Venezuela: il sogno bolivariano verso il tramonto

01/07/2015 di Marvin Seniga

A due anni dalla morte di Chavez, il sogno di un chavismo sin Chavez sembra essere giunto alla fine. A dicembre un Venezuela disastrato tornerà alle urne, e Maduro appare sempre più in difficoltà

Venezuela

Nella Repubblica Bolivariana del Venezuela ogni giorno che passa il sogno del chávismo sin Chávez sembra essere sempre più un’utopia. Nicolas Maduro, manca dello stesso carisma e della stessa leadership che hanno contraddistinto, invece, il suo predecessore che, prima di morire a causa di un tumore, per quindici anni – dal 1998 al 2013 – era stato in grado di mantenere saldamente il controllo del paese, riscuotendo un ampio sostegno popolare.

Hugo Chávez salì al potere nel 1998, vincendo inaspettatamente le elezioni presidenziali che si tennero il 6 dicembre di quell’anno, la sua vittoria fu un punto di svolta per tutta l’America Latina, aprendo la strada a quella marea di governi di sinistra che negli anni duemila cambiarono l’immagine politica di quasi tutto il Sudamerica. Con Chávez il Venezuela divenne uno dei paesi leader a livello regionale, nel 2004 insieme alla Cuba di Fidel Castro venne fondata l’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe) – a cui in seguito aderirono l’Ecuador, la Bolivia e il Nicaragua – la quale ruppe, per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, la quasi totale egemonia esercitata dagli Stati Uniti sulla regione. Inoltre, furono instaurate importanti partnership politiche e commerciali con alcuni dei più rilevanti paesi sulla scena globale, al di fuori del mondo occidentale, come la Cina, la Russia e l’Iran.

I punti di forza del chávismo con Chávez erano tre: un’indiscussa abilità retorica, capace di garantirgli il pressoché indiscusso sostegno delle masse; una notevole lungimiranza politica, che lo portò a non rompere mai del tutto le relazioni con il vicino nordamericano, che malgrado i contrasti rimane tutt’oggi il principale acquirente del petrolio venezuelano; ed infine la sua idea di petrodiplomacy, che consisteva nell’utilizzare il petrolio come uno strumento per favorire l’instaurazione di nuove relazioni politiche e commerciali con potenze emergenti come la Cina, e per rafforzare il legame con i paesi latinoamericani più interessati a seguire il modello chávista.

Se il quindicennio di Chávez è stato caratterizzato da successi sia sul piano interno che su quello esterno, il biennio di Maduro non sembra sin qui esser stato altrettanto positivo. Oggi il Venezuela è un paese in piena crisi economica, politica e sociale. Il recente crollo del prezzo del petrolio, che rappresenta il 95% delle esportazioni venezuelane e la principale fonte di entrate per il bilancio pubblico dello Stato, ha aggravato ulteriormente la già critica situazione economica del paese sudamericano.

L’inflazione è da tempo completamente fuori controllo, le misure adottate dal governo per cercare di controllare il fenomeno hanno avuto, sino ad ora scarsi risultati. Maduro continua a mantenere fisso, gonfiandolo all’inverosimile, il tasso di cambio ufficiale tra dollaro e bolivar, per cui un dollaro vale 6 bolivar. Tuttavia lo stato dell’economia del paese non è in grado di sostenere una tale sopravvalutazione della propria moneta e, per il cittadino comune trovare dollari scambiabili al tasso di cambio ufficiale proposto dal governo è di fatto impossibile. Sul mercato nero, invece, occorrono quasi trecento bolivar per acquistare un dollaro, cinquanta volte più del tasso di cambio ufficiale stabilito dal governo.

La carenza cronica dei beni di prima necessità – come farina, latte, burro, zucchero, ecc..-  nei supermercati ha favorito inoltre la nascita di un mercato parallelo – deregolamentato e che risponde esclusivamente alla logica della domanda e dell’offerta – che è divenuto l’unico luogo dove i più fortunati possono trovare a prezzi decisamente più alti – perché influenzati dal tasso di cambio reale tra dollaro e bolivar – rispetto a quelli stabiliti dal governo quei prodotti che altrimenti sono introvabili.

La grave situazione economica del paese ha naturalmente avuto dei contraccolpi anche a livello politico e sociale. L’accusa nei confronti degli Stati Uniti, artefici secondo la propaganda di essere i manovratori dietro alla crisi del Paese, non sembra più essere in grado di convincere – in un periodo di crisi così profonda – in modo efficace, né di nascondere o far passare in secondo piano un cronico malaffare che caratterizza anche diversi membri del governo di Maduro. Negli ultimi anni sono aumentate le manifestazioni di protesta nei confronti del governo, la risposta offerta da Maduro è stata una feroce repressione contro i manifestanti, che ha causato diversi morti e una dura condanna della comunità internazionale, in primis degli Stati Uniti.

Sull’onda della repressione contro i movimenti di protesta sono stati inoltre arrestati anche diversi leader di alcuni dei principali partiti di opposizione, come Leopoldo Lopez e il sindaco di Caracas Antonio Ledezma, accusati di essere al servizio di agenti stranieri e di aver fomentato le proteste di piazza allo scopo di destabilizzare l’attuale governo. Il Venezuela di Maduro sembra così sempre più un lontano parente di quello di Chávez. Di fatto l’attuale presidente continua a sopravvivere grazie a quelle special partnership create dal suo predecessore con la Cina e con la Russia, che continuano a sostenere economicamente il paese sudamericano, garantendogli quei finanziamenti che permettono ancora al Venezuela, pur tra mille difficoltà, di sopravvivere .

In questo contesto, il 22 giugno è stata fissata la data per le prossime elezioni legislative che si terranno il 6 dicembre, lo stesso giorno in cui Chávez vinse le elezioni presidenziali nel 1998. In vista di queste elezioni, ventinove partiti di opposizione si sono recentemente uniti in un’unica eterogenea coalizione per cercare di togliere al Partito Socialista Unito di Nicolas Maduro la maggioranza nell’Assemblea Nazionale. Dopo diciassette anni di chávismo, e soltanto due anni dopo la morte di Chávez, il Venezuela potrebbe per la prima volta cambiare orientamento politico.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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