Dopo la strage, l’Europa si scaglia contro la “politica delle armi” negli USA. Ma è solo una questione di lobby?

16/12/2012 di Andrea Viscardi

Lobby Armi da Fuoco Stati Uniti

Dopo la strage alla Sandy Hook di Newton, durante la quale avevano perso la vita ventisei persone (di questi 20 erano bambini), nella notte un nuovo episodio simile: un uomo, in Alabama, è entrato armato in un ospedale e ha ferito tre persone, prima di essere ucciso da un agente della polizia. Insomma, la situazione sembra fuori controllo, perché, pur considerando quanto i media giochino sul dar risalto, in determinate condizioni, a notizie che avrebbero ignorato (con riferimento al secondo episodio, non certo al primo), il numero di persone colpite o uccise da proiettili oltreoceano è elevatissimo. La Brady Campaign, gruppo che si batte contro la libera  diffusione delle armi da fuoco negli States, stima che, nell’arco di un anno, vi siano almeno 100.000 persone colpite. Di cui 20.000 sarebbero bambini e teenager.

Stati Uniti, Lobby e armi da fuocoIn Italia, come in altre nazioni, ci si scaglia contro l’influenza che le lobby del settore esercitano, da una parte, sul Presidente e, dall’altra, sulle Camere. Ma siamo sicuri che la vera causa sia rappresentata solo ed esclusivamente da motivazioni consistenti nel lucro dei grandi gruppi di produttori? Personalmente, credo, che il problema sia ben altro e più radicato nella cultura della popolazione. Per quanto si continui a utilizzare incontrovertibilmente il II emendamento per giustificare la libertà di possesso da parte dei cittadini delle armi da fuoco, questo  non è così chiaro e potrebbe essere interpretato, come molti democratici sostengono, sia in senso estensivo che restrittivo. Il testo, cito, riconosce che “Considerando che per la sicurezza di uno Stato Libero è necessaria una Milizia ben armata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”. Libertà a tutti i cittadini, dunque, o solo a quelli facenti parte delle milizie?. E’ quindi importante capire perché il Presidente degli Stati Uniti ha le mani legate, almeno in parte, nell’approvare una legge atta a limitare la diffusione delle armi da fuoco. Interessi, sì, ma fino a un certo punto. Nel 2008 la Corte Suprema ha voluto togliere ogni dubbio, almeno in ambito legislativo, sull’interpretazione del II emendamento, dichiarando anticostituzionale  (peraltro grazie al voto di un moderato, Anthony Kennedy) il provvedimento che dal 1976 vietava il possesso, all’interno della municipalità di Washington, di armi non registrate. Qualcosa di più di una semplice questione di interessi, dunque, ma un problema ben radicato a fondo nella Costituzione e nella cultura stessa dei cittadini.

Cultura. Già, perché, senza voler nulla togliere alle ingegnose trovate dei film Western, la verità, ai tempi della Grande espansione ad Ovest, non era così lontana: senza armi da fuoco, restando nell’ambito della difesa personale, rischiavi veramente di avere una vita molto breve e di essere continuamente derubato. Ma, anche nelle città più “civilizzate”, tralasciando l’immagine del Pistolero con il cappello, era inevitabile che le armi da fuoco entrassero nella cultura popolare come un bisogno. La lotta contro l’Inghilterra vide protagonisti, almeno all’inizio, dai “minutemen”, cioè milizie volontarie che, nella maggior parte dei casi, si portavano, per così dire, “le armi da casa” (e qui nasce, forse, il nodo cruciale dell’interpretazione del II emendamento). Quindi le grandi immigrazioni dall’Irlanda cattolica e dall’Italia che, paradossalmente, portarono ad armare sia alcuni tra gli immigrati, terrorizzati dai linciaggi continui, sia molti statunitensi, terrorizzati dagli immigrati. Certo, su tale tendenza probabilmente ebbe gioco facile il lavoro delle lobby delle armi, ma non è questo il punto. Il punto è che, da ben prima della sua organizzazione come Stato Federale, nella cultura degli abitanti di quelli che diverranno i 50 Stati, la libertà di possedere armi equivale alla libertà che può avere un italiano di andare allo Stadio. Il paragone è terribile sia come immagine che come esempio, ma tant’è. Naturalmente tale diritto non è percepito da tutti come fondamentale (i sondaggi condotti all’indomani di eventi di particolari impatto riportavano, comunque, un leggero vantaggio dei più conservatori), ma anche all’interno dei Democratici vi sono delle minoranze che non vorrebbero volersi privare di tale libertà.

Che poi le lobby si siano impegnate per finanziare con decine di miliardi di dollari un’operazione, lunga più di un secolo, atta a fossilizzare nei cervelli della popolazione tale diritto, questo è un altro discorso. Un problema, invece, sorge quando queste stesse lobby, non contente, cercano di convincere la popolazione che armarsi sempre di più sia la soluzione migliore per prevenire episodi come quelli di questi giorni. Questo è un atto che, sicuramente, almeno da un punto di vista morale, andrebbe condannato, perché da vita ad un paradosso evidente. Ma nessuno vieta loro, nè può farlo, di sostenere una tesi del genere. Sono i cittadini che dovrebbero essere in grado di valutarne la dimensione e le implicazioni morali. Non bisogna, infatti, dimenticarsi di una cosa: negli USA i finanziamenti ai Partiti, ai membri delle Camere o ai candidati sono per legge pubblici e chiunque può accedere al registro con due click del mouse. I cittadini americani, quindi, sanno bene il ruolo che le lobby delle armi rivestono o meno per il loro candidato. Se decidono di votarlo, evidentemente, vuol dire che fanno parte di coloro che ritengono il diritto di possedere un’arma da fuoco come proprio, originale, imprescindibile diritto. Ecco, allora, il punto focale. Il Presidente degli Stati Uniti rischierebbe di incorrere non solo nella promozione di provvedimenti che potrebbero essere definiti come anticostituzionali, ma di andare addirittura contro l’interesse di gran parte della popolazione americana. Certo, senza il costante (ma legittimo) lavoro delle lobby sarebbe più facile, ma il problema, in realtà, va ben oltre e l’impressione è che la soluzione drastica sia ben lontana dal poter essere presa: occorre, prima di tutto, cambiare un’idea che si è ben radicata nella cultura condivisa dalla popolazione, processo che richiede, probabilmente, un impegno ancora maggiore dell’approvare una legge, nonchè una tempistica tutt’altro che immediata.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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