvenuto lo scorso Gennaio al Senato, il ddl riguardante il voto di scambio politico-mafioso è stato votato il 3 aprile alla Camera, dove sono avvenute ulteriori modifiche. Fra il plauso generale e le contestazioni del M5S proviamo a fare un po’ di luce su questa turpe usanza italiana.

Origini storiche – Fra le tante sub-culture politiche italiane ve n’è una che ha origini radicatissime nella storia del Paese: il voto di scambio. Le sue origini infatti non risalgono alla Prima Repubblica, come alcuni potrebbero pensare visti i dolorosi ricordi di Tangentopoli, bensì all’universo dell’antica Roma. Questa pratica, ossia scambiare un favore illegale per un voto a proprio favore, trae origine dalle clientele che trovarono la massima espansione socio-culturale durante l’età imperiale romana. Il cliens, un cittadino solitamente poco abbiente, era spesso costretto per sopravvivere a rivolgersi ad un patronus disposto a concedere parte infinitesimale dei propri beni, come terreni da coltivare o la famosa sportula contenente beni di prima necessità, in cambio di un voto permanente a proprio favore nelle varie assemblee cittadine. Spesso ciò scadeva in vere e proprie pratiche corruttive ed in azioni contrarie all’ordinamento repubblicano, prima, e imperiale poi. Da allora, poca strada è stata fatta per contrastare a pieno il fenomeno.

Due voti di scambio – In Italia infatti esistono oggi due tipologie di clientele. Una all’interno dei vincoli posti dalle leggi dello Stato per cui il voto viene scambiato con qualcosa di legittimamente scambiabile, spesso questi si presentano sotto forma di accordi o altre tipologie di compromessi. L’altra tipologia di clientela rientra, invece, nella fenomenologia criminale. È il voto di scambio che vede coinvolti clientes, non necessariamente poveri, ossia cittadini votanti alle elezioni politiche nazionali e amministrative e patroni solitamente mafiosi o politici legati ad associazioni a delinquere. Lo scambio avviene per danaro o per ottenere incarichi in modo illegale o contrario alle previsioni regolamentari.

Tecnicismi giurisprudenziali – Sulla spinosa questione del voto di scambio va considerato l’art. 416 del Codice Penale, che ne regola la fattispecie di illegalità in quanto esso è previsto, come visto, in forme legali e dunque di per sé non costituisce reato, a meno che non venga esercitato in contrasto ai limiti della legalità generale. L’articolo di per sé riguarda l’Associazione a delinquere per la quale prevede uno svariato numero di pene a seconda della portata e delle modalità. Il voto di scambio diventa, dunque, illegale dal momento che rientra nelle attività portate avanti da una riconosciuta associazione a delinquere.

Modifiche, positive o negative? Le nuove previsioni, sotto forma di emendamenti della Commissione d’esame e modificanti il testo già passato al Senato due mesi fa, hanno di fatto ridotto le pene per i politici che partecipano all’associazione a delinquere tramite la pratica del voto di scambio e hanno eliminato un’importante previsione per la quale era punibile il politico che ‹‹si mettesse a disposizione›› dell’organizzazione mafiosa. Da qui, il plauso di Forza Italia e le pesanti critiche del Movimento 5 Stelle. Occorre però ricordare come, la questione della messa a disposizione dell’organizzazione mafiosa, fosse spesso difficilmente accertabile o, al contrario, come potesse capitare di venire indagati – e di conseguenza compromessi nell’immagine politica – per un incontro, magari elettorale, con alcuni personaggi del mondo industriale, tra cui qualcuno che, successivamente, potesse rivelarsi essere un associato ad una cosca. Anche per questo, oltre che per l’aggiunta del voto di scambio non solo in denaro, ma anche in “altre utilità”, oggi la norma sembra, da alcuni punti di vista, più equilibrata e certa sebbene alcune delle critiche riportate dal M5s possano in parte essere comprese, senza andare per forza in contrasto con il punto di vista del procuratore antimafia Roberti, che parla di norma “perfetta”.

Integerrimi, con riserva – In effetti la norma,  sulla quale il Senato si era espresso e diviso, mantenendo una certa inflessibilità di fronte alla figura del politico corrotto e colluso con i fenomeni mafiosi, è stata alleggerita dal punto di vista penale.  Una pratica così radicata nella cultura politica e sociale italiana andrebbe estirpata con vigore e inflessibilità, per quanto debba altresì essere sempre considerata la proporionalità della pena: si pensi solamente alle storie di governatori come Raffaele Lombardo e Totò Cuffaro, che del voto di scambio hanno fatto una filosofia di vita.. A breve, chi sarà semplicemente consapevole, seppur non direttamente coinvolto, o chi desse semplicemente una mano ad organizzare lo scambio incriminato, subirà pene molto lievi e non ascrivibili alla fattispecie dell’associazione a delinquere, pur facendone in modo indiretto parte. Da questo punto di vista, in realtà, sono dunque espressi i più grandi dubbi.

Una cosa però è stata fatta: porre finalmente l’accento su di una pratica da sempre considerata normale da una larga fetta di popolazione ed aver trovato una naturale condivisione – al Senato anche il 5 Stelle era favorevole – sulla sua condanna. C’è da sperare che sia solo l’inizio di un qualcosa di più grande.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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