Venezuela, dollarizzazione e la lezione per l’Ue

26/05/2015 di Alessandro Mauri

E se Italia e Grecia decidessero di uscire dall'euro? La lezione ci viene dalla crisi valutaria che sta attraversando il Venezuela

Venezuela

Non è solo la Grecia a preoccupare gli analisti, anche in Sudamerica alcuni paesi versano in situazioni economiche a dir poco disperate: oltre all’Argentina, infatti, anche il Venezuela è alle prese con una crisi difficilmente superabile.

Il cambio del Bolivar – Gli esperti di questioni sudamericani da giorni registrano preoccupanti dati sul cambio del Bolivar, la valuta nazionale del Venezuela, al mercato nero. La moneta venezuelana infatti, già oggetto di pesanti svalutazioni, è quotata con almeno 3 cambi ufficiali: quello principale scambia a 6,3 con il dollari, mentre gli altri, che si determinano sulla base di aste per transazioni commerciali, non superano i 200 bolivares per dollaro. Ebbene, al mercato nero, questo rapporto ha già superato i 400 bolivares per dollaro, ed è evidente come questo sia il preludio ad un vero è proprio crollo definitivo della già estremamente debole moneta del Venezuela. Ben presto il dollaro, richiestissimo sul mercato nero – dal momento che quello ufficiale è artificialmente mantenuto ad un livello incompatibile con la reale forza dell’economia del Paese – potrebbe di fatto sostituire il bolivar, facendo iniziare una fase che viene definita dollarizzazione dell’economia.

La dollarizzazione – La dollarizzazione è un fenomeno monetario che può verificarsi in casi di iperinflazione, quando i cittadini e le imprese, rendendosi conto che la moneta nazionale ha un potere di acquisto in caduta libera, decidono di cedere questa moneta in cambio di una più forte e stabile, il che nella maggior parte dei casi significa dollari statunitensi. Proprio questo fenomeno sta attraversando il Venezuela, che sta facendo fronte ad una inflazione che si aggira attorno al 70%, e in particolare le sue imprese che, sempre più numerose, non accettano più bolivares ma effettuano le transazioni esclusivamente in dollari. Tutto questo senza che il governo abbia interesse ad intervenire, dal momento che l’alternativa è l’abbandono in massa delle imprese straniere che operano nel Paese (Ford e American Airlines, per esempio), nonostante tutti i proclami propagandistici contro i colonialisti statunitensi. Dal momento che il processo pare ormai avviato, e la dollarizzazione comporta effetti molto pesanti sulle economie dei Paesi coinvolti, difficilmente sarà possibile tornare indietro.

Le contromosse – Una volta che il dollaro ha sostituito di fatto la moneta nazionale, si perde il controllo del cambio e di qualsivoglia operazione di politica monetaria. Non avendo una moneta che reagisce agli squilibri della bilancia commerciale, per poter correggere tali fluttuazioni occorre innanzitutto imporre dazi molto elevati sulle importazioni, con l’inevitabile conseguenza di far contrarre in maniera significativa il potere d’acquisto delle famiglie e, di conseguenza, la domanda interna; inoltre occorre attrarre in qualunque modo aziende e investimenti esteri, per riequilibrare il saldo delle partite correnti. Tutto questo prende il nome di svalutazione interna, che si affianca, come detto, alle politiche di distruzione della domanda interna, per ridurre il costante deflusso di moneta pregiata dal Paese. Un destino sicuramente ironico per il Venezuela, che ha fatto della lotta agli Stati Uniti una delle sue bandiere, e che ora si ritrova senza sovranità monetaria e invaso da dollari americani. Un destino che potrebbe coinvolgere anche alcuni Paesi europei, con buona pace dei nostalgici delle monete nazionali.

Dracma e lira – Ipotizziamo che la Grecia, in mancanza di un accordo con l’Eurogruppo, e l’Italia, se dovessero salire al governo forze populiste e anti-euro, decidessero di tornare alle “tanto rimpiante” monete nazionali, che cosa potrebbe succedere? Tralasciando per un momento considerazioni sulla sostenibilità dei debiti di Stato e imprese (per la maggior parte denominati in euro), si verificherebbe esattamente lo stesso processo che sta interessando il Venezuela: persa qualunque credibilità internazionale, le monete sarebbero considerate poco più che carta straccia, e soggette a pesanti svalutazioni. Questo comporterebbe un aumento significativo dei costi delle materie prime (di cui i Paesi sono sprovvisti), il che avrebbe pesanti effetti sull’inflazione. I governi interverrebbero per limitare i danni, ma cittadini e imprese, resisi conto del potere d’acquisto sempre minore di lira e dracma, cercherebbero di rientrare in possesso in tutti i modi del più forte e stabile euro. Le imprese straniere operanti nei Paesi non accetteranno mai di operare con monete così deboli, e regoleranno le loro transazioni in euro, contribuendo a rinforzare il processo di Eurizzazione. In altri termini la tanto vituperata moneta unica uscirebbe dalla porta per rientrare dalla finestra, ma nel frattempo la domanda interna sarebbe distrutta (infinitamente più di quanto non sia oggi).

Una lezione importante quella che ci giunge dal Venezuela, come se non fossero bastate quella di Argentina e Grecia, e che dimostra, ancora una volta, che la realtà è molto più complessa di come viene dipinta da populisti e demagoghi: non esistono soluzioni facili alla crisi.

The following two tabs change content below.

Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
blog comments powered by Disqus