USA, il primo dibattito televisivo delle primarie repubblicane

07/08/2015 di Marco Cillario

È ancora presto per fare previsioni su chi vincerà, ma si capisce già molto di come la pensa ciascun candidato sui temi chiave della politica statunitense.

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Che senso hanno dei sondaggi fatti a 15 mesi dalle elezioni presidenziali e a quasi un anno dalla fine delle primarie? Nessuno, come misurazione credibile del consenso dei candidati al momento della rilevazione; moltissimo, per gli effetti che la loro pubblicazione ha sulla visibilità dei candidati stessi (oltre che sulla loro capacità di raccogliere finanziamenti). Insomma, alla fine corrispondono alla realtà perché la producono, non perché la registrano. E’ uno dei tanti paradossi della politica che raggiunge il proprio apice durante le primarie USA, a cui noi europei non possiamo che continuare a guardare con quel misto di disprezzo e ammirazione da sempre riservata agli eccessi, buoni o cattivi che siano.

Il primo dibattito televisivo repubblicano delle primarie 2015-2016 è la più clamorosa conferma di tutto questo (disprezzo e ammirazione compresi): è andato in onda alle 21 di giovedì (3 del mattino di venerdì in Italia) dagli studi di Fox News a Cleveland, Ohio. Erano presenti 10 candidati: un numero alto per una tribuna politica (tanto più che a ciascun candidato sono state fatte domande “personalizzate”); ma che rappresenta poco più della metà del totale dei candidati nell’affollatissimo scenario repubblicano. Altri 7 si sono dovuti accontentare del palco di “serie B”: stesso posto, ma alle 17 anziché alle 21: niente prima serata, niente prime pagine dei giornali e dei siti internet. E qual è stato il discrimine, il criterio di selezione? Proprio loro, i sondaggi: solo i dieci favoriti, secondo le rilevazioni effettuate nelle ultime settimane, hanno avuto diritto al palco che conta. E’ superfluo osservare come potrebbe essere proprio quel palco a dare l’input decisivo alla loro corsa, avverando alla fine i sondaggi stessi.

I candidati, naturalmente, ne sono perfettamente consapevoli e non mancano di approfittare del sistema. Prendete John Kasich: attuale governatore dell’Ohio al secondo mandato, considerato un “moderato” (vedremo tra poco che cosa significa), nessuno pensa che abbia concrete possibilità di vincere. Forse nemmeno lui. Si direbbe si sia candidato soprattutto per far pesare i suoi voti al rush finale (quando in gioco saranno rimasti solo in due o tre) e puntare alla vicepresidenza (tanto più che l’Ohio è ormai considerato uno degli Stati-chiave nella corsa alla Casa Bianca: decisive sono state le vittorie di Obama nel 2008 e nel 2012). Eppure, ha annunciato la candidatura per ultimo, pochi giorni fa, proprio a ridosso del dibattito; ha sfruttato abilmente l’impennata nei sondaggi che tutti i candidati hanno appena dopo la discesa in campo; ed eccolo lì, su quel palco, alle 21, pronto per diventare la vera e propria sorpresa della serata.

Non ce l’ha fatta invece Carly Fiorina, ex amministratore delegato di HP, unica donna in corsa per i repubblicani, da molti considerata “vincitrice” del poco appassionante dibattito delle 17. Ma c’è chi spera che possa essere “ripescata” al dibattito del 16 settembre in California. Si è dovuto accontentare anche Rick Santorum, particolarmente polemico nei confronti di questo meccanismo di selezione, ”ultraconservatore” (anche del significato di questa parola diremo a breve), nome già noto dalle nostre parti per la sua sorprendente corsa alle primarie del 2012, quando, partito come outsider, finì secondo dopo Mitt Romney.

Com’è andata, invece, in prima serata? Parlavamo di eccessi: il loro indiscusso pregio è quello della chiarezza; così, è chiaro che ieri sera si trattava di un dibattito tra esponenti di un partito di destra, con tutte le caratteristiche del caso, proclamate senza mezzi termini dai candidati: tutti liberisti in economia, ortodossi in materia religiosa, tradizionalisti in campo sociale, anti-abortisti, contrari ai matrimoni gay, chiusi verso gli immigrati; tutti per un atteggiamento meno diplomatico del Paese in politica estera e per questo tutti fieri oppositori dell’accordo con l’Iran. Ma non per questo si è trattato di un dibattito piatto, in cui tutti erano sulle stesse posizioni: al contrario, è perfettamente chiaro chi siano i moderati e chi i radicali, e ognuno si sistema in una posizione precisa, peculiare, unica.

Il vero protagonista è entrato in scena subito: si chiama Donald Trump ed è ormai noto a tutti, anche dalle nostre parti, come l’incarnazione vivente del detto “any publicity is good publicity”: miliardario, imprenditore di successo, conduttore televisivo di The apprentice (la versione italiana era condotta da Flavio Briatore), si è fatto notare soprattutto per le sue affermazioni radicali (come la promessa di costruire un muro al confine contro i migranti messicani) e le sue gaffe (ha paragonato le donne che non sono di suo gradimento a dei maiali) ed è schizzato in testa nei sondaggi; molti osservatori lo considerano un fuoco di paglia, ma ormai è difficile che sparisca totalmente dalla scena senza lasciare traccia.

Ieri sera, alla prima domanda, quasi una formalità, ha preso la palla al balzo per rubare la scena a tutti: “C’è qualcuno sul palco che non intende garantire il proprio supporto all’eventuale vincitore delle primarie repubblicane né assicurare che non correrà con un partito indipendente contro quella persona?”. Con grande clamore del pubblico, Trump ha alzato la mano, confermando la propria posizione anche di fronte alle parole di uno dei giornalisti, che gli ricordava che la corsa da indipendente di un repubblicano garantirebbe quasi certamente la vittoria al partito democratico. “Non posso assicurare stasera che rispetterò la persona che vince se non sarò io a vincere”. Parole che hanno offerto nuovi argomenti a chi sostiene che il magnate non sia un vero repubblicano ma tenda a sistemarsi dove più gli conviene. “Se non vince le nostre primarie, andrà a finire che sosterrà la Clinton!” gli ha fatto polemicamente eco Rand Paul, ma sono parole capaci di raggiungere ancora una volta il proprio scopo: far discutere. E tutto sommato, per tutta la sera, gli altri hanno dovuto rincorrerlo continuamente, spesso interrotti dalle sue prese in giro. Costretto per la prima volta a rispondere a domande dirette, ne ha eluse molte, soprattutto quelle più spinose riguardo alle sue aziende, e questo probabilmente alla lunga lo danneggerà. Ma per ora è prevedibile che le sue frasi a effetto (come quella sul muro anti-migranti, ripetuta ancora) compensino la sua elusività.

Più spento il favorito di queste primarie, Jeb Bush: fuori dalla politica ormai da otto anni – dopo essere stato governatore della Florida – sembra avere qualche difficoltà nel parlare in pubblico, cosa che gli sta complicando parecchio la vita – soprattutto fino a quando Trump sarà in corsa. Ma neanche da parte sua sono mancate sorprese: ha ammesso che la guerra in Iraq, decisa dal fratello, “per quanto ne sappiamo oggi” è stata un errore.

E’ andata meglio al suo ex “delfino” Marco Rubio. Il senatore di origini cubane, un tempo gradito al Tea Party, porta oggi sulle spalle il fardello di aver collaborato con il partito democratico a una riforma sull’immigrazione, ma, al contrario di Bush, ha nei discorsi pubblici il suo punto forte. E’ il più giovane dei candidati e deve difendersi da chi lo accusa di avere troppa poca esperienza per il ruolo a cui si candida: interrogato su questo punto, ha reagito con energia ed efficacia, spiegando che “queste elezioni non sono una competizione basata sul curriculum: se così fosse, allora Clinton sarà la prossima presidente”; “è meglio basare queste elezioni non sul passato ma sul futuro, sui problemi che il nostro Paese affronta oggi nel mondo, non su quelli che ha affrontato ieri”, dimostrando di saper unire una solida base di competenze specifiche a queste dichiarazioni piuttosto retoriche.

Il momento più esaltante del dibattito è stato probabilmente il duro scontro tra il senatore del Kentucky Raund Paul (già rumoroso oppositore di Trump nei primi secondi di dibattito) e il governatore del New Jersey Chris Christie: il primo, ultraliberista e libertario, è fautore del non intervento dello Stato nella vita privata dei cittadini; il secondo è un fervido sostenitore della sorveglianza digitale e delle intercettazioni. Ce n’era abbastanza per generare una discussione che, se da un lato mostra la tensione tra principio della libertà individuale e difesa della sicurezza nazionale all’interno del paradigma repubblicano, dall’altro ha sicuramente fatto bene ai due candidati in termini di visibilità.

Sorprendente è stato l’outsider, il già citato Kasich: non ha smentito la sua fama di moderato, mostrando cosa significhi questo termine in campo repubblicano: su un tema in particolare, quello dei matrimoni gay, ha mostrato posizioni che, da quelle parti, suonano addirittura come progressiste. Dopo aver detto di essere per il matrimonio tradizionale, ha aggiunto che la sua fede gli insegna ad offrire amore incondizionato a tutti, anche a chi la pensa in modo diverso, che bisogna rispettare il verdetto della Corte Suprema e che accetterebbe e supporterebbe sua figlia se fosse gay.

Più in ombra, in questo primo dibattito, gli altri quattro: Scott Walker, governatore del Wisconsin, Ted Cruz, senatore del Texas, radicale e vicino al Tea Party, Ben Carson, neurochirurgo in pensione, Mike Huckabee, ex governatore dell’Arkansas e pastore battista. Da loro, in generale, affermazioni molto radicali su aborto e matrimoni gay, ma nulla che li elevi al di sopra della massa.

Vedremo se nel dibattito di settembre saranno ancora così tanti, o se il format sarà più restrittivo (o più aperto). Nelle primarie più affollate degli ultimi anni, in cui l’assenza di un candidato particolarmente forte e le buone probabilità di vittoria finale (solo una volta dal dopoguerra lo stesso partito ha vinto per tre volte di seguito, ed è stato quello repubblicano con l’elezione di Bush senior nel ‘92) hanno portato tanti a pensare che potesse essere il momento giusto per buttarsi nella mischia, resta ancora tutto molto incerto. Potere dei sondaggi e singolari regole della “politica-spettacolo” a parte.

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Marco Cillario

Nato a Roma nel 1989. Laureato in Filosofia presso l'Università "La Sapienza". Ha studiato e lavorato in Germania. Le sue più grandi passioni sono la politica, la storia e la lingua tedesca. Sogna di passare la vita viaggiando ed esplorando il mondo.
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