Vince il Brexit, l’Europa è smarrita

24/06/2016 di Giuseppe Trapani

Con la Brexit cambia tutto: Cameron annuncia le dimissioni, le borse a picco, panico nelle cancellerie. E' cambiata la storia?

Si è scritto un tempo che “nessun uomo è un’isola” ma guai a dirlo ai sudditi di Elisabetta i quali evidentemente ci tengono ad esserlo, sia geograficamente che politicamente.

E dopo una nottata di testa a testa  alla fine – per dirla con il titolo della Bbc – “UK votes to leave”. Vince Brexit quindi con il 51,9% dei votanti a favore di una ritrovata e problematica indipendenza della Gran Bretagna dall’Unione Europea, dopo 43 anni di appartenenza al progetto continentale. In primis va detto che alta è stata l’affluenza alle urne – il 72,2%  –  segno ulteriore che deporre nelle mani dei cittadini britannici il loro futuro conferisce al risultato la sacralità del voto popolare e quindi  un punto di non ritorno per gli effetti conseguenti. il “leave”, oltre a far precipitare il Regno Unito nell’incertezza, rappresenta la sconfitta più netta per i fautori di una maggiore integrazione europea dopo la Seconda Guerra Mondiale e rischia di innescare un effetto domino in altri Paesi.

Con un solo referendum si sono cancellati decenni di inclusione politica, economica e sociale e il solo immaginare l’assenza del Regno Unito ai prossimi vertici dell’UE produce in se un senso di smarrimento non indifferente. Il terremoto politico, mentre scriviamo, è in atto, cominciando con l’offerta delle dimissioni da parte del premier David Cameron a cui non è riuscita politicamente l’operazione di permettere il referendum e poi vincerlo sul merito.

E oltre la manica, le ore sono convulse e i concetti appaiono sospesi: il presidente del Parlamento europeo vuole già incontrare Merkel per evitare l’effetto a catena. Roventi i telefoni di tutti i leader europei, cancellati gli appuntamenti in agenda di tutti i premier del continente, si parla di un trilaterale Francia-Germania-Italia nelle prossime ore. Matteo Renzi, da parte sua, ha posticipato la direzione del PD sull’analisi delle amministrative prevista nel pomeriggio per darsi libero a possibili summit.

Sul versante economico, scossi i mercati finanziari, che alla vigilia, si erano posizionati per una vittoria del fronte pro-Ue: con questo schiaffone non previsto,n elle ore dello spoglio del referendum in Gran Bretagna i listini sono crollati (sterlina -10%, la Borsa di Tokyo ha toccato punte di calo dell’8%, i futures sull’avvio della Borsa di Londra sono arrivati a cedere il 9%), mentre i beni rifugio (oro e derivati sui titoli di Stato Usa) stanno ovviamente correndo. Il mercato azionario di Tokyo – che ha applicato il ‘circuit breaker’ per inibire le funzioni di immissione e modifica degli ordini limitando i ribassi troppo elevati – è il listino borsistico aperto durante lo spoglio del voto che ha accusato maggiormente il colpo, arrivando a perdere con l’indice Nikkei fino all’8,17%, lasciando sul terreno oltre 1.300 punti.

E sul piano squisitamente politico il tema di fondo è chiedersi quanto valga ancora la democrazia “rappresentativa” rispetto a quella diretta e che equilibrio dare all’esercizio della sovranità popolare. In altre parole – si chiedono in tanti – vi sono questioni così delicate che non possono offrirsi in pasto agli umori dell’elettorato ma impongono la mediazione dei leader, la capacità di negoziazione dei rappresentanti? Nel caso del Regno Unito comunque si toglie il velo a ipocrisie nate a monte visto che agli inglesi già si applicava uno status quo equivoco su molti aspetti, come a dire che erano-non-erano membri dell’Ue come gli altri cittadini del continente.

Certo è che gli scenari sono davvero di incertezza poiché è la prima volta in qui si realizza concretamente  una “exit”, sancita peraltro dalla volontà popolare e quindi non procrastinabile.  Al netto infatti dei tempi che ci vorranno, l’Unione Europea è diventata provocatoriamente un’ossimoro, un dirsi e poi negarsi, un paradosso che consente – definendosi “unione” – di dis-unire i suoi stessi membri.

Ebbene, quanta responsabilità è da addebitarsi alla tecnocrazia? Quanti vertici inutili fra tartine e photo opportunity senza ristabilire un contatto con le opinioni pubbliche? quanta sofferenza dei cittadini inascoltati in questi anni di crisi? Sono domande a cui ancora il germocentrismo europeo non offre risposte; e dunque poi non stupiamoci se mentre Berlino dorme, Londra “leave”…

 

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Siculo per nascita ma milanese di adozione, classe 76, si Laurea in Filosofia e in Teologia ma chiede a se stesso un di più perciò studia Linguaggi dei Media presso la Cattolica di Milano. Giornalista e Docente al liceo a tempo pieno, collabora con diverse testate (Famiglia Cristiana, Jesus, Gazzetta d'Alba) e negli ultimi anni tiene rubriche anche per i quotidiani online Lettera43 e Linkiesta.
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