Venezuela: Maduro e Obama, se la strategia USA rischia il fallimento

20/03/2015 di Francesco Lorenzini

A due anni dalla morte di Hugo Chávez il quadro politico del Venezuela è diventato sempre più complesso. Ma la strategia messa in atto da Obama rischia di rivelarsi l’ennesimo fallimento di Washington in politica estera

Maduro, Venezuela e USA

Il 9 Marzo 2015, il Venezuela è diventato il decimo Stato al mondo ad essere considerato una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Barak Obama ha infatti firmato un Executive Order in base al quale la Repubblica Bolivariana entra a far parte nella blacklist, affiancando stati come Russia, Iran e Siria. La decisione porta con sé anche l’inserimento di alcune sanzioni mirate per sette esponenti del governo venezuelano, considerati colpevoli di aver violato i diritti umani del paese durante le proteste degli ultimi due anni.

Le relazioni tra Washington e Caracas non sono state mai, nel recente passato, così problematiche. Maduro ha infatti risposto con durezza alla presa di posizione americana, ritirando il proprio ambasciatore e comparendo in tv per denunciare al paese quella che ai suoi occhi è una chiara ingerenza di stampo imperialista. Durante la diretta, il Presidente venezuelano ha definito eroi i sette esponenti colpiti dalle sanzioni, ed ha inoltre nominato uno di loro, il Generale Gonzàlez Lopez, Ministro degli Interni, lanciando un chiarissimo segnale ad Obama: se l’intenzione era quella di intimidire la leadership dello stato sud americano, la reazione è stata, almeno sul momento, esattamente opposta.

Tuttavia, occorre specificare, che aver mostrato i muscoli al nemico a stelle e strisce, nella realtà dei fatti, non significa che Caracas sia in una posizione semplice, tutt’altro. Maduro si trova a dover affrontare criticità enormi: su tutte la crisi economica, profondissima, causata da anni di politiche temerarie e fallimentari, quali il controllo dei prezzi direttamente nei negozi e l’imposizione di un tasso di cambio irrealistico.

I frutti di questo interventismo distorto sono un tasso d’inflazione che ha toccato il 63% nel Gennaio 2015 e una diminuzione prevista del Pil dell’1% a fine anno. Una crisi aggravatasi a causa della drastica riduzione del prezzo del petrolio, vera e propria catastrofe per un’economia che si sorregge quasi esclusivamente sulle esportazioni di greggio. Le conseguenze di questa situazione sono drammatiche: senza i proventi petroliferi il Venezuela non ha la valuta straniera necessaria per acquistare beni di prima necessità, soprattutto alimentari.

Anche se ancora non sono stati resi pubblici i dati sull’andamento del PIL dalla Banca centrale, le stime di quasi tutte le istituzioni internazionali parlano di una contrazione vicina al 3%. Gli strumenti di politica economica (quello fiscale e monetario) sono stati utilizzati piuttosto male. Si prenda come esempio il tasso di cambio. Esistono tre cambi ufficiali, per utilizzi differenti, e un tasso di mercato: alla fine di febbraio 1 dollaro poteva essere comprato con 6.3, 12, 52 oppure 176 bolivar.

Ovviamente, ciò ha comportato l’inasprimento di un quadro sociale e politico già particolarmente polarizzato. Alle proteste post-elettorali del 2013, di chiara matrice antichavista, si sono infatti aggiunte nell 2014 tumulti legati più a motivazioni prettamente economiche, quali appunto la penuria di beni di prima necessità nei negozi. La diffusione delle manifestazioni di dissenso, per lo più pacifiche, hanno indebolito sempre di più l’azione di governo, che ha spesso deciso di rispondere con la violenza.Il 16 Marzo, di fronte ad una situazione sempre più ingestibile, l’Assemblea Nazionale ha conferito a Maduro il potere di governare per decreto fino almeno al 31 dicembre di quest’anno.

Proprio la sistematica violazione dei diritti umani contro i manifestanti ha rappresentato il pretesto con cui l’amministrazione Obama ha deciso di intervenire nella crisi, per tentare di accelerare la caduta del governo venezuelano, considerato dagli Usa come il principale avversario in Sud America. Con la stessa chiave di lettura si deve leggere anche il presunto colpo di Stato denunciato dalle autorità venezuelane. Il 20 Febbraio Nicolas Maduro ha infatti annunciato l’arresto del sindaco di Caracas Antonio Ledezma e dei due capi dell’opposizione Maria Corina Machado e Leopoldo Lopez, in quanto accusati di aver ordito un golpe militare con la collaborazione di alcuni funzionari dell’ambasciata USA. Il governo americano ha chiaramente rigettato le accuse, denunciato a sua volta l’autoritarismo dilagante.

La decisione degli USA di colpire così platealmente l’avversario potrebbe però nascondere più insidie che vantaggi. Prima di tutto le sanzioni contro il Venezuela rappresentano un grosso ostacolo alle trattative per un disgelo tra Cuba e gli americani. Se dovesse tramutarsi in uno stop totale, si tratterebbe di un duro colpo per un’amministrazione, quella Obama, che è già andata incontro a clamorosi fallimenti in politica estera, basti pensare ai casi Ucraina e Siria e alle difficoltà quotidiane sul fronte iraniano, anche dopo la rielezione di Netanyahu.

Secondo boomerang della decisione di Washington è stato l’aver ricompattato il consenso su cui può contare Maduro, consegnando al leader venezuelano una facile ed efficace propaganda anti-imperialista molto sentita da una larga fetta della popolazione. Immediatamente, poi, gli stati sud-americani, hanno mostrato la propria solidarietà a Caracas: già il 14 Marzo, l’Unione delle Nazioni Sud Americane (UNASUR), dopo un summit di emergenza tenutosi a Quito, ha chiesto agli Stati Uniti di fare un passo indietro. Alcuni capi di Stato latino-americani si sono spinti più in là: in particolare il Presidente dell’Ecuador, Correa ha definito l’intervento Usa come un atto illegale ed un attacco inaccettabile alla sovranità del Venezuela.

Senza contare che, in riferimento ad un eventuale Golpe, l’appoggio a Maduro sarebbe incondizionato: sia l’UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane) che il MERCOSUR (il Mercato Comune Sudamericano), di cui fa parte il Venezuela, hanno adottato una clausola democratica, applicabile in caso di rottura o minaccia di rottura dell’ordine democratico, di violazione dell’ordine costituzionale ovvero di qualsiasi situazione che possa mettere a rischio il legittimo esercizio del potere e dei principi democratici. Le due istituzioni potrebbero sospendere la partecipazione del Venezuela ai due accordi, chiudere le frontiere, limitare il commercio e adottare sanzioni politiche e diplomatiche addizionali.

Un’ulteriore riprova, se mai ce ne fosse bisogno, che la parte meridionale del continente non sembra avere nessuna voglia di rientrare nella sfera di influenza degli Stati Uniti d’America.


con il contributo di Vincenzo Romano

The following two tabs change content below.

Francesco Lorenzini

Laureato in Giurisprudenza. è attualmente iscritto al Master in Cooperazione Internazionale presso l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano. Ha partecipato al programma Erasmus, studiando per sei mesi presso l'Université de Provence. Da sempre appassionato di politica estera, parla correntemente inglese e francese.
blog comments powered by Disqus