L’immigrazione negli Stati Uniti tra tolleranza ed ipocrisia

22/11/2014 di Isabella Iagrosso

Il Presidente Obama annuncia quella che, dopo la riforma sanitaria, potrebbe essere la riforma che più ne connoterà l'immagine, politica e personale. Per la Casa Bianca le leggi sull'immigrazione vanno cambiate, e sono circa 5 milioni i clandestini che potrebbero divenire cittadini USA

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“Miei concittadini americani, per più di 200 anni, la nostra tradizione di accogliere immigrati da ogni parte del mondo ci ha dato un forte vantaggio rispetto ad altre nazioni. Ci ha tenuti giovani, dinamici, ha modellato il nostro carattere di persone con possibilità illimitate, persone non intrappolate nel loro passato, bensì in grado di ricostruire se stessi secondo le proprie scelte. Ma oggi, il nostro sistema di immigrazione, non funziona.” Queste le parole del presidente Barack Obama nel suo annuncio, il 20 novembre, sulla riforma della legge sull’immigrazione. Ma quali sono gli aspetti che segneranno una storica riforma per gli USA?

Obama ha evidenziato tre punti sui quali è necessario focalizzarsi. Innanzitutto, quasi volendo mettere una mano avanti e bloccare le critiche della destra, ha posto l’accento sul rafforzamento delle misure di sicurezza e dei controlli ai confini. In particolare, come logico, su quello messicano. Dopo questa ‘rassicurazione’, ha annunciato la parte più innovativa del suo programma: rendere più facile l’accesso negli States da parte dei cosiddetti lavoratori high-skilled, ovvero i lavoratori qualificati, che nelle parole del presidente, possono ‘contribuire alla crescita della nostra economia’.

Ma è il terzo ed ultimo punto quello più importante per il Presidente “zoppo”, e riguarda la regolarizzazione di quelle persone che da anni vivono (e lavorano) negli States, pur essendo clandestini. Obama nel discorso mette in chiaro che l’America è un paese di immigrati, ma anche un paese di leggi, e le leggi devono essere rispettate. Sottolinea in particolare che negli ultimi 6 anni il numero di deportazioni per rimpatriare gli illegali è aumentato dell’80%, come a dimostrare un’accresciuta efficienza del sistema. Proprio per questo motivo bisogna continuare a rafforzare le misure contro i criminali, contro coloro che sono una minaccia per il paese, non i bambini, non le madri che lavorano sodo per mantenere la propria famiglia, non i lavoratori che tutti i giorni faticano per poter portare qualcosa da mangiare a cena. Loro non sono una minaccia, dice Obama. Sono persone che si sono assunte le responsabilità di vivere in una nazione come l’America e che quindi non devono essere cacciate, ma possono diventare una risorsa. E per fare questo, è necessario che prima vengano regolarizzati: “Deportare milioni di persone e mandarle via, non è realistico e chiunque ve lo abbia detto, non è stato onesto con voi”. Sono circa 5 milioni i clandestini che rientrerebbero nei criteri proposti da Obama, secondo le stime. Coloro che si trovano da più di cinque anni negli Stati Uniti, o hanno un figlio nato negli Usa o che è titolare di un permesso di soggiorno permanente potranno ottenere un permesso di lavoro di tre anni, a patto che non abbiano commesso reati.

L’America, Obama lo ha ribadito, è formata da migranti. I primi furono gli inglesi, i cosiddetti Pilgrim fathers, che giunti dal vecchio continente ne iniziarono la colonizzazione, sino ad imporsi – definitivamente – sui nativi e sulle colonie olandesi o spagnole, ma anche sulla loro stessa madre patria. La democrazia, sempre propugnata, sempre difesa come ideale supremo, l’uguaglianza e la libertà, sono valori imprescindibili alla base della Costituzione, ma dall’altra vi sono i mezzi attraverso cui gli Americani sono disposti a mantenere i loro privilegi e la loro sicurezza.

L’America esce da un secolo di crescente chiusura nei confronti degli immigrati, con leggi come la Quota Law del 1921, la prima che fissava delle quote di popolazione che avessero accesso annualmente negli Usa, stabilendo un tetto massimo di ammissioni per paese di provenienza. L‘Immigration Act del 1965 abolì tale sistema, introducendone uno che tenesse conto delle skills dei migranti e delle loro relazioni famigliari con cittadini o residenti USA, poi rivista e perfezionata negli anni ’80. In quest’ottica, l’annuncio di Obama sembra un’apertura non da poco. Ricordiamo che su 33 milioni di stranieri e con una media di 1 milione circa di cittadini regolarizzati ogni anno, sono stati stimati circa 11,5 milioni di immigrati clandestini.

Molti repubblicani hanno risposto al discorso del presidente accusandolo di imporsi in modo autoritario ed illegittimo nei confronti del Congresso, ribadendo che non sarebbe la prima volta. Critiche simili infatti gli furono mosse in occasione della riforma sanitaria. La democratica Hillary Clinton ha invece espresso il suo sostegno al progetto, accusando l’ala conservatrice del Congresso di non avere una valida proposta alternativa, e ricordando a tutti che non si sta parlando di semplici dati statistici, ma di persone e bambini con sentimenti ed una vita propria, che in molti casi studiano o lavorano con fatica in America.

Dopo la lotta per la riforma del sistema sanitario, Obama si appresta dunque a intraprendere un’altra battaglia importante, capace di connotarne nel tempo non solo l’abilità politica, ma anche l’immagine personale. Nel discorso di insediamento per il suo secondo mandato alla Casa Bianca, aveva dichiarato: “Noi crediamo in un’America generosa, in un’America compassionevole, in un’America tollerante, aperta ai sogni di una figlia di un immigrato che studia nelle nostre scuole e giura sulla nostra bandiera.” Una strada chiara, che prende le mosse dalla presidenza Bush, dalla sua paura del diverso figlia dell’11 settembre, per muoversi sempre di più in avanti, “to move forward”. Ciò significa anche cercare sempre una maggiore integrazione, allontanandosi da coloro che credono di poter arginare un fenomeno come le migrazioni attraverso filo spinato, muri e fucili. Il mondo in cui viviamo presenta sistemi di trasporto e dinamiche di spostamento non arginabili neanche in un vero e proprio stato di polizia. E tornando a quanto già scritto, ma è bene ripeterlo, chiunque dica il contrario, non è onesto con voi. La soluzione è dunque solo l’integrazione e l’apertura, ma sempre nei limiti del buon senso

 

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Isabella Iagrosso

Nasce a roma il 19/03/1994, iscritta alla facoltà di scienze politiche della Luiss Guido Carli. Appassionata di viaggi e di culture straniere. Da sempre coltiva l'interesse per tutto ciò che riguarda l'estero e le relazioni internazionali
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