Venti di guerra nel Sahara Occidentale?

14/05/2016 di Sabrina Sergi

Sembra lontana, nonostante l’ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la fine del conflitto tra Marocco e Fronte Polisario. E tra le tensioni con l’ONU e il tentativo di negoziare un’ampia autonomia, nella regione nord-occidentale dell’Africa si insinua inevitabile il rischio jihadista

Sembra che stia soffiando un vento nuovo sulle coste di Sagua el Hamra e Rio de Oro, i territori che costituiscono l’oggetto del contendere tra Marocco e il Fronte Polisario (Frente Popular para la Liberaciòn de Sagua el Hamra y Rio de Oro, appunto) – costituitosi nel febbraio 1976 come Repubblica araba Sahrawi democratica (RASD). Il 30 aprile, infatti, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato la risoluzione 2285 (2016), con la quale è stata rinnovata la missione di peacekeeping MINURSO (United Nations Mission for the Referendum in Western Sahara), almeno fino ad aprile 2017. Questa missione è una tra le più longeve della storia onusiana, essendo stata infatti avviata nel 1991, con lo scopo di sorvegliare il cessate-il-fuoco in una guerra che si protraeva dal 1975, garantendo inoltre lo svolgimento di un referendum che ponesse definitivamente la parola fine al conflitto.

Tuttavia, a quarant’anni dall’inizio della contesa, né l’ONU né la diplomazia bilaterale sono riusciti a risolvere la questione. Al contrario, il voto al Consiglio di Sicurezza dello scorso aprile, è stato preceduto da un’escalation di tensione, fortunatamente limitata a soli gesti dimostrativi, che ha coinvolto addirittura il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. Ai primi di marzo, in occasione della sua visita nei campi profughi Sahrawi siti nel deserto algerino vicino a Tindouf, il Segretario dell’ONU ha definito la situazione del Sahara Occidentale una vera e propria “occupazione”. Sebbene pochi giorni dopo la suddetta dichiarazione sia stata smentita, queste parole hanno provocato le proteste del governo marocchino, concretizzatesi con l’espulsione di 75 funzionari civili della MINURSO dal Paese. Inoltre, come ha sottolineato l’ambasciatore del Marocco all’ONU Omar Hilale, il Regno di Mohammed VI ha mal digerito la visita di Ban Ki-moon a Bir Lahlou nei territori contestati, dove è stato accolto sotto la tenda del rappresentante del Fronte Polisario alle Nazioni Unite, Ahmed Boukhari.

Anche dal punto di vista del Fronte Polisario non sono mancate dichiarazioni forti contro il governo marocchino. A due settimane dal voto, il leader del Fronte, Mahmoud Abdelaziz, ha inviato una lettera al Segretario Generale dell’ONU per fare pressioni sul Marocco, minacciando il ricorso alla “battaglia armata”, peraltro legittimata dalle Nazioni Unite nel caso di popoli assoggettati a regime coloniale. A questa missiva sono seguiti annunci per mezzo stampa da parte di altri esponenti del Polisario, tra i quali anche esponenti militari, che si sono detti pronti “a prendere le armi” contro Mohamed VI. Probabilmente le provocazioni sono state in qualche modo necessarie a dare un impulso al rinnovo del mandato MINURSO, nella speranza che il CDS potesse sanzionare il regno alawita per le violazioni sui diritti umani. La nuova risoluzione prevede in effetti una stretta sul controllo dei diritti umani nei territori contesi e controllati dal Marocco, ma in caso di violazione non prevede penalità. Anzi, secondo la stampa marocchina, si tratterebbe di una vera e propria “vittoria ad interim” per il regno, visto che nella risoluzione non è menzionata una soluzione obbligatoriamente orientata al referendum.

Questo apre per il Marocco un ampio spazio di manovra per negoziare una soluzione alternativa alla concessione dell’indipendenza del Sahara Occidentale. Già avanzata nel 2007 con la risoluzione 1754, la proposta del regno alawita è quella di concedere un’ampia autonomia al popolo Sahrawi entro la propria autorità politica. Come affermato dal professore marocchino Samir Bennis sul sito di Morocco World News, il margine temporale di un anno lasciato dalla risoluzione 2285 servirà al Paese per lavorare proprio in questo senso. Senza dimenticare che esso coincide con il cambio di leadership prevista non solo negli Stati Uniti, ma anche all’ONU. Naturalmente, il rafforzamento dell’ipotesi autonomista implicherebbe un ulteriore acuirsi della situazione militare, viste le premesse poste dai membri del Polisario: in pratica ciò si tradurrebbe in un ritorno alla lotta armata.

Il fantasma del caos aleggia così sulla regione sahelo-sahariana, anche perché tanto il capo del Fronte Polisario Abdelaziz, che il presidente algerino Bouteflika, sostenitore del Fronte, sarebbero gravemente malati, rispettivamente il primo è stato colpito da un ictus e il secondo da un tumore al polmone. Questo non fa che aprire un’ulteriore lotta intestina per la successione, pericolosa soprattutto per il Polisario, che vede come favorito Mohamed Lamine Bouhali, rappresentate dell’ala dura del movimento. Un ultimo aspetto sul quale è necessario soffermarsi, è quello relativo al “contagio” jihadista che, come accaduto anche per i movimenti autonomisti di altri Paesi africani (vedi Mali), si insinua nel malcontento diffuso tra le minoranze in cerca di riscatto.

Già un ex membro di spicco del Polisario, Abu Walid Al-Sahrawi, ha sposato la causa jihadista, autoproclamandosi “emiro dello Stato Islamico nel Grande Sahara” in un messaggio audio che sarebbe pervenuto all’emittente televisiva Al Jazeera e nel quale egli avrebbe anche minacciato attentati nella zona e contro MINURSO. Nato e cresciuto in uno dei campi di Tindouf, egli potrebbe rappresentare una speranza più concreta di raggiungere l’indipendenza per i giovani Sahrawi che vivono in condizioni molto precarie, pertanto il pericolo di radicalizzazione è tutt’altro che remoto. Qualora il contesto dovesse continuare ad evolversi in questo senso, un’escalation è tutt’altro che un ipotesi remota. La contesa finora ha subito soprattutto le influenze di Marocco e Algeria, che spesso hanno strumentalizzato la questione per affermare il proprio dominio su tutta la fascia dell’Ovest nordafricano, come sostenuto dalla professoressa Khadija Mohsen-Finan, ricercatrice presso The French Institute for International and Strategic Affairs (IRIS). Tuttavia, il vuoto di potere che si sta creando in Algeria – ed il suo conseguente indebolimento – più che lasciare un vantaggio al Marocco potrebbe, in realtà, causare un aggravamento della situazione, capace di rendere la situazione dell’intera area ancora più fragile.

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Sabrina Sergi

Laureata magistrale in Scienze della Politica a Lecce, con 110 e lode, ha approfondito i suoi studi di politica internazionale presso l’ISPI di Milano, dove ha frequentato il Master in Diplomacy. Passioni collaterali: scrittura, letteratura e storia.
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