Il caso Loro Piana e le acquisizioni estere in Italia

12/07/2013 di Federico Nascimben

Il made in Italy così come l'abbiamo conosciuto sta scomparendo, occorre trovare nuove soluzioni

È di pochi giorni fa la notizia della vendita dell’80% di Loro Piana al gruppo francese LVMH per 2 miliardi di euro. Sicuramente lo “shopping” dei grandi gruppi esteri (o meglio: internazionali) non finirà e, anzi, continuerà col passare del tempo, a meno di un improbabile cambio di rotta. I motivi alla base sono molto semplici, e il fatto che l’acquisizione sia avvenuta all’interno di un settore simbolo del c.d. “made in Italy”, ovvero quello del lusso e della moda, funge da “caso di scuola”: la tipica azienda italiana, nata e cresciuta sotto l’egida della famiglia Loro Piana da ben sei generazioni, viene acquisita da un grande gruppo estero.

Il caso Loro Piana –È stata la scelta migliore per permettere al nostro marchio di sviluppare tutto il suo potenziale, mantenendo l’identità e l’italianità dell’azienda. Contrariamente a quanto si può pensare non abbiamo venduto per questione di soldi, ma per una questione di sviluppo del gruppo. Lvmh ci dava le garanzie per il futuro. Il nostro brand è un riferimento nel settore del lusso. Già prima di cominciare a discutere con Arnault, avevamo in mente un piano strategico ambizioso per lo sviluppo del prodotto sui vari mercati geografici nel mondo. Con Lvmh questo piano viene ancor più amplificato: basta pensare a tutte le sinergie non soltanto geografiche ma anche con tutti gli altri marchi di Lvmh, per capire le possibilità di sviluppo che si aprono per il nostro gruppo“, così hanno dichiarato i fratelli Loro Piana. Parole che valgono molto più di mille analisi e permettono di capire perfettamente i motivi che soggiaciono alla scelta, alla cui base vi è la possibilità per gli ex proprietari di mantenere la guida dell’azienda per i prossimi tre anni (ma con un’opzione a favore di LVMH a partire dal quarto), tenendo così fede all’identità e alla tradizione italiana del marchio, ma avendo allo stesso tempo i capitali necessari per potersi espandere nei mercati emergenti: Cina e Asia su tutti.

LVMH e Kering (ex PPR) – I due grandi gruppi, specializzati nel settore del lusso, devono il proprio successo a due noti imprenditori francesi: Arnault per LMVH e Pinault per Kering. La prima nasce nel 1987 dalla fusione di due grandi aziende: Louis Vuitton e Moët Hennessy, provenienti, rispettivamente, dal settore moda e alcolici. La seconda, invece, nasce nel lontano 1962 in un settore lontanissimo da quello odierno, ovvero il commercio di legname, ma pian piano diversifica il proprio business, fino a svoltare con decisione nel campo della moda e del lusso alla fine degli anni ’90 con l’acquisto del 42% di Gucci, dando così inizio alla spietata competizione. Col passare degli anni i due gruppi si ingrandiscono fino a diventare i giganti del lusso che sono oggi. Attualmente, tra le altre, LVMH possiede, nel settore vini e alcolici: Belvedere, Krug, Moët et Chandon (che a sua volta include Dom Pérignon) e Veuve et Cliquot; mentre nel settore moda ha la proprietà (oltre ovviamente a Louis Vuitton) di: Dior, Céline, Givenchy, Kenzo per quanto riguarda i marchi francesi, di Fendi, Bulgari e Loro Piana per “gli italiani”, di Marc Jacobs per “gli americani” e di Loewe per “i tedeschi”. Kering, dal canto suo, oltre a FNAC, nel settore moda, possiede i marchi francesi Yves Saint Laurent e Balenciaga, i marchi italiani Gucci, Bottega Veneta, Sergio Rossi, Brioni, e Pomellato, il tedesco Puma, gli inglesi Alexander McQueen e Stella McCartney e l’americano Volcom. Inoltre, entrambe le aziende sembrano interessante all’acquisto dei “nostri” Cavalli e Dolce & Gabbana, mentre aspettano alla finestra il momento in cui avverrà la successione all’interno di Giorgio Armani. Infine, è interessante notare come all’interno dei Cda siedano diversi italiani illustri: Diego Della Valle e Francesco Trapani (ex AD di Bulgari) in LVMH, mentre Luca Cordero di Montezemolo siede in Kering.

I motivi alla base dello shopping straniero – Il discorso che viene fatto per il settore moda, simbolo del made in Italy, naturalmente si può fare anche per molte altre aziende italiane che operano in altri settori, ma che godono di appeal internazionale. Fondamentalmente, è possibile individuare tre ordini di motivazioni (in ordine di importanza) alla base della campagna acquisti straniera. Primo, la volontà da parte della stragrande maggioranza degli imprenditori di rimanere tendenzialmente piccoli per mantenere il controllo familiare sull’azienda, il ché naturalmente impedisce la creazione di grandi gruppi e quindi di grandi aziende, vista la notevole sottocapitalizzazione. Secondo, aziende piccole e sottocapitalizzate devono giocoforza dipendere dal credito bancario e, nel caso italiano, sappiamo che troppo spesso i criteri alla base della concessione di mutui e prestiti da parte di queste, oltre alle garanzie presentate, dipendono da un insieme di fattori terzi, a causa dei mali insiti nel sistema bancario (ruolo svolto dalle fondazioni su tutti): questo fa sì che chi ha un progetto vincente molto spesso non si veda arrivare i finanziamenti sperati e necessari. Terzo (last but not least, è proprio il caso di dirlo), un eccesso di burocratizzazione, un carico fiscale elevato e una giustizia civile troppo lenta soffocano le speranze di chi davvero vuole fare (e continuare a fare) impresa. Questi tre fattori vengono estremizzati e resi ancor più evidenti – proprio come nel caso di Loro Piana – nel momento in cui si rende necessario competere in un’economia internazionalizzata per cercare di conquistare i mercati emergenti, i quali aprono vere e proprie praterie, mentre i mercati tradizionali tendono a stagnare se non – come nel caso italiano – a calare.

Ripensiamoci guardando ai buoni esempi di casa nostra – Occorre, quindi, un ripensamento generale da parte dell’intero sistema, il rischio che stiamo correndo è, assieme a quello dell’insignificanza a livello mondiale, quello della nostra scomparsa. D’altro canto, esempi di successo in settori tradizionali della nostra economia sono sotto i nostri occhi, e sono quelli dell’accoppiata Petrini (Slow Food) – Farinetti (Eataly) o, ancora, Grom – Martinetti (GROM). Perché, per una volta, non copiare noi stessi?

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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