Uzbekistan, il (nuovo) “trionfo” di Islam Karimov

08/04/2015 di Umberto De Magistris

L’ Uzbekistan è tornato alle urne, solo per confermare la leadership di Islam Karimov e del suo regime, che prosegue dal 1991

Islam Karimov

L’ Uzbekistan è tornato alle urne, solo per confermare la leadership di Islam Karimov, salito al potere nel giugno 1989, quando divenne primo segretario del Partito Comunista. Nel 1991, in seguito al collasso dell’Unione Sovietica, dichiarò l’indipendenza del Paese, dando vita ad un regime fondato sul culto della sua personalità. Le presidenziali si sono tenute lo scorso 29 Marzo, e Karimov è uscito vincitore con il 90,39% dei voti, guadagnandosi un altro mandato di 5 anni, il quarto consecutivo (ed il terzo con la nuova Costituzione); una rielezione in aperto conflitto con il sistema costituzionale uzbeko, che pone il limite di due mandati consecutivi.

Il governo, però, sostiene come la Costituzione sia stata emendata per ridurre il mandato del presidente da sette a cinque anni e che quindi Karimov, tecnicamente, riparte da zero mandati. I tre sfidanti – sconosciuti ai più – hanno in realtà appoggiato la ricandidatura ed uno di loro, Akmal Saidov, lo ha  addirittura paragonato a Tamerlano, il conquistatore del quindicesimo secolo, visto in Uzbekistan come un eroe nazionale; una situazione che può sembrare paradossale ma, non deve stupire dato lo stretto controllo degli apparati di potere da parte del regime di Karimov.

Un regime spesso oggetto di numerose critiche a livello internazionale a causa della violazione della libertà di stampa ed espressione – basti pensare all’inesistenza, negli scorsi mesi, di una vera e propria campagna elettorale – e dei diritti umani: la tortura è sistematica nel sistema giuridico uzbeko e migliaia di persone, tra cui giornalisti ed attivisti dei diritti umani, vengono arrestate e detenute arbitrariamente.

La situazione non migliora se si guarda ad altre criticità, come quella ambientale. Il suo governo è stato infatti responsabile di uno dei peggiori disastri del secolo scorso: promuovendo un’economia fondata sulla coltura del cotone, ereditata dal periodo sovietico (e nella quale la famiglia di Karimov ha grandi interessi), ha portato al prosciugamento del lago d’Aral (tramite l’uso massiccio delle risorse idriche e l’alterazione dei percorsi fluviali di Amu Darya e Syr Darya), che si estende oggi per meno di un terzo rispetto agli anni sessanta, definito dagli esperti come l’ecosistema più danneggiato al mondo. Come se non bastasse, la costruzione della diga di Rogun in Tajikistan, poi, potrebbe mettere in serio pericolo quanto resta della biodiversità in questa regione.

Intanto, la questione della successione al Presidente 77enne resta aperta: se fino a poco tempo non vi erano dubbi nell’indicare la sua figlia maggiore Gulnara Karimova come erede della poltrona presidenziale, dall’autunno 2013 le cose sono cambiate: in seguito a forti diverbi con la famiglia e con il capo dei servizi segreti uzbeki Inoyatov, è scomparsa dalla vita pubblica e pare sia agli “arresti domiciliari” da due anni. La “zarina” uzbeka era una ricca donna d’affari, nonché la popstar più famosa del paese.

Nell’ultimo quarto di secolo, il pugno di ferro di Karimov ha, se così si può dire, tenuto fuori dal caos la nazione centroasiatica, caos in cui potrebbe invece precipitare dopo la sua uscita di scena considerando le forti pressioni esercitate sull’Uzbekistan da diversi attori dello scenario geopolitico: dalla Russia, passando per la Cina, per arrivare agli USA e dalla (seppur lenta) diffusione dell’islamismo radicale.

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Umberto De Magistris

Nasce nel giugno 89 a Genova, dove si laurea in giurisprudenza con una tesi sul sistema giuridico kazako, dopo esperienze di studio in Spagna e Kazakistan. Appassionato di viaggi, sport e musica.
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