Vincenzo Gioberti, il Primato italiano

19/04/2014 di Matteo Anastasi

Vincenzo Gioberti

Nella tumultuosa storia politica italiana, tutti i grandi partiti hanno avuto il loro «cappellano»: da Alessandro Gavazzi, precursore del “genere” e curatore delle anime dei Mille garibaldini, a padre Semeraria, assistente spirituale delle truppe italiane nel ’15-’18; da frate Eusebio, confessore delle Brigate nere mussoliniane, a don Luigi Sturzo, ideatore del Partito popolare.

Il più autorevole di questa lunga lista rimane comunque il piemontese Vincenzo Gioberti. Nato a Torino nel 1801 in una famiglia della piccola borghesia cittadina, si laurea in teologia nel 1823 e diventa sacerdote due anni più tardi. Sembra destinato a una brillante carriera accademica ma la passione per la politica lo assorbe rapidamente. Negli anni Trenta è sospettato di collusione con la «Giovine Italia» mazziniana e ripara a Bruxelles, dove pubblica il suo manifesto politico-spirituale: Del primato morale e civile degli italiani, dove individua nella nazionalità italiana una particolare missione. L’Italia, scrive, «è la nazione principe perché è il seggio della religione e della civiltà cristiana, è la nazione universale, in quanto è il principio che informa, svolge, educa, ordina, coordina, armonizza tutte le nazionalità particolari disperse sulla faccia del globo». A queste considerazioni affianca un programma istituzionale: un’Italia confederata, sotto la presidenza del Papa.

Vincenzo GiobertiGioberti è, infatti, convinto gli Stati della penisola appartengano al loro patrimonio storico e ne sostiene la sopravvivenza per facilitare l’impresa unitaria. Il suo modello sono evidentemente gli Stati Uniti d’America, ai quali in quel frangente l’Europa guarda con vivo interesse. Il prof. Giorgio Rumi, uno degli ultimi e più completi biografi giobertiani, ha acutamente osservato come Gioberti non fosse tanto «papalino» quanto convinto che «recuperare il pontificato romano» potesse fungere da «collante culturale o fattore di aggregazione».

Nella primavera del 1848, mentre il Piemonte è costretto all’armistizio con l’Austria, Gioberti torna in Italia e, in dicembre, è nominato presidente del Consiglio dei Ministri del Regno di Sardegna. Al momento del suo insediamento pronuncia un discorso chiarissimo: «Il compimento dell’unione è la confederazione tra i vari Stati della penisola. Questo patto fraterno non può essere sancito in modo degno e proporzionato alla civiltà presente se coi governi liberi i popoli non vi concorrono. Noi facciamo plauso di cuore al patrio grido, che sorse in varie parti d’Italia, ed abbracciamo volenterosi l’insegna della Costituente italiana».

Il disegno di Gioberti, perito a Parigi nel 1852, non si sarebbe compiuto. L’Italia non sarebbe mai diventata confederazione, ma l’idea del Primato sarebbe rimasta radicata nel pensiero di molti cattolici e teorici della Democrazia Cristiana. Il pensiero corre – oltreché a Romolo Murri e Geremia Bonomelli – a Giovanni Gronchi, fautore di improbabili intese Est-Ovest, e al “santo” Giorgio La Pira, promotore di dialoghi mediterranei in nome di una certa superiorità morale della nazione italiana.

 

 

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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