Venti di guerra allontanati da un inedito “accordo” tra Israele ed Hezbollah

02/02/2015 di Michele Pentorieri

Gli scontri registrati nella zona nelle ultime settimane (i più gravi dalla guerra del 2006), facevano presagire il peggio. E invece, almeno stavolta, il pericolo di operazioni militari su larga scala sembra essere scampato

Hezbollah, Israele

Il 28 Gennaio una pattuglia dell’esercito israeliano è stata colpita da un missile anticarro nei pressi dell’area delle fattorie di Shebaa, sulle alture del Golan. I morti sono stati due, mentre Hezbollah non ha tardato a rivendicare l’azione. L’attacco testimonia una volta di più quanto la piccola area (lunga 14 km e larga appena 2 km) costituisca una delle zone più sensibili e contese dell’intero Medio Oriente. Situata sulle pendici del monte Hermon, questo territorio rappresenta la congiunzione tra Libano, Siria e Israele. Mentre i primi due rivendicano l’appartenenza del territorio al Paese dei cedri, lo Stato ebraico lo include nella zona delle alture del Golan, da esso amministrata. In realtà, l’attacco degli estremisti sciiti è stata solo la punta dell’iceberg di una situazione di conflitto a bassa intensità che durava da un po’. Nell’ambito della campagna volta a prevenire l’infiltrazione di cellule terroristiche all’interno del proprio territorio, Israele stava già conducendo raid aerei contro le postazioni di Hezbollah. Proprio durante uno di questi raid, dieci giorni prima, l’aviazione israeliana aveva ucciso 7 militari, di cui 6 libanesi, provocando l’ira del “Partito di Dio”.

La reazione all’attacco di Hezbollah è stata come sempre tempestiva: alcuni raid si sono abbattuti sul territorio libanese ed un casco blu spagnolo dell’UNIFIL – la forza di interposizione delle Nazioni Unite in Libano – è stato ucciso. In questo caso, è stato il governo di Mariano Rajoy ad alzare la voce chiedendo all’ONU, per bocca del Ministro degli Esteri Garcia-Margallo, di fare piena luce sull’accaduto. Israele, dal canto suo, ha fatto rientrare le sue azioni nell’ambito del tanto caro diritto all’autodifesa. Non solo: Netanyahu si è lasciato andare a minacce nemmeno troppo velate quando ha esortato i propri nemici a tenere vivo il ricordo di quanto successo a Gaza la scorsa estate con l’operazione Protective Edge, nella quale l’esercito della stella di Davide aveva scatenato una pesante rappresaglia a seguito dell’uccisione di tre adolescenti israeliani per mano di due membri di Hamas. Insomma, fin qui sembrava il classico prologo di un’ennesima guerra tra Israele ed uno dei suoi tanti nemici.

Eppure, diversi fattori hanno fatto sì che agli scontri, seppur gravi, non seguissero azioni militari su larga scala. Già un comunicato di Hezbollah del 29 Gennaio, fatto pervenire a Israele tramite l’UNIFIL, aveva espresso la volontà di Nasrallah e dei suoi uomini di non esacerbare gli scontri e di voler anzi porre fine all’escalation di violenza. Poco dopo, anche lo Stato ebraico ha fatto sapere, tramite lo stesso canale, di essere dello stesso avviso. Le interpretazioni possibili a questa singolare comunità d’intenti sono varie, ma la vera ragione è che uno scontro militare a tutti gli effetti sarebbe stato controproducente per entrambe le fazioni. Israele, nonostante possa contare sull’esercito più temibile ed efficace della zona, teme i missili di Hezbollah, di provenienza iraniana, molto più di quelli usati da Hamas in estate. Dal canto suo, il partito estremista sciita è fin troppo consapevole che stornare forze dalla Siria – nella quale combatte al fianco di Bashar al-Assad – ed aprire un altro fronte di guerra, avrebbe effetti deleteri.

Accanto a queste logiche di carattere squisitamente militare, non può escludersi quanto, a favorire l’accordo – seppur rudimentale e di incerta durata -, siano intervenuti fattori politici. Non è azzardato, infatti, ipotizzare possibili pressioni su Hezbollah dello stesso regime siriano, affinché non diminuisse il suo appoggio alla causa contro-insurrezionalista. Inoltre, non va dimenticato l’ascendente – eufemisticamente parlando – che l’Iran può vantare sul partito di Nasrallah. In un periodo in cui il Paese cerca, grazie alle sue forze moderate, di uscire dall’isolamento diplomatico al quale era stato relegato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, è plausibile supporre che proprio tali forze siano intervenute per gettare acqua sul fuoco.

Nel frattempo, nello Stato ebraico ci si prepara alle elezioni del 17 Marzo, il cui esito appare più che mai incerto. I sondaggi, per ora, attribuiscono un lieve vantaggio alla coalizione di centro-sinistra, a scapito di quella di centro-destra, guidata da Netanyahu. L’annuncio dei partiti degli arabi israeliani, intenzionati a presentarsi all’appuntamento elettorale uniti in un’unica lista, potrebbe spingere la minoranza araba presente in Israele a ritornare alle urne, dopo un boicottaggio che perdura da tempo. Se davvero gli arabi israeliani tornassero massicciamente al voto, accordando la loro preferenza alla neonata lista, e se nessuno dei due maggiori partiti riuscisse ad ottenere la maggioranza assoluta, – scenario che appare, allo stato attuale, più che probabile- la suddetta lista potrebbe contare su un discreto numero di seggi e, di conseguenza, su un potere negoziale enorme.

In attesa di capire se (e quanto) la tregua tra le parti durerà, il pericolo di un’altra escalation di violenza in Medio Oriente sembra per ora essere scampato. Certo, la comunità d’intenti è basata su calcoli militari e politici ben precisi, e non su un reale interesse alla pacificazione della zona. Ma viste le ripercussioni che gli scontri degli ultimi anni hanno avuto sulla popolazione civile araba, quest’ultima farebbe meglio a gioire per il fragile accordo piuttosto che esultare ad ogni razzo di Hezbollah andato a segno. Anche perché, nel caso in cui Israele avesse reagito con una nuova operazione militare su larga scala, sarebbe stata essa stessa, una volta di più, a pagarne le conseguenze più gravi.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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