Privatizzare i profitti (?) e pubblicizzare le perdite, ovvero la vicenda Alitalia

14/10/2013 di Federico Nascimben

Il caso, ormai un classico del capitalismo all'italiana

A leggere le notizie delle ultime settimane sulla vicenda Alitalia e Telecom sembra che, dopo una ventata di privatizzazioni nel corso degli anni ’90, l’IRI stia tornando, sotto una nuova veste, dove lo Stato, questa volta, utilizza la Cassa Depositi e Prestiti assieme alle proprie partecipate per intervenire nell’economia. Ovviamente sempre a difesa dell”italianità” dell’azienda. Ovviamente perché si tratta di “settori strategici“.

La vicenda Alitalia, gli inizi – Alitalia venne fondata nel 1947. Nel 1957 si fuse con Linee Aeree Italiane, diventando così la prima compagnia aerea del Paese. Inizialmente di proprietà dell’IRI, passò poi interamente nelle mani del Tesoro. Con la prima privatizzazione del 1996, voluta dal primo Governo Prodi, il Ministero del Tesoro mantenne la maggioranza delle quote. I risultati economici dell’azienda, storicamente, non furono mai particolarmente positivi e si aggravarono in seguito agli attentati terroristi del 2001. Nel 2006, infatti, l’azienda si trovò vicina al fallimento ed il secondo Governo Prodi cercò di vendere il 39% delle quote detenute dal Tesoro, ma l’asta andò deserta. A quel punto, nell’autunno del 2007 il governo tentò la strada della trattativa diretta.

Alitalia-Air France/KLM – Verso la fine di dicembre 2007, si strinse un accordo di massima con Air France-KLM in cui questa si impegnava a: pagare 1,7 miliardi per l’acquisto di Alitalia; licenziare 2100 dipendenti; ridurre la flotta a 149 aerei; mantenere le rotte che Alitalia deteneva all’epoca. Ma nel gennaio 2008 il Governo Prodi perse la fiducia al Senato, e accettò le condizioni della trattativa solo nel marzo dello stesso anno, quando ormai era chiaro che il vincitore delle vicine elezioni sarebbe stato Silvio Berlusconi, il quale si era dichiarato pubblicamente contrario alla vendita di Alitalia ai francesi per “preservare l’italianità della compagnia“. Visto che nel frattempo anche i sindacati si erano sfilati dalla trattativa, Air France-KLM ritirò la sua offerta, poiché – stando alle parole dell’allora presidente della compagnia – “in questo settore nessuna operazione di questo tipo si può fare in modo ostile e contro un governo“.

Berlusconi e il suo Governo sono stati gli attori principali della vendita di Alitalia ai "capitani coraggiosi".
Berlusconi e il suo Governo sono stati gli attori principali della vendita di Alitalia ai “capitani coraggiosi”.

L’intervento dei “capitani coraggiosi” – Nell’estate del 2008 prese vita la Compagnia Aerea Italiana (CAI), ovvero una società formata da diversi imprenditori italiani. L’operazione fu voluta e sostenuta direttamente da Berlusconi e dal suo Governo, anche grazie ad un prestito ponte da 300 milioni necessario a mantenere in vita la società fino al sopravvenuto acquisto da parte del CAI. La nuova Compagnia Aerea Italiana, neoproprietaria di Alitalia, era formata da diversi gruppi (Benetton, Riva, Marcegaglia, Ligresti, Gavio, Angelucci) e da alcuni imprenditori privati come Tronchetti Provera, Colaninno e Toto; tutti divenuti celebri grazie all’espressione “capitani coraggiosi“, intervenuti per preservare l’italianità dell’azienda. Regista dell’operazione fu l’allora Amministratore Delegato di Intesa Sanpaolo (ed ex Ministro dello Sviluppo Economico), Corrado Passera. L’operazione è sempre stata pesantemente criticata a causa di diversi conflitti d’interesse all’interno della CAI: Marcegaglia era Presidente di Confindustria; Colaninno vedeva il proprio figlio come Ministro ombra nel PD; Tronchetti Provera e Benetton erano (e sono) concessionari dello Stato. L’altro aspetto fortemente criticato era dovuto al fatto che il CAI acquistò solamente la parte “sana” dell’azienda per 1 miliardo di euro, mentre la “bad company”, contenente le componenti indebitate, venne lasciata allo Stato. Inoltre, gli esuberi di personale dipendente furono pari a 7000 unità (con 7 anni di Cassa Integrazione garantita dallo Stato) e al CAI venne garantito il monopolio sulla tratta Milano-Roma.

Alitalia oggi, la nuova crisi – Nel dicembre 2012, Ettore Livini pubblica su Repubblica un articolo in cui viene dato conto della nuova e difficile situazione in cui versa Alitalia. Il problema era serio, visto che a Gennaio 2013 scadeva il divieto per i capitani coraggiosi di vendere le proprie azioni (il c.d. lockup); eventualità, questa, che comunque deve vedere l’assenso del CdA (che può esercitare tale clausola entro il 28 ottobre). L’unico possibile acquirente, anche questa volta, è Air France-KLM che già detiene il 25% delle quote, cosa che lo rende azionista di maggioranza. A questo punto, per evitare di ritrovarsi da capo e vendere Alitalia ad una società estera – ma a condizioni nettamente peggiori rispetto a quanto si era profilato nel 2008 -, interviene nuovamente il Governo attraverso le sue partecipate: prima si tenta, senza successo, il coinvolgimento di Trenitalia (diretta concorrente di Alitalia sulla tratta Milano-Roma), e poi, infine, quello di Poste Italiane. Quest’ultimo ha successo: Poste Italiane entrerà nel capitale sociale dell’azienda con 75 milioni di euro – diventando così secondo azionista di maggioranza con una quota del 12% circa -, e parteciperà all’aumento di capitale di 300 milioni di euro che, di fatto, permetterà di evitare, almeno temporaneamente, il fallimento. Gli altri soci privati parteciperanno all’aumento con 150 milioni di euro complessivi. L’operazione permetterà, inoltre, a Intesa Sanpaolo e Unicredit di concedere nuovi crediti per 200 milioni di euro. Complessivamente arriveranno nelle casse dell’azienda 500 milioni di euro.

Aiutini di Stato – Di fatto, tutto ciò è un nuovo salvataggio statale, visto che Poste Italiane è partecipata al 100% dallo Stato italiano (e quindi, in ultima istanza, dal governo) attraverso il Ministero del Tesoro. L’operazione, tra l’altro, ha tutti i requisiti per essere identificata come aiuto di stato, e aprire, conseguentemente, una procedura d’infrazione da parte della Commissione perché altererebbe il principio della libera concorrenza tra imprese europee.

Protezionismo all’italiana – Riprendendo il discorso iniziato nel paragrafo introduttivo, l’interventismo statale a singhiozzo in nome dell'”italianità” e del “settore strategico da difendere” nasconde un’innata vena protezionistica della politica nostrana. Tutto ciò – ovviamente – mentre l’Italia rimane uno dei Paesi sviluppati in cui non vi sono, di fatto, le condizioni per fare impresa, in cui la pressione fiscale per le aziende sfiora il 70%, dove una pubblica amministrazione pletorica e dai tempi infiniti scoraggia anche gli imprenditori più coraggiosi, e dove la lentezza e la farraginosità della giustizia civile rendono più conveniente non assolvere ai propri doveri di debitore. A questo contesto strutturale se ne somma, poi, uno di contesto: una lunga crisi economica che dal 2008 ad oggi ci ha fatto perdere il 9% del nostro Prodotto, il 25% della produzione industriale e ha fatto retrocedere di 25 anni i redditi disponibili delle famiglie italiane. Ma questi sono solo piccoli “dettagli” che non tengono conto, tra l’altro, della drammatica condizione occupazionale dei più giovani (15-29 anni).

La politica torni a fare solo “la politica” – Ciò che preoccupa maggiormente è come tutta questa operazione viene vista. Mentre dall’estero viene fortemente criticata a causa dell’atteggiamento protezionistico e anticoncorrenziale, la politica nostrana ed il Governo esprimono soddisfazione per le modalità in cui il tutto si è svolto, permettendo l’intervento dei soci privati che altrimenti non si sarebbero sbloccati. È un caso che potremmo definire scolastico e che ha avuto un’infinità di precedenti, sotto molteplici forme, ma la sostanza non è mai cambiata. Chi vi scrive non è un ultraliberista e non crede che sempre e per forza “privato sia meglio di pubblico”, ma in Italia la storia parla chiaro: lo Stato non ha mai dimostrato di essere un buon azionista e tanto meno un buon manager per i motivi noti a tutti. E peggio ancora, probabilmente, ha fatto quella commistione pubblico-privato, tipicamente italiana, che ha visto molto spesso la regia di grandi banche “di sistema”, proprio come nel caso CAI-Alitalia. È ora che venga messa la parola fine a tutto ciò: è ora che la politica torni a fare solo “la politica”, creando un contesto favorevole per fare impresa e tagliando drasticamente la spesa pubblica. Il principio dev’essere chiaro: la politica deve dettare il quadro normativo d’insieme, senza sconfinare in campi che non le competono, e lasciando le imprese, non colluse, libere di agire in un contesto che tuteli libertà e concorrenza.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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