Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino

04/05/2013 di Matteo Anastasi

Valentino Mazzola, Grande Torino

«Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta». In questo modo Indro Montanelli, sul Corriere della Sera del 7 maggio 1949, commemorava gli «invincibili» giocatori del Grande Torino all’indomani della tragedia di Superga, lo schianto sulla collina piemontese – avvenuto tre giorni prima – che costò la vita all’intera compagine granata.

Oggi ricorre il 64° anniversario di quel triste giorno, evento indelebile nella memoria degli appassionati di calcio e non. Negli anni Quaranta, in un momento storico buio e difficile per l’Italia, quel Toro fece la storia: guidato dall’industriale Ferruccio Novo, tra il 1942-1943 e il 1948-1949 si aggiudicò cinque scudetti consecutivi, eguagliando il “quinquennio d’oro” stabilito negli anni Trenta dai cugini della Juventus.

Valentino Mazzola
Valentino Mazzola, leggendario capitano del Grande Torino

Quella squadra aveva un leader indiscusso, campione dentro e fuori dal campo: si chiamava Valentino Mazzola. Nato nel 1919 a Cassano d’Adda da una famiglia poverissima, da ragazzino fu soprannominato “tulen” – scatola di latta – per l’abitudine di prendere a calci, come fossero palloni, lattine trovate in strada. Nel 1929, anno della Grande Depressione, il padre fu licenziato dal suo impiego di operaio dell’Atm e il giovane Valentino trovò lavoro come garzone di un fornaio del paese. Sempre in quell’anno, all’età di dieci anni, divenne positivamente noto per aver salvato dall’annegamento un suo compaesano, Andrea Bonomi, futuro capitano del Milan e acerrimo nemico sportivo. La sua carriera calcistica iniziò nella Tresoldi, dove militò fino al 1938 quando, notato da un collaudatore automobilistico di Arese appassionato di calcio, si trasferì nella squadra aziendale dell’Alfa Romeo, ottenendo parallelamente un impiego come meccanico e preferendo, per questo, non trasferirsi al Milan, che pure gli avrebbe garantito la possibilità di giocare nella massima serie. L’esordio in serie A giunse col Venezia, società che lo lanciò nel grande calcio e gli permise di vincere, nel 1941, la sua prima Coppa Italia.

Le belle prestazioni con la squadra lagunare attrassero le attenzioni del Torino e del presidente Novo che, nel luglio del 1942, decise di sborsare la somma record di 1.250.000 lire per ottenerne le prestazioni e sottarlo alla concorrenza della Juventus, squadra per cui Mazzola tifava da bambino. Iniziò in quell’anno la parabola del Grande Torino, prima squadra italiana a vincere – nella stessa stagione – campionato e Coppa Italia, competizione della quale Mazzola si aggiudicò il titolo di capocannoniere. Altri quattro, fino al 1949, saranno i tricolori vinti dai granata, trascinati dal loro capitano e numero 10, il cui stipendio, non senza polemiche nell’opinione pubblica di allora, lievitò di anno in anno per volontà degli stessi compagni di squadra, come ebbe modo di ricordare Ferruccio Novo: «Lui guadagnava il doppio dei suoi compagni perché erano loro a volere così. Se Valentino si sentiva appagato era più facile vincere».

Il Mazzola privato fu uomo schivo, riservato, meticoloso, sempre disposto ad aiutare i suoi giovani colleghi, professionista esemplare. Si sposò due volte, con Emilia Ranaldi, dalla quale ebbe due figli – futuri celebri calciatori, Sandro e Ferruccio – e con la Miss Giuseppina Cutrone. Calcisticamente è considerato, tutt’oggi, uno dei più forti giocatori di sempre, inserito – nel 2012 – nella Hall of Fame del calcio italiano: un numero 10 atipico, dotatissimo tecnicamente, versatile (giocò pressoché in tutte le posizioni del campo, fu addirittura impiegato come portiere) ma anche granitico incontrista, veloce e abile nel tackle.

Il 4 maggio 1949, al rientro da un’amichevole disputata a Lisbona organizzata dallo stesso Mazzola per l’addio al calcio dell’amico Francisco Ferreira – capitano della nazionale portoghese – l’aereo su cui erano a bordo i granata si schiantò contro il muro della Basilica di Superga, provocando la morte istantanea di tutti i passeggeri e del capitano del veivolo che – ironia del destino – si chiamava Meroni, come un altro simbolo della storia drammatica del Torino, Luigi Meroni, investito e ucciso nel 1967, proprio quando stava divenendo uno dei simboli del calcio italiano.

Quel 4 maggio, alle ore 17.03, ancora una volta guidato dal suo capitano, il Toro entrava nella leggenda. Per non uscirne più.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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