Vitamine a processo

20/07/2014 di Pasquale Cacciatore

Vitamine

Era il 1911 quando il biochimico polacco Casimir Funk scopriva il significato di una misteriosa condizione neurologica riguardante determinate popolazioni che si nutrivano di riso privato del tegumento. Somministrando una sostanza ricavata proprio dal tegumento del riso ad un gruppo di piccioni che avevano manifestato gli stessi sintomi, Funk notò che il recupero avveniva in meno di dodici ore, e da lì coniò il termine “ammine vitali” (ovvero, vitamine) per indicare queste “misteriose” sostanze. Come spesso succede dinanzi alle innovazioni biologiche, il mondo scientifico di allora manifestò profondo dissenso nei confronti delle tesi di Funk; l’idea che determinate sostanze fossero fondamentali per l’esistenza e la salute venne profondamente criticata, e a Funk fu imposto di non utilizzare nemmeno il termine che aveva creato negli editoriali da pubblicare.

Ovviamente, oggigiorno nessuno si sognerebbe di negare che vitamine come la B1 e la C possano prevenire l’insorgenza del beri-beri o dello scorbuto, rispettivamente. Ma l’opinione scientifica rimane ancora divisa sull’effettiva utilità delle vitamine nella vita quotidiana; ed un duro editoriale pubblicato dalla prestigiosa rivista Annals of Internal Medicine dello scorso anno non ha che acceso i toni sulla discussione. I governi e gli enti sanitari dovrebbero smettere, secondo l’articolo, di “buttar denaro” investendo sui supplementi vitaminici, dal momento che i benefici di tali terapie non sono dimostrati, soprattutto tra le popolazioni occidentali che non soffrono di malnutrizione.

VitamineL’editoriale fece scalpore, sollevando durissime risposte da parte di volti noti della medicina oltreoceano, che considerarono addirittura “spazzatura” le parole degli Annals, ravvisandone un deleterio pressappochismo che non teneva conto delle grandi difficoltà che da sempre hanno caratterizzato i trials clinici sulla supplementazione vitaminica. Insomma, il vero problema starebbe nell’errore di programmazione degli studi, e non nelle vitamine in sé; studi che andrebbero dunque ripensati alla radice. Il mercato delle vitamine vale, in tutto il mondo, circa 90 miliardi di euro, soprattutto nei mercati “occidentali”, dove il maggior consumo deriva dall’autosomministrazione di chi ritiene il supplemento vitaminico un supporto per uno stile di vita “sano e bilanciato”. Eppure, i report degli ultimi anni (sia negli USA che in molti Paesi europei che adottano screening del genere) hanno più volte dimostrato che buona parte della popolazione non raggiunge le dosi sufficienti di vitamine A, C, D, E, calcio, magnesio, e potassio. Segno, dunque, che anche tra le società capitalistiche parlare di “nutrizione corretta” è ancora una utopia.

Allo stesso modo, numerosi studi hanno dimostrato associazioni spesso pericolose fra assunzioni di vitamine e patologie (celebre l’associazione identificata fra vitamina A ed aumento del rischio di carcinoma polmonare), o hanno sfatato miti ormai classici nella biochimica nutrizionale (ad esempio, oggi si sta discutendo molto sull’effettiva utilità del supplemento di calcio nelle donne in post-menopausa per la prevenzione dell’osteoporosi).

Se è vero che ormai le complessità del metabolismo di tali nutrienti son ben chiare, e che non si può prescindere dalle curve a U o a J per descrivere l’utilità di molte vitamine (ovvero: effetti benefici a basse dosi e tossici ad alte dosi), quello che ancora manca per compiere il salto di qualità è capire in che modo affrontare per il prossimo futuro tutti i rigorosi clinical trials che dovranno rispondere alla domanda fatidica: le vitamine servono o no?

Di certo, andrà considerato il patrimonio genetico dei pazienti che faranno uso delle “ammine vitali”, oggi troppo trascurato; in più maggior attenzione dovrà esser prestata all’effettiva quantità di cibo ingerito, con metodi più precisi per misurare l’intake giornalieri di nutrienti nei cibi, evitando le comuni generalizzazioni che hanno contaminato la bontà di molti dei test clinici negli ultimi anni. Se si pensa che i dati sulle quantità di vitamina A nei cibi rimangono ancora legati alla dose effettiva contenuta (e non a quella effettivamente utilizzabile dall’organismo post-metabolizzazione), si capisce perché uno studio categorico sui nutrienti non può fondarsi su questi presupposti.

Le nuove tecnologie sono certo d’aiuto: oggi con strumenti di spettroscopia è possibile dosare il quantitativo di carotenoidi di un organismo (espressione del metabolismo della vitamina A) in meno di trenta secondi, e con app specifiche si può fotografare il proprio cibo e calcolare in modo più preciso le quantità di nutrienti ingerite, invece di utilizzare tabelle.

Vitamine e supplementi: utili o no, dunque? La miglior risposta al momento non può che essere: per molti di certo sì, per altri di certo no. La biochimica nutrizionale è certamente complessa, e probabilmente non si individuerà mai una formula capace di adattarsi a tutti i pazienti; certo è che le nuove strategie tecnologiche forniranno agli scienziati la possibilità di studiare meglio il ruolo delle vitamine nella vita quotidiana, per creare un quadro più chiaro e coesivo.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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