Vatileaks – Se il medioevo politico culturale è anche qui

26/11/2015 di Andrea Viscardi

Il caso Nuzzi Fittipaldi ci riporta alla realtà di un Paese, il nostro, ancora troppo legato, quando si tratta di Vaticano, a logiche quasi medioevali. Giornalisti, istituzioni, media e politici. Tutti in silenzio per non cadere nella lesa maestà ed essere "scomunicati" da quei poteri forti tanto cari a tutti.

Vatileaks

Ipocrisia. Così potremmo riassumere in una parola il clima surreale creatosi intorno a Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, i due giornalisti portati innanzi alla giustizia vaticana per il semplice motivo di aver reso pubbliche, attraverso un’inchiesta giornalistica, informazioni di interesse generale, nei pieni diritti stabiliti dalla nostra Carta Fondamentale e dalle normative internazionali.

Un processo che non può essere giustificabile, neanche da un punto di vista giuridico. Come ben spiegato dal Prof. Azzariti, il codice penale del Vaticano punisce chiunque si sia procurato illegittimamente o abbia rivelato notizie la cui divulgazione è vietata. Ma solo se dipendenti della Curia. Senza contare come esso recepisca la normativa italiana – laddove non sia in contrasto con quella interna – oltre alla totalità di quella internazionale. Per cui accetta, innegabilmente, i principi di libertà di stampa affermati dalla nostra Costituzione all’articolo 21, così come quelli “di opinione, di ricevere o comunicare informazioni senza che vi possa essere ingerenza di autorità pubbliche senza limiti o frontiera” stabiliti dall’articolo 11 della Carta di Nizza.

Immaginiamo senza troppe difficoltà le reazioni dei nostri media e dei politici se un domani, in qualche stato straniero, uno o più dei nostri giornalisti venissero portati a processo in un clima surreale di negazione dei diritti fondamentali, quali la chiarezza dell’accusa a carico, la possibilità dell’imputato di affidarsi ai propri legali o di avere copia dei documenti d’accusa. Il tutto contornato, come scritto pocanzi, da una conflittualità di tale processo sia con la propria normativa che con quella internazionale. Talk show dedicati all’insegna dei diritti all’espressione e alla libertà d’informazione, presi da assalto dai nostri politicanti ognuno ansioso di passare per paladino dei diritti; interrogazioni parlamentari; iperattivismo del MAE (con probabile conferenza stampa annessa, non dimentichiamoci che si sta parlando di uno Stato Straniero) e delle Istituzioni per risolvere la faccenda e tutelare i giornalisti.

Nulla di tutto ciò, invece.  Silenzio totale da Roma. Silenzio assordante anche da parte di quei giornalisti che oramai hanno dimenticato da secoli cosa significhi fare giornalismo, connessi (o sottomessi) in modo tacito alle logiche del potere e della politica. Perché, si sa, ricevere informazioni già pronte per la pubblicazione è meno stancante di fare giornalismo, quello vero, quello d’inchiesta. Oramai i nostri giornali, i nostri media, si sono tramutati in semplici “notiziari”, e tale trasmutazione la si può osservare perfettamente nell’inadeguatezza soprattutto in ambito di analisi e approfondimenti in materia di politica estera. Laddove il giornalismo d’inchiesta rappresenta invece l’unica strada efficace.

Non stupisce, allora, se quasi nessun giornalista, in questa settimana ha voluto intoccare la Sacra Rota in nome della difesa di due colleghi verso i quali è in atto una persecuzione ingiustificata. Troppo scomodo, troppo rischioso in un’Italia ancora soggetta, nel 2015, a una forte influenza dei poteri vaticani. Qualche voce sparsa, certo, c’è stata. Ma in sordina, quasi a voler mantenere volontariamente un profilo basso. Il tutto mentre, i nostri politici, glissano chi cerca di porre domande a riguardo e, le nostre istituzioni fanno scaricabarile su chi avrebbe la responsabilità o la possibilità di intervenire.

Inutile scrivere come nessuno abbia neanche tentato di potare una riflessione – mai iniziata – allo step successivo, sottolineando la contraddizione in essere da parte di chi è già stato fatto Santo in vita: Papa Bergoglio. Intoccabile, incriticabile, irraggiungibile. Poco conta, allora, non tanto la sua condanna in pubblica piazza dei convolti nel caso Vatileaks, quanto il fatto che sia stato lui stesso a firmare l’autorizzazione a procedere verso Nuzzi e Fittipaldi. Lui, che dal giorno della sua elezione professa trasparenza e rivoluzione.  Lui, che mette al centro della fede il credente, ma che poi è pronto ad affermare come su questi debba scendere un nero velo di ignoranza, sui loro occhi, così da nascondere ciò che di perverso e ipocrita vi è nelle istituzioni vaticane. Poco conta che buona parte degli sperperi siano stati fatti con i soldi che, ogni anno, vengono versati nelle casse vaticane dagli italiani, dai credenti, da chi, in quelle istituzioni, crede.

Uno scenario complessivamente triste, perché riporta alla memoria la sudditanza totale di certi periodi medioevali, quando lo Stato Pontificio era la sede principale di influenza nella penisola e tutti (o quasi), per guadagnare potere, posizioni, lustro, erano pronti a lustrare le scarpe curiali. Un tema, questo, che ricorre, ciclico, nella nostra storia di anno in anno. Sarebbe importante riflettere, in questo momento storico, una volta per tutte sull’opportunità di accettare tacitamente tutto questo. Oggi più che mai – in un momento di lotta contro una parte deviata di una religione diversa – non possiamo permetterci di essere noi i primi ad avere il medioevo nel cortile. Noi italiani che della laicità dello Stato e dell’importanza del diritto ci ricordiamo solo quando c’è da attaccare l’Islam, altre religioni o stati “canaglia”.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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