USA, Repubblicani: perché Marco Rubio non sta vincendo?

04/02/2016 di Edoardo Berretta

Dal voto in Iowa le prime prospettive sulle complicate primarie repubblicane: perché i moderati sono tanto in difficoltà, mentre a dominare sono un indipendente, Donald Trump, e il campione del Tea Party, Ted Cruz?

Lo scorso ottobre, quando la corsa per la nominee repubblicana per la Presidenza degli Stati Uniti appariva ancora in qualche modo ordinaria, Marco Rubio e Jeb Bush erano considerati dagli addetti ai lavori i candidati destinati ad un arrivo al fotofinish al Super-Tuesday di marzo. Da ottobre le cose sono cambiate, e parecchio. La “scesa in campo” di Donald Trump e le sue linee programmatiche per la presidenza sono state un fulmine a ciel sereno, destinate a rivoluzionare i sondaggi e gli indici di gradimento dei dibattiti repubblicani. Tanto che oggi, dopo il voto in Iowa siamo quasi sorpresi, nel costatare che il Senatore della Florida Marco Rubio è ancora saldamente in corsa, ed anzi staccato da Mr. Trump per solo 1 punto percentuale.

Chi veramente viene consacrato vincitore dal voto in Iowa è il campione del Tea Party Ted Cruz, il più a destra tra i candidati in corsa. Avvocato texano, ha lavorato in passato per la difesa di diverse leggi conservatrici  davanti alla Corte Suprema. E mentre assistiamo al duello cinguettato tra il Senatore del Texas e Donald Trump, sorge la spontanea la domanda: Cosa succede a Marco Rubio? È veramente tagliato fuori dalla corsa alla nomina repubblicana? O comunque, per quale motivo le sue aspettative sono state ridimensionate? È forse possibile trovare la risposta nella nuova polarizzazione ideologica che stanno vivendo le democrazie occidentali a causa della crisi economica. Come in Europa infatti, le mezze misure non sono più cosi gradite agli elettori; avanti quindi con partiti estremisti, disposti a sfociare nel populismo con una dialettica semplice e spesso aggressiva.

Una delle ragioni che portava ad avere un alta considerazione di Marco Rubio come candidato Repubblicano, era la combinazione della matrice conservatrice, con tratti da Bill Clinton nel 1992 o da Barack Obama del 2008; eloquenza, ottimismo, una forte storia personale e un chiaro interesse nelle politiche interne. Figlio di esuli cubani, il giovane senatore della Florida, quattro anni fa sembrava destinato a essere l’Obama ispanico della destra. Il tempo passa e quella formula non paga più. In queste elezioni, infatti, molti elettori repubblicani vogliono un Richard Nixon, un uomo duro per tempi duri. Uno slogan che non calza a pennello con lo stile giovanile del senatore. Da questo punto di vista, forse, evitare gli scontri dialettici con Trump durante i dibattiti potrebbe essere stato un errore strategico. Perfino il suo grande cavallo di battaglia, la riforma della legge sull’immigrazione, sembra essere stata riposta in un cassetto dopo la discesa in campo di Trump e le ormai celeberrime dichiarazioni sulla costruzione del muro sul confine tra Messico e Stati Uniti.

Presto o tardi, per Marco Rubio vincere le primarie vorrà dire sfidare i toni e gli argomenti estremi con soluzioni e logiche moderate. E chissà che questo non possa accadere già in New Hampshire nei prossimi giorni.

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