V day Genova: il buio oltre la siepe

02/12/2013 di Federico Nascimben

Il terzo vaffaday conferma e accentua la retorica antiglobalizzazione del M5S

Domenica si è tenuto il terzo V day a Genova davanti a 40 mila persone. I temi affrontati nel discorso di Beppe Grillo sono quelli cari al movimento: politici ladri, Napolitano che se ne deve andare, referendum sull’euro, crisi economica e democrazia diretta. Ma il comune denominatore sembra essere una retorica antiglobalizzazione che attraversa l’insieme delle proteste/proposte del leader. Cerchiamo di capire perché, precisando che per quanto riguarda il resoconto della giornata si farà riferimento a due articoli presenti sul sito del Fatto Quotidiano, ma soffermandoci più che altro sui contenuti.

Napolitano e sindacati – Grillo inizia il proprio discorso giocando sulla definizione affibiatagli, definendosi “populista arrabbiato”. Parte poi l’attacco a Napolitano: “Si sono messi in tre a fare un governo in una notte, abbiamo pronto l’impeachment per Napolitano, se ne deve andare. Rimarrai da solo, la tradirai da solo l’Italia. Dobbiamo rifarlo questo paese“. Intervistato da Mentana, aggiunge: “questo signore è andato fuori dalla Costituzione 3-4 volte e diventa ogni tanto il Presidente del Consiglio, si riunisce di notte per fare le larghe intese, si raddoppia la carriera quando non era assolutamente menzionata in Costituzione, fa dei gruppi con la maggioranza e poi ci invita il giorno dopo“.

Beppe Grillo
Beppe Grillo in uno dei suoi comizi.

Legge elettorale, costi della politica e sindacati –Questi politici sono mentitori, ci dicono che siamo per il Porcellum quando abbiamo raccolto migliaia di firme contro. Ma toglieremo loro la linfa, se vorranno fare politica dovranno fare come noi che non abbiamo sponsor del cazzo, né soldi pubblici ma abbiamo raccolto 200 mila euro di donazioni per organizzare questa giornata“. Non dimentica poi i sindacati, i quali “sono esattamente come i partiti, bisogna andare oltre”.

Euro – Altro tema posto al centro del programma grillino è quello di un referendum sull’euro: “vogliamo un referendum per votare se rimanere dentro l’Euro. Perché ci hanno truffato, ci siamo trovati dentro l’euro senza poter dire nulla. Io non sono contro l’Europa. Ma voglio che il popolo sia informato. Vogliamo gli eurobond, ma non accetterà nessuno“.

Aziende italiane e dazi – La difesa dell’italianità delle nostre aziende e la lotta contro la loro svendita è invece un tema caldo degli ultimi mesi: “Le multinazionali comprano,accorpano, licenziano e fanno profitti, lasciando cadaveri. Fanno i profitti con i licenziamenti, vi rendete conto? Le prime aziende del mondo sono quelle della telecomunicazioni e noi ci siamo svenduti la migliore che avevamo, Telecom. L’hanno comprata, svuotata, ridotta a un cadavere e svenduta. La Telecom è stata svenduta da tre banche in una notte, ora gli spagnoli la spolperanno e lasceranno un cadavere“. E come verranno difese le aziende italiane? “Metteremo di nuovo un dazio sui nostri prodotti, voglio tutelare i nostri prodotti. I cinesi importano in Europa 300 miliardi di prodotti“.

Ristrutturazione del debito e media – Nel suo discorso Grillo è tornato a parlare di ristrutturazione del debito dell’Ecuador e attaccando i media colpevoli di non aver riportato la notizia: “anche a seguito di molte rivelazioni il presidente dell’Ecuador, che non poteva pagare il debito, ha fatto uno storico intervento in Parlamento dicendo all’Fmi che questo debito è immorale e noi lo avrebbero pagato. Ha usato la parola immorale. Allora il Fondo Monetario Internazionale gli ha detto che deve uscire dall’Onu e dalle altre organizzazioni, gli ha detto che non saranno più aiutati. A quel punto è successa una cosa meravigliosa: l’Argentina ha detto all’Ecuador che se vi tolgono i viveri vi diamo la carne gratis, il Venezuela ha offerto il petrolio, il Brasile la frutta gratis e la Colombia 1 miliardo a costo zero. Ma queste cose in Italia non vengono fuori dai giornali e dai politici. Loro parlano delle cose loro“.

Democrazia diretta – L’altro punto centrale del programma targato M5S, la democrazia diretta, è stato trattato da Gianroberto Casaleggio: “Il potere deve tornare al popolo, le istituzioni devono servire il popolo e non possono essere al di sopra del popolo. La democrazia deve essere diretta però in questo mondo non c’è neppure la democrazia, è inesistente. Noi stiamo parlando di un paese in cui referendum non vengono accolti ma deviati; abbiamo leggi popolari che non vengono discusse in parlamento e non possiamo decidere con deputati e senatori. La partitocrazia deve finire con nuovi strumenti di partecipazione popolare: democrazia diretta e referendum; non solo abrogativi ma propositivi e avere la possibilità di discutere leggi con i nostri parlamentari“.

Complessivamente, sul fronte economico, il discorso del leader del M5S sembra confermare l’accelerazione verso una retorica antiglobalizzazione, contraria all’intervento dei privati nei servizi pubblici, pronta a difendere l’italianità delle nostre aziende da compratori esteri, pronta a uscire dall’Euro, dall’Unione Europea e a ristrutturare il debito pubblico. Il tutto condito da un certo complottismo di fondo che si fa sentire soprattutto quando si parla di politica estera. Sul fronte politico, invece, vengono ribaditi gli attacchi alla vecchia partitocrazia e al Napolitano fautore delle grande intese. Un mix che si concilia bene con il risentimento popolare declinato in salsa italiana, soprattutto in un momento come questo, in cui l’appeal verso determinati temi (italianità delle aziende, euro, larghe intese) gioca a suo favore. Viene confermato perciò il sapiente utilizzo che l’ex comico sa fare nel momento in cui entra in gioco la difesa della “pancia del popolo”. Ma si gioca molto anche con una certa ambiguità di fondo, non entrando mai nello specifico sulle conseguenze, ad esempio, di un’uscita dell’Italia dall’Euro, di una ristrutturazione del debito che non sarebbero né indolori né insapori. A questo si aggiunge la proposta della reintroduzione di un nuovo “dazio sui nostri prodotti“, stralciando in un solo colpo la maggior parte dei trattati internazionali economici che il nostro Paese ha firmato dal secondo dopoguerra ad oggi.

Beppe Grillo difende e urla quell’Italia che vuole rimanere piccola piccola, fuori da ogni organizzazione internazionale – che non sia l’internazionale socialista, sembra di capire, a questo punto, dai costanti esempi citati -, pronta a difendersi dagli attacchi dei condor provenienti dall’estero e pronti a cibarsi di ciò che rimane delle nostre aziende. A difesa del pubblico – si veda il caso del trasporto pubblico locale di Genova -, perché questo aiuterà a ritrovare il nostro senso di comunità. In definitiva, Grillo parla a quell’Italia che in realtà è sempre esistita, ed è quel Paese che ha paura di competere e di aprirsi ad un mondo e ad un’economia che si è internazionalizzata; parla a quell’Italia che per questi motivi da trent’anni perde competitività e quote di mercato; parla a quell’Italia che non vuole riformare la nostra Costituzione – se non per introdurre istituti di democrazia diretta che dovrebbero risolvere tutti i mali della nostra politica – perché “è la più bella del mondo”. Parla a quell’Italia che non vuole cambiare, e si ostina a fare a modo suo.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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