USA – Tra super PACs e corsa ai finanziamenti, si aspetta il 2016

23/04/2015 di Iris De Stefano

Con l’avvicinarsi incalzante delle elezioni presidenziali del novembre 2016, i candidati già annunciati e coloro che si apprestano a farlo stanno mettendo a punto la loro campagna elettorale ed in particolar modo uno degli elementi più determinante della stessa: i finanziamenti

Stati Uniti

Non è certo una novità che i costi delle campagne elettorali siano lievitati negli anni. Secondo il Center for Responsive Politics, la campagna di Abramo Lincoln del 1860 costò 2,8 milioni di dollari (calcolati al valore del 2014). Quella tra Barack Obama e Mitt Romney nel 2012 invece, è stata la più costosa campagna della storia, con un valore pari a 6 miliardi di dollari. Il Presidente degli Stati Uniti in carica è abituato a fare tutto in grande: la netta vittoria nel 2008 contro John McCain era stata successiva anch’essa ad una competizione giocata su cifre altissime, intorno ai 5,3 miliardi.  Di questa enorme cifra, secondo la Federal Election Commission, circa 970 milioni di dollari furono raccolti (e spesi) da organizzazioni esterne ai comitati elettorali dei due contendenti, ed in particolare dai cosiddetti PAC.

Viene definita PAC (o Political action committee) ogni organizzazione che raccoglie e dona fondi a favore o contro un candidato, un’iniziativa legilaslativa o una particolare votazione. A livello federale, secondo il Federal Election Campaign Act, viene definita PAC ogni organizzazione che raccoglie e dona più di 2.600 $ per influenzare un’elezione federale.  Di seguito alle sentenze Citizens United v. Federal Election Commission e  Speechnow.org v. FEC, sono emersi però quelli che vengono definiti Super PAC, ovvero comitati indipendenti che non possono fare donazioni dirette ai comitati elettorali dei singoli candidati o ai partiti ma possono invece spendere quantità di denaro illimitate indipendentemente dalle campagne elettorali ufficiali. Secondo la Federal Election Commission, non ci dovrebbero essere contatti diretti tra i Super PAC e i comitati elettorali, ma essi possono supportare un particolare candidato.

Le elezioni del 2012 sono state le prime in cui i Super PAC hanno potuto giocare un ruolo rilevantissimo: secondo le stime, 78.8 milioni di dollari sono stati spesi a favore del Presidente Obama contro i 153.8 milioni di Romney. L’accumulo di denaro da parte di grandi donatori sembra quindi avvantaggiare i repubblicani: secondo dati del Center for Responsive Politics infatti, 17 delle 20 maggiori donazioni dei Super PAC sono state fatte a favore dei conservatori. La stragrande maggioranza delle donazioni a favore del Presidente Obama proveniva infatti da donatori con spese inferiori ai 200 $. Ad essere finanziate sono state principalmente iniziative comunicative: il più importante donatore di Romney infatti, Restore Our Future, ha speso il 97.6 % dei suoi 142 milioni di dollari in spot ed email elettorali. Lo stesso vale per Priorities USA Action, il Super PAC che spalleggiava il Presidente Obama.

Date queste premesse, non sorprende l’idea di Jeb Bush, riportata dal New York Times, di farsi finanziare un sistema di vendita dati. Secondo il quotidiano americano e la Associated Press, il candidato repubblicano si troverebbe in una posizione certamente di vantaggio, se avesse una propria organizzazione di raccolta dati indipendente dalla miriade di fonti più o meno schierate a livello statale e federale. Ovviamente se una tale struttura fosse messa in piedi con l’aiuto di un Super PAC si aprirebbero alcune questioni di ordine puramente giuridico, tra cui la principale sarebbe il divieto di coordinazione tra i super donatori e i comitati elettorali. In realtà considerazioni di ordine più propriamente etico sono state mosse da quasi tutti i quotidiani americani: una tale libertà di motimento per i ricchi donatori americani implicherebbe infatti un ancor maggior distanziamento della classe politica americana da quelle che sono le necessità e le caratteristiche della popolazione media. Resterebbe così alla bravura dell’organizzazione elettorale dei candidati – come già successe con Obama – il  compito di alimentare il senso di partecipazione necessario ad evitare la scure dell’astensione, catastrofica per ogni candidato ed in particolare per i democratici.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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