Ebola e ZMapp: contenere è meglio che curare?

12/08/2014 di Pasquale Cacciatore

Nonostante le notizie degli ultimi giorni, l'ottimismo sul farmaco sperimentale e sullo sviluppo di una cura in tempi brevi è, a dir poco, eccessivo

Virus Ebola

L’epidemia di Ebola scoppiata nell’Africa occidentale, ora definita anche dalla WHO come emergenza internazionale, ha confermato ancora una volta la terribile patogenicità del virus: stime di morte che si avvicinano al migliaio, tassi di contagio elevatissimi, molte strutture di quarantena che, al momento, non riescono più a garantire sicurezza a causa dell’elevato numero degli accessi.

Mentre anche nei Paesi occidentali si discute sui casi di ebola volontariamente importati, cercando di far buona informazione ed evitare allarmismi insensati, si guarda con interesse anche al fantomatico trattamento che sarebbe stato intrapreso, con un farmaco sperimentale, sui due statunitensi colpiti dal virus, prima del loro trasporto presso una struttura protetta ad Atlanta. Un siero segreto di cui si sa poco ma che – da alcune fonti – è stato addirittura definito come “miracoloso” per il trattamento della patologia. Intanto non è chiaro se, come circolato nelle scorse ore, il farmaco fosse stato somministrato, con scarsi risultati, anche al missionario spagnolo deceduto.

medicina-virusCos’è il “siero segreto”? A far luce sulla vicenda è stata, in primis, la CNN. Secondo fonti raggiunte dall’emittente americana, alla notizia del contagio del medico statunitense Kent Brantly e della missionaria Nancy Writebol in Liberia, sarebbe stata offerta – ad una delle organizzazioni di stampo cristiano con cui i due soggetti collaboravano in Africa – la possibilità di accedere a delle dosi di un farmaco sperimentale chiamato ZMapp, inviato poi proprio nello Stato africano.

Il farmaco sarebbe stato concesso dalla Food and Drug Administration, l’ente regolatorio per i trattamenti medici negli USA, come strumento ad uso compassionevole. Si definisce tale l’uso di farmaci, ancora sperimentali e non autorizzati, in circostanze di estremo rischio per la vita. L’informazione, tuttavia, risulta riservata, e probabilmente tale rimarrà a causa delle policy interne della FDA, che vietano ogni dichiarazione sulle autorizzazioni all’uso di farmaci di questo tipo.

ZMapp. Approvato o meno, il farmaco, sottoforma di fiale congelate, è partito dagli stabilimenti della Mapp Biopharmaceutical, arrivando il 31 luglio in Liberia. Dopo un’operazione di scongelamento durata dieci ore, la prima dose è stata iniettata endovena al medico statunitense, in quanto più giovane e con miglior speranze di sopravvivenza; secondo quanto dichiarato da fonti non ben identificate, nel giro di un’ora Brantly sarebbe stato in grado di respirare meglio, mentre sarebbe iniziato a diminuire il rash cutaneo su tutto il corpo. Il giorno dopo il paziente sarebbe financo riuscito a lavarsi autonomamente prima di essere imbarcato, in rigorosi parametri di sicurezza, sull’aereo che lo avrebbe ricondotto negli Stati Uniti. La paziente più anziana, Writebol, avrebbe invece avuto bisogno di più dosi prima di riportare qualche miglioramento clinico.

Ha davvero funzionato? La vera domanda che il mondo scientifico si pone, a questo punto, è se effettivamente il farmaco, testato in via sperimentale sui due statunitensi, possa aver funzionato. Il siero ZMapp è progettato secondo i meccanismo degli anticorpi monoclonali, ovvero – nel caso specifico – anticorpi ricavati da topi infettati con ebola, “purificati” ed amplificati in modo da sconfiggere il virus senza causare danno nell’organismo ospite. Gli scienziati, soprattutto i ricercatori da sempre vicini agli studi su una terapia per l’ebola, rimangono cauti, sostenendo che si sa davvero poco sull’effettiva efficacia e sicurezza di un trattamento del genere, e che al di fuori di queste estreme circostanze ogni utilizzo di ZMapp dovrebbe essere assolutamente scoraggiato.

Ottimisti? Non proprio. Insomma, notizie promettenti come quelle arrivate nei giorni scorsi dalla Liberia costringono comunque a rimanere con i piedi per terra. Il miglioramento clinico ottenuto nei due Americani grazie a ZMapp non deve far pensare che una cura per la malattia sia vicina. Anzi, una cura per l’ebola potrebbe non arrivare mai.La patologia in sé è di tipo virale e, a differenza di un batterio, ha target di attacco di gran lunga inferiori (prettamente solo proteine); muta inoltre molto velocemente, per cui un trattamento efficace oggi potrebbe non esserlo nei prossimi dieci anni. Si pensi che fino ad ora sono stati identificati cinque serotipi differenti di ebola. A tutto ciò si aggiunge il fatto che, data la pericolosità del patogeno, maneggiarlo richiede misure di sicurezza di altissimo livello e strutture particolari, targate con livello di biosicurezza 4 (ovvero, il più alto). Tutto ciò significa costi maggiori, difficoltà di controllo e rallentamento della ricerca.

Ebola Virus
Foto: BBC

Non conosciamo, nello specifico, le condizioni dei due pazienti trattati; gli unici dati a cui possiamo riferirci sono quelli di mortalità fra le scimmie infette e trattate con ZMapp nei trial di laboratorio (sopravvivenza del 100% negli animali infetti e trattati entro 24 ore dal contagio, del 50% circa in quelli trattati in 48 ore), ma nulla di più. Al momento il trattamento standard per l’ebola è di tipo “palliativo“, con la continua idratazione del paziente in attesa che il sistema immunitario riesca autonomamente a sconfiggere il virus; un trattamento che riesce, all’incirca, a far sopravvivere il 40% dei colpiti. Molta attenzione va inoltre posta all’estrema variabilità interindividuale che si è dimostrata nei pazienti contagiati dal virus, di cui alcuni sopravvissuti senza particolare intervento. A questo punto, capire effettivamente la bontà terapeutica di un farmaco come lo ZMapp, su larga scala, potrebbe essere particolarmente difficile. ZMapp, insomma, è ben lontano persino dall’iniziare il classico iter di sperimentazione umana tipico di tutti i farmaci; nonostante il dipartimento di difesa americano abbia fornito ulteriori finanziamenti alla Mapp Biopharmaceutical per continuare le ricerche, comunque il protocollo che potrebbe vedere realizzata una produzione su larga scala del farmaco richiederebbe molto tempo.

Il virus, trasmissibile attraverso i fluidi corporei per contatto diretto, richiede l’isolamento, cosa che spesso non si è riusciti ad ottenere, nelle regioni africane oggi più colpite, per tutta una serie di fattori, tra cui scarse condizioni igieniche, carenza di infrastrutture, diffidenza local per le istituzioni, pratiche rituali di sepoltura e timore nei confronti del personale sanitario. È per questo che, al netto di ogni complottismo e di ogni speranza miracolosa nel “siero segreto”, la cosa più razionale da fare al momento non è tanto curare, quanto contenere la patologia. Un processo verso cui devono, necessariamente, essere diretti in misura massimale gli sforzi internazionali.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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