Il vignettista non è un burattino

14/04/2016 di Francesca R. Cicetti

Il vignettista, l’uomo di satira, non è un burattino in mano al lettore. Se non stupisse, se non lasciasse a bocca aperta sarebbe un ben misero professionista.

Vauro

Magari qualcuno ne resterà scontento, ma una satira cortese potrebbe non esistere. Potrebbe non esistere un’ironia pungente che solletichi solo la scorza benpensante, senza grattarla via. Forse il compito della satira è proprio questo: mettere a nudo. E farlo anche e soprattutto nei momenti di crisi. Di fronte alla guerra, alla corruzione, alla morte. C’è forse un solo limite, quello del buongusto. Ma per definizione non è circoscrivibile. E questo non vuol dire che tutta la satira sia fatta come si deve, beninteso. Di lavori mediocri ce n’è in quantità. Ma non sono sgradevoli perché pungenti o irrispettosi; lo sono se crudeli, insensati, esagerati, violenti. Tutto il resto è noia.

Il vignettista, l’uomo di satira, non è un burattino in mano al lettore. Se non stupisse, se non lasciasse a bocca aperta sarebbe un ben misero professionista. Per questo le critiche alle matite lasciano spesso il tempo che trovano. Sarebbe sciocco aspettarsi il silenzio di fronte a un fatto di cronaca, sia pure tragico o doloroso. La satira non si fa senza fatti sociali, non si fa senza tensioni, non si fa senza l’apprensione tipica di ogni tempo, di ogni ordinamento politico.

Non deve piacere per forza. A molti non va questa messa a nudo, questo scacco alla moralità. E non c’è legge che obblighi a gradirla. A molti non piace scherzare sulla morte, sulla storia, sulla vita. E non piace che altri facciano lo stesso. Questione di rispetto. Lo stesso che si domanda per chi ha scritto e disegnato della morte di Gianroberto Casaleggio. Un’ondata di cordoglio seguita dal naturale commento della satira che, a onore del vero, si scaglia più contro il Grillo redivivo che contro il suo collega. In molti lo hanno ritratto solo e sperduto, incapace di trovare la strada senza il suo amico e consigliere. Più lusinghiero che offensivo. E decisamente rispettoso.

Se sia possibile o no scherzare sulla morte, sulla guerra, sul dolore, questa è la domanda ricorrente. Ma forse la risposta è più banale del previsto. Sì. Si può scherzare su tutto, nella splendente democrazia delle matite. Come farlo, poi, questa è un’altra storia. Non senza punzecchiare, senza offendere forse (anche qui, bisognerebbe dibatterne a lungo). Divertendo di sicuro. E anche facendo riflettere. Perché la satira, senza quel mantello di antipatico intellettualismo e critica sociale, non sarebbe altro che una barzelletta raccontata in un bar.

D’altro canto, le disgrazie riservate ai politici sono spesso motore di rancore. Un tunnel che canalizza l’insoddisfazione, il qualunquismo, la mancanza di sensibilità. In troppi hanno gioito per la statuetta planata su Berlusconi, per il malessere di Bersani, per la morte di Casaleggio. Tutti eventi per i quali la reazione più adeguata sarebbe un quieto dispiacere o una silenziosa preghiera. E che invece hanno generato una guerra tra gregari: chi accusa, chi ride, chi difende accusando a sua volta. Battaglie sul dolore autentico di una famiglia. Sarebbe bastato molto meno. Un augurio, un pensiero. Magari un po’ di onesta satira, perché no. Ma nessuna cattiveria. Ognuno può scrivere ciò che vuole, disegnarlo, rappresentarlo. Ma la crudeltà, quella sì, è fuori luogo in ogni stagione.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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