La vicenda greca tra caos legale e negoziati

16/02/2015 di Federico Nascimben

Un'intervista a Malcolm Sweeting sul Sole24Ore approfondisce alcune tematiche legate alle conseguenze legali di una eventuale Grexit. Mentre la realtà costringe il Governo a fare marcia indietro e a negoziare

Grecia e Recessione

Sul Sole24Ore del 12 febbraio (pag.5) è presente un’interessante intervista a Malcolm Sweeting, senior partner e presidente del Partnership council del noto studio legale Clifford Chance, sul caos legale che scaturirebbe da un eventuale default greco. Analizziamo le sue parole dopo che, in seguito al fallimentare Eurogruppo di mercoledì 11 febbraio, il Consiglio europeo di giovedì 13 ha aperto maggiori spiragli in vista del nuovo Eurogruppo di oggi, lunedì 16, che dovrebbe essere decisivo per le sorti del Paese ellenico. E mettiamo in luce come, infine, la realtà abbia costretto il Governo greco ad assumere posizioni nettamente più concilianti nel corso del tempo: dalla campagna elettorale, cioè, alla vera e propria fase negoziale.

L’intervista: il caos legale

L’intervista a Sweeting parte dal presupposto che “è difficile prevedere a priori cosa potrebbe accadere, dal punto di vista legale” nel caso di una Grexit, “molto dipenderebbe dalle modalità: cambierebbe molto se per esempio l’uscita fosse concordata con l’Europa o unilaterale, se venisse varata una legge sul controllo dei capitali oppure no”. Riguardo alla dibattuta ipotesi di un’uscita dall’Euro, dal punto di vista legale, seppure la moneta unica sia “nata come progetto irreversibile, nessuno Stato può essere obbligato a stare in un club dal quale ha deciso di uscire”, perché “ogni Stato è sovrano e non può essere obbligato a tenere determinati comportamenti. Un conto però è poterlo fare, altro conto è avere la convenienza a farlo”.

Come (forse) noto, il debito greco ha una particolarità rispetto a quello degli altri Paesi: è in mano ad investitori istituzionali per circa l’80%. Secondo i dati resi noti dal Ministero delle Finanze greco, alla fine del terzo trimestre 2014, i 322 miliardi di debito complessivo sono in mano a privati per il solo 17%; il restante 83% è in mano ai governi dell’Eurozona per il 62%, al Fmi per il 10%, alla Bce per l’8%, mentre la Banca centrale greca ne detiene il 3%. I Governi dell’Eurozona sono esposti complessivamente per 195 miliardi: la Germania per 60 miliardi, la Francia per 46, l’Italia per circa 40 e la Spagna per 26.

Uno dei problemi principali, in caso di default e di ritorno ad una nuova moneta (o più semplicemente a quella precedente), è legato alla ridenominazione di contratti e debiti. Sweeting ricorda come “tutto dipende da alcuni fattori: quel è la legge a cui i contratti sono sottoposti, in quale valuta sono denominati, in quale luogo devono essere onorati, qual è il tribunale competente a dirimere le controversie e dove si trovano i beni dello Stato debitore eventualmente da aggredire”.

Il premier greco e leader del partito di sinistra, Alexis Tsipras.
Il premier greco e leader del partito di sinistra, Alexis Tsipras.

Nel caso del debito pubblico, come sottolineavamo, la particolarità greca fa sì che “dopo la ristrutturazione del 2012 buona parte del debito di Atene è ormai sottoposto a legge inglese“. Anche in questo caso torna in luce la complessità della questione perché, visto quanto scritto, “se Atene volesse convertire il suo debito in dracme le Corti di Londra darebbero ragione ai creditori condannando Atene a pagare in euro. Questa sentenza rischia poi di restare lettera morta, perché i beni ellenici eventualmente aggredibili per soddisfare i creditori sono in Grecia e non in Inghilterra: per aggredirli servirebbe quindi il riconoscimento della sentenza inglese da parte di un tribunale greco”. Inutile dire che ciò avverrebbe molto difficilmente, data la situazione che nel frattempo si sarà creata. Il problema, nel caso di una riconversione, poi, si allargherebbe anche per i debiti accumulati da imprese, banche ed enti locali, dando luogo a “lunghissimi contenziosi legali”.

Interessante, infine, anche l’eventualità che la sola ridenominazione costituisca di per sé, in base a clausole contrattuali precedentemente stipulate, un default: “in presenza di clausole del genere, lo Stato potrebbe varare una legge per rendere queste clausole non applicabili, ma a quel punto occorrerebbe chiedersi se una legge simile sarebbe conforme alla costituzione nazionale e ai trattati internazionali. E’ quindi prevedibile, in ogni caso, che da questa legge possano nascere dei contenziosi legali”. Da sottolineare, inoltre, la successiva affermazione di Sweeting: “uno Stato sovrano può fare tutto, il problema è gestire poi le conseguenze legali. Oltre, ovviamente, a quelle economiche: se uno Stato unilateralmente tradisce gli investitori, poi sarà difficile che ottenga nuovi finanziamenti in futuro”.

Tale intervista ha soprattutto il fine di ricordare la complessità della questione a quanti sostengono con estrema superficialità rinegoziazioni o veri e propri “tagli” del debito pubblico. Il caso greco, a differenza del nostro, vede una quota estremamente considerevole di titoli detenuti da investitori “pubblici”, cosa che, sul fronte interno, limita le conseguenze sui risparmi delle famiglie, ad esempio.

Propaganda e realtà: dalla campagna elettorale al negoziato

Ma la vicenda greca è anche l’ennesima controprova dell’enorme differenza che intercorre tra propaganda politica e dura realtà. L’attuale premier greco e leader del partito di estrema sinistra Syriza, Alexis Tsipras, nel corso della campagna elettorale aveva promesso di “dimezzare” il debito pubblico, ma le posizioni ora – dopo vari ondeggiamenti del premier, così come dell ministro dell’Economia, Yanis Vaorufakis – si sono consapevolmente ammorbidite.

Ad oggi, infatti, le richieste del Governo di Atene vedono il rispetto dei crediti verso il Fmi e (a con una condizione, negata) la Bce; la trasformazione dei prestiti bilaterali verso i governi dell’Eurozona dell’Efsf (oggi Esm) in obbligazioni legate alla crescita del Pil; la trasformazione dei bond della Bce in obbligazioni perpetue (cosa come detto rifiutata); la rinegoziazione del 30% delle riforme contenute nel precedente Memorandum, in scadenza il 28 di febbraio, e la sua sostituzione con 10 nuove proposte concordate con l’Ocse; la riduzione del surplus di bilancio necessario a ripagare il debito dal 3% all’1,5 nel 2015 e dal 4,5% all’1,5 nel 2016; l’aumento di 8 miliardi di euro del limite di emissione di obbligazioni a tre mesi che oggi è fissato a 15 miliardi ed è già esaurito; la richiesta di pagamento alla Bce degli 1,9 miliardi di plusvalenze realizzati attraverso l’acquisto di bond greci con l’Smp nel 2010. Oltre a ciò naturalmente, vi è il programma di Syriza che di fatto rimette in discussione quasi per interno le riforme attuate in questi anni di crisi e che, per essere attuato, richiede risorse sull’ordine dei 10 miliardi di euro.

Per ora la Bce ha deciso di portare da 60 a 65 miliardi i crediti dell’Ela, cioè della linea di credito emergenziale destinata alle banche greche, mentre ha deciso al contempo di non accettare più le obbligazioni elleniche come collaterale. Ma i problemi per la Grecia non finiscono certo qui nel breve periodo perché gli ultimi dati economici hanno visto le entrate tributarie essere inferiori di circa 1 miliardo di euro rispetto alle attese (un margine d’errore del 23%: 3,49 mld contro i 4,54 previsti); un calo del Pil nel terzo trimestre 2014 dell0 0,2% contro attese di crescita dello 0,4%, dopo tre trimestri positivi consecutivi; ma soprattutto l’importante deflusso di depositi dalle banche elleniche pari a 21 miliardi di euro dal solo inizio dell’anno, secondo JP Morgan, e che, come il grafico qui sotto dimostra, è cominciato dalla crisi di Governo di dicembre, quando la vittoria di Syriza era nell’aria.

Depositi presenti nel sistema bancario privato greco. Fonte: Financial Times su dati della Banca centrale greca.
Depositi presenti nel sistema bancario privato greco.
Fonte: Financial Times su dati della Banca centrale greca.

Se dopo due ristrutturazioni la Grecia gode già di un trattamento di oggettivo favore sul fronte debito pubblico, la cui durata media è pari a 16,5 anni, e i cui tassi sono molto bassi, e le permettono di avere un’incidenza sul Pil pari al 4,9% (mentre quello italiano è al 5,5%, per dare un’idea); un altro aspetto spesso trascurato riguarda, invece, la soglia critica raggiunta dalle sofferenze sul debito privato. Come sottolinea Mario Seminerio riprendendo un articolo di Bloomberg: “le banche greche hanno in portafoglio crediti non performing pari ad 80 miliardi di euro”. Inoltre, “privati ed imprese hanno tasse scadute e non ancora pagate per 69,2 miliardi di euro, a cui si aggiungono contributi sociali a fondi pensione non pagati per 14,5 miliardi di euro. Il totale delle esposizioni sofferenti dei privati greci, incluso il debito fiscale e contributivo, è quindi prossima al 90% del Pil. Appare sempre più evidente che, senza una ristrutturazione del debito privato (cioè un abbattimento del suo valore attuale), il Paese è destinato a restare uno zombie”.

Tsipras ha davvero bisogno solo di tempo e non di denaro?

Il premier Tsipras ha recentemente affermato di non volere “nuovi prestiti, ci serve tempo, non denaro per fare le riforme”. Ma è del tutto evidente che, viste le promesse elettorali, l’affermazione non può stare in piedi, dati i tempi strettissimi e la scadenza del Memorandum fra due settimane, che taglierebbe di fatto i fondi di cui Atene necessita per sostenere le proprie spese correnti (ad es. pensioni).

Oltre agli aspetti economici, insomma, da un punto di vista giuridico, per evitare quel caos legale di cui abbiamo accennato, alla fine, nonostante infiniti ed inflessibili proclami la soluzione negoziale è sempre inevitabile. Ribadendo ancora una volta la diversità dell’esempio di Atene, da una parte istituzioni e Paesi europei hanno interesse affinché la vicenda non rappresenti un precedente che potrebbe invogliare altri Stati europei fortemente indebitati a chiedere rinegoziazioni e ristrutturazioni (con tutte le conseguenze che ciò avrebbe sui mercati); dall’altra il Governo greco, dopo una campagna elettorale nel segno della lotta all’austerity, ha bisogno di portare a casa qualche risultato che veda un allentamento delle politiche fiscali restrittive.

Perciò, per evitare che si arrivi al crollo dell’economia ellenica, e che questa conseguentemente esca dall’Euro, l’ipotesi più probabile vede una qualche concessione da parte europea, che permetta al Paese di respirare, ma che non sia di dimensioni tali da rimettere in discussione il percorso di riforme avviato. Anche perché Tsipras ha sì bisogno di tempo, ma ha soprattutto bisogno di soldi che non ha.

Aggiornamento delle ore 21:30 – L’Eurogruppo di oggi si è concluso con un nuovo nulla di fatto, visto che Atene ha rifiutato l’estensione del programma di salvataggio. Tsipras e Varoufakis avranno tempo fino a giovedì per decidere cosa fare, e se presentare un programma concreto e dettagliato, così che un nuovo Eurogruppo, venerdì 20 febbraio, possa esaminarne le richieste. Secondo il commissario europeo per gli Affari economici, Pierre Moscovici, il punto della questione è “trovare buona volontà e un terreno comune, dove il primo è la richiesta dell’estensione del programma e il secondo la flessibilità”. Varoufakis ha invece dichiarato che il Governo di Syriza è stato eletto “per cambiare questo programma, non per portarlo a termine, ma non ho dubbi che arriveremo ad un accordo nei prossimi due giorni, non vogliamo arrivare a un punto morto. Il problema dell’Ue è che ora c’è un Governo che mette in discussione un programma fatto dall’Europa, e la nostra difficoltà è convincere l’Europa a sostituire un programma che non ha funzionato”. I creditori internazionali insomma continuano naturalmente a volere garanzie in cambio di nuove concessioni, temporali e non, ma il Governo di Atene continua a prendere tempo ondeggiando.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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