Venezuela – Referendum contro Maduro?

28/06/2016 di Michele Pentorieri

In un paese sempre più allo stremo, raccolte centinaia di migliaia di firme per indire un referendum contro Maduro. Nel frattempo, la crisi economica si acuisce e i generi alimentari sono sempre più scarsi

Venezuela

Venezuela – Il referendum sulla destituzione di Nicolás Maduro potrebbe essere sempre più vicino al concretizzarsi. L’iter è cominciato qualche settimana fa, quando le opposizioni hanno dichiarato di aver raccolto 1.85 milioni di firme in favore della consultazione. Il Consiglio Nazionale Elettorale del Venezuela ha tuttavia dichiarato fin dalle prime fasi come fosse necessaria una sorta di “conferma” dell’identità dei richiedenti, dando ai firmatari 5 giorni di tempo a partire dal 20 Giugno, affinché si recassero negli uffici elettorali a depositare le proprie impronte digitali.

Il sospetto paventato dal Governo di Maduro era che ci fossero stati brogli diffusi nella raccolta delle firme, che avrebbero incluso quelle di persone decedute o non ancora abilitate ad esercitare il diritto di voto perché minorenni. Nella giornata di Sabato 25 Giugno, le opposizioni hanno annunciato che l’autenticazione delle firme era avvenuta con successo, raggiungendo la cifra totale di 409.313. Il doppio rispetto al numero necessario per indire il referendum.

Il Venezuela si trova ad affrontare una crisi economica (ed alimentare) spaventosa. Molti sono i supermercati che sono stati letteralmente saccheggiati da persone ridotte allo stremo. Le cause della crisi sono molteplici, ma è indubbio che la principale sia il basso prezzo del petrolio. Le sorti economiche del Paese latinoamericano sono infatti state sempre strettamente legate a doppio filo all’andamento del prezzo del greggio, facendone uno dei esempi più lampanti di rentier state. In altre parole, finché quest’ultimo si mantiene nella norma, le esportazioni della materia prima riescono a sostenere praticamente da sole l’economia venezuelana (al netto di corruzione e sprechi). Quando tuttavia si abbassa (in questi giorni, anche a causa della Brexit, è sceso sotto i 50 $ al barile), l’export non è più sufficiente a garantire sicurezza economica e pace sociale.

Innanzi a un fattore di crisi tanto forte, Maduro non è stato in grado di trovare rimedi, al contrario. Il Governo impone prezzi fissi per alcuni generi di prima necessità, una catastrofe dal punto di vista commerciale, poiché in moltissimi casi i costi di produzione sono divenuti più alti di quelli di vendita. Per questo motivo, per molte aziende (anche alimentari) è diventato di fatto controproducente continuare a produrre. Il risultato sono file chilometriche di persone in attesa di acquistare quei sopracitati generi che stanno divenendo sempre più rari. All’ordine del giorno gli “assalti” ai supermercati e, come avvenuto 2 settimane fa a Caracas, ai camion che trasportano cibo.

Premesso che far dipendere la propria economia da un singolo bene espone il Paese a rischi enormi, il Venezuela (in particolare ai tempi di Chávez) avrebbe forse fatto bene a conservare una quota delle entrate che l’alto prezzo del petrolio di qualche anno fa gli garantiva, così da avere riserve di liquidità in tempo di crisi. Una simile strategia, d’altronde, pur con le dovute proporzione, è stata da sempre seguita con successo dall’Arabia Saudita, tanto che, nonostante la crisi dell’oro nero, è stata in grado, ad oggi, di arginare, per quanto possibile, le conseguenze del crollo del prezzo.

In Venezuela, invece, l’assenza di tale precauzione ha fatto sì che la crisi scoppiasse un attimo dopo la svalutazione del greggio. Ovviamente, a questo quadro economico già di per sé disastrato va aggiunta la corruzione endemica al contesto venezuelano, che ha limitato e continua a limitare l’estrazione della materia prima (ricordiamo che il Paese possiede più petrolio dell’Arabia Saudita, ma ne estrae solo un quarto).

Il prossimo passo nel lungo cammino verso la destituzione di Maduro sarà la raccolta di 4 milioni di firme (il 20% degli aventi diritto al voto) favorevoli al referendum. Qualora le opposizioni riusciranno anche in questo, il Consiglio Elettorale sarà costretto a chiamare i venezuelani al voto. In quell’occasione i voti necessari saranno 7.5 milioni – la metà più uno dei consensi ottenuti dallo stesso Maduro alle elezioni del 2013.

Il Paese latinoamericano si trova di fatto al centro di diverse crisi di vario carattere. Anzitutto, la sovra-citata crisi economica, da cui consegue una di tipo sociale, che vede i cittadini lottare tra di loro per accaparrarsi generi di prima necessità. La società risulta spaccata in due anche a causa dell’incapacità di Maduro di offrire soluzioni pratiche ai problemi, magari senza appellarsi alla solita retorica anti-imperialista. Le manifestazioni contro il Presidente si susseguono -particolarmente significativa quella degli studenti di 2 settimane fa – mentre questi continua ad agitare lo spettro di una non meglio identificata “destra”. Il suo distacco dal Paese reale sta toccando il suo apice, mentre per Capriles, uno dei maggiori rappresentanti dell’opposizione, il referendum è una corsa contro il tempo. Qualora non dovesse realizzarsi entro il prossimo Dicembre, infatti, Maduro potrebbe decidere di lasciare il posto al vicepresidente Isturiz. Il quale avrebbe diritto di restare in carica fino al 2019.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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