Via Crucis. La Pasiòn de Cristo: la svolta artistica di Botero in mostra a Palermo

08/06/2015 di Simone Di Dato

“Bisogna descrivere qualcosa di molto locale, di molto circoscritto, qualcosa che si conosce benissimo, per poter essere compresi da tutti. Io mi sono convinto che devo essere parrocchiale, nel senso di profondamente religioso, legato alla mia realtà, per poter essere universale.”

Via Crucis. La Pasiòn de Cristo

La consapevolezza stilistica che Fernando Botero ha perseguito durante tutta la sua carriera, e che lo ha reso universalmente riconoscibile, a dispetto di quanto si possa pensare è il risultato di una interpretazione tutta particolare della realtà, di una sensibilità e un’intelligenza che affonda le sue radici nella cultura europea. Quando ci si trova davanti alle celebri forme rotondeggianti che sono diventate il suo marchio di fabbrica, si pensa a Botero come un pittore da satira che dipinge personaggi irreali al limite del comico con una comune intenzione naive: un’idea che non potrebbe essere più errata. Circondato da esempi di pittura popolaresca, da murales ed ex voto, l’artista colombiano è diventato molto più di un Rousseau dell’America Latina, attraverso l’indagine costante di spazi e volumi, di un’infinita varierà di stili.

Sebbene dichiari di “non aver mai dipinto nulla di diverso dal mondo come lo conosceva a Medellìn”, sua città natale, Botero ha affrontato, girando il mondo,  i problemi fondamentali della pittura venendo in contatto con i grandi classici e lo scenario artistico a lui contemporaneo: ha studiato Goya e Tiziano al Museo del Prado in Spagna, l’avanguardia francese a Parigi, i volumi e i colori di Giotto e Andrea Mantegna (che omaggerà con una sua personalissima versione de “La camera degli sposi” che gli varrà il premio), Piero della Francesca e Caravaggio in Italia, ma anche l’imitazione di Velasquez (del cui Nino de Vallecas realizzerà molte versioni), Rubens, Durer, Giorgione, Masaccio, Ingres, ai quali si aggiunge lo studio di Manet, Courbet, Bonnard, Renoir e la scoperta dell’espressionismo astratto nel corso di una mostra personale a Washington. Partendo dunque dal presupposto che l’arte sia una necessità interiore, un’esplorazione ininterrotta verso il quadro ideale, Botero conquista uno stile personalissimo in cui plasticità tridimensionale e volumetrica prendono il sopravvento sulla tela, fino ad“inventare” una deformazione anatomica che non comprende solo figure umane dilatate e spesso dalle forme insolite, ma che investe alberi, animali, edifici, e qualunque oggetto ritratto e dove il colore, sempre tenue e mai esaltato, è steso in campiture piatte e uniformi, prive di contorni.

Ciò che colpisce delle sue tele è una realtà fittizia satura di contraddizioni in cui si alternano interni ed esterni, ricchezza e povertà, scenari colmi di personaggi e altri con pochi protagonisti. Ecco allora la squallida camera d’albergo in cui due “Amanti” (2003) si abbracciano goffamente occupando l’intera scena, una “Ballerina alla sbarra” (1988) che rovescia completamente tutte le aspettative regalando al corpo paffuto della ragazza una leggerezza inaspettata, oppure l’enigma e l’inquietudine di un’affollata quotidianità ne “La casa di Amanda Ramirez” (1988), in cui l’atmosfera rosa confetto avvolge senza fatiche amplessi, faccende domestiche e conversazioni.

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E’ chiaro allora che al di là dell’eccellente pittura del maestro, il comune denominatore che lega inevitabilmente la sua produzione sembra essere la pressochè totale assenza di emozioni, di sentimenti, di introspezione psicologica dei personaggi, di queste donne e questi uomini considerati deformi e comici, di cui si conserva un’età puberale nonostante la stazza. Non a caso, scrisse Leonardo Sciascia a tal riguardo: “ Gli ‘obesi’ di Botero sono anime morte: ma nel senso che dicono della morte dell’anima. Sono elementi passivi di un mondo uniformemente e imperscrutabilmente governato dal prodotto, dalla confezione, dal bell’e pronto. Fanno pensare ai polli d’allevamento, ai supermercati, alle mense aziendali, ai viaggi in comitiva. In loro è assente la gioia come è assente il dolore: il loro riposo è soltanto una pecorile fissità che nemmeno si può dire oblio o rassegnazione. Stanno semplicemente lì, ad occupare l’aria o ad innalzar visi, come involucri leggeri, pieni di vento.”

Cambia decisamente le carte in regola la mostra “Via Crucis. La Pasiòn de Cristo”, che ancora fino al 21 giugno sarà ospitata dalle prestigiose sale del Palazzo Reale di Palermo, noto anche come Palazzo dei Normanni sito nel nucleo più antico della città. Reduce dal successo ottenuto a New York, Medellin, Lisbona e Panama, l’esposizione sbarcata in Sicilia presenta al pubblico  27 dipinti ad olio e 34 disegni che attraverso il tema religioso della “via della croce”, e quindi del percorso che portò il Cristo alla crocifissione sul Golgota, testimonia una significativa svolta artistica nella carriera di Fernando Botero. “Mescolando certe realtà latinoamericane col tema biblico”, l’artista colombiano ricorre per la prima volta alla resa delle emozioni, in particolare del dolore del Cristo tra la folla, il dramma del suo capo ritratto agonizzante e bagnato dal sangue, e ancora la disperazione di Maria con il figlio esamine. La continuità del vecchio che si accompagna ai mutamenti, i colori più decisi e forti,  esaltano la potenza di queste nuove composizioni. Anche questa volta l’elemento caricaturale si esaurisce in sé stesso, ma le contraddizioni non mancano. Che abbia un ruolo provocatorio o meno la folla di grotteschi e rozzi passanti attorno al martire, o il Giuda verde munito di orologio d’oro, o ancora il Cristo crocifisso a Central Park, non è assolutamente determinante, non tanto almeno, quanto la sofferenza e il dolore che irrompono inedite sulle tele e che provano il nuovo corso del lavoro di Botero.

Info:
“Via Crucis. La Pasiòn de Cristo”
Palazzo Reale, Palermo
21 marzo – 21 giugno 2015
www.boteropalermo.it

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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