Vecchie alleanze, vecchie leadership: così Forza Italia muore

04/11/2015 di Edoardo O. Canavese

Berlusconi non parlerà al comizio di Bologna voluto da Salvini, spaventato dallo spostamento di FI sul radicalismo di Lega e FdI. Ma ai giovani estremisti non riesce a contrapporre una nuova classe dirigente né una nuova idea di centrodestra.

Recitava un celebre manifesto leghista che i nativi americani, accettando l’immigrazione, sono finiti nelle riserve. Destino analogo sta capitando a Forza Italia e, ironia, a confinarli in secondo piano nel centrodestra è proprio la Lega Nord. Ci troviamo infatti alla vigilia del raduno bolognese promosso da Matteo Salvini, che per qualche ora domenica prossima farà della città felsinea la capitale dell’opposizione a Renzi. La manifestazione, voluta e sponsorizzata dalla Lega, ha trovato in fretta l’adesione di Giorgia Meloni, ma si è subito scontrata con una certa reticenza in FI ad accettare l’invito. Partecipare alla kermesse e rischiare di confondersi con populismo lepenista di camice verdi e di FdI o negarsi perdendo una finestra di autopromozione affianco a leader ben più popolari? Una domanda che ha angustiato i fedelissimi berlusconiani fino allo scomodo compromesso di ieri: FI ci sarà, non Silvio Berlusconi.

Una volta Berlusconi organizzava piazzate ricolme, accalcate da anziani strappati a case di riposo, figuranti, entusiasti della prima ora. E sul palco saliva lui, e dopo di lui gli alleati, o per meglio dire i vassalli. Oggi l’ex Cav non può permettersi l’omaggio delle folle; le convention forziste sono preparate in sale abbastanza anguste da parer stipate, e le poche presenze di piazza, come quella del 29 novembre scorso a Milano, sono tristi e vuote rappresentazioni di una leadership al tramonto. Di più, chi riempie le piazze sono gli eredi dei vassalli di ieri, Salvini per Bossi e Meloni per Fini. E l’impertinenza dei giovani spinge Salvini a chiedere a Berlusconi di aprire la manifestazione, come un gregario qualsiasi. Troppo, per chi come l’ex premier ha sempre avuto in mano il volante; indice, tuttavia, di una crisi di rappresentanza non solo in piazza, ma anche gerarchica.

Perché si può parlare di crisi, per FI e per il centrodestra? Non tanto per i voti o sondaggi, che continuano a tenere a galla il polo. Piuttosto per l’assenza di nuove idee e di una nuova classe dirigente. Andiamo con ordine. Forza Italia più Lega Nord più destra post fascista. La ricetta di Bologna è sempre il solito ragù, divenuto negli anni insapore e ravvivatosi solo con una punta di lepenismo piccante che ha ringalluzzito le fresche leadership di Salvini e Meloni. Oltretutto lo schema avrebbe senso con un partito dominante, FI, che equilibri i piccoli ma calamitici partiti di populismo radicato; salta se al centro della scena, per peso politico, non c’è più FI ma la Lega Nord. Al di là delle percentuali è Salvini che detta l’agenda al centrodestra, con comparsate tv e post su Facebook, lui che rappresenta il leader più popolare a destra. Berlusconi resta potente, ma il suo popolo guarda verso Matteo il Destro, e non esiste Delfino cui poter affidare la propria eredità.

Secondo problema: perché Berlusconi non ha eredi politici? Perché sono due personalità estranee alla storia di Forza Italia ad abbeverarsi al suo bacino elettorale? E’ bene dire che Berlusconi è sempre stato restio a fare testamento ed indicare un successore, e quelli più di recente indicati (Alfano e Fitto) hanno voltato in fretta le spalle al leader. Il problema tuttavia è che, insofferente ai riti e alle strutture della politica dei partiti, l’ex Cavaliere non ha mai dotato il suo di una vera e propria scuola di formazione, affidandosi al reclutamento di professionisti cresciute in altre accademie, da quella democristiana a quella socialista passando per quella missina. Forza Italia, il cui millantato moderatismo liberale è stato più propaganda che ideologia, non ha partorito una nuova classe dirigente adatta ad offrire un ricambio generazionale e politico, nei momenti di difficoltà. E oggi Berlusconi è costretto ad affidarsi a nuovi di altri partiti, o perfino alla società civile.

Se Forza Italia a Roma sosterrà Alfio Marchini, potrà dirsi politicamente arresa. Vero, il profilo dell’imprenditore conservatore ma innovatore, come si definisce Marchini, ricalca l’archetipo berlusconiano, ma la sua volontà di presentarsi senza partiti è una presa di posizione forte contro ogni controllo politico dall’alto. E Berlusconi, pur di non vedere una concorrente alla leadership come Meloni favorita per il Campidoglio, pare preferire la così detta società civile alla politica di partito. Una scelta quasi di “sinistra”, che maschera l’impreparazione di FI, oggi, di impegnare il proprio volto in una città il cui malaffare l’ha coinvolta. Ma Roma è complessa, allora parliamo di Milano. Dov’è il candidato di centrodestra al dopo Pisapia? FI e alleati hanno avuto tutto il tempo per bruciare i tentennamenti del centrosinistra su primarie e similia, ma oggi stanno riuscendo nell’impresa di farsi anticipare dal litigioso calderone democratico.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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