USA-Giappone-Europa: la guerra delle valute.

17/04/2013 di Michele Tritto

Giappone – Nelle ultime settimane, le attenzioni dei media e delle diplomazie si sono concentrate sulla minaccia nucleare da parte della Corea del Nord. Tuttavia,  nel silenzio quasi generale, una guerra forse di pari importanza è già in atto: la guerra delle valute. Notizia Guerra delle valute della settimana scorsa è l’imponente immissione di liquidità nel sistema economico da parte della Banca Centrale del Giappone. Questo sta avvenendo attraverso acquisti di titoli di stato europei  (e non giapponesi i cui rendimenti sono quasi negativi) al ritmo di 70 miliardi di dollari al mese, al fine di favorire una svalutazione dello yen. Tale operazione ha l’effetto principale di ridare fiato all’export giapponese (oltre a rilanciare la domanda interna) il quale può competere, in tal modo, con una valuta bassa. Dall’altro canto, l’effetto collaterale è un aumento dell’inflazione, comunque è sotto controllo da parte della Banca Centrale nipponica.

Stati Uniti – Operazioni quasi simili stanno avvenendo negli USA. Il Presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, sta favorendo operazioni di quantitative easing da quasi un anno. Si tratta di creazione di moneta attraverso l’acquisto di titoli di stato (al ritmo di 85 miliardi di dollari al mese) posseduti sia dalle banche sia dallo Stato.  Questo consente alle banche di liberarsi di alcuni titoli tossici presenti nei suoi portafogli ed erogare liquidità nei confronti delle aziende e privati. Per lo Stato, invece, consente di far diminuire il rendimento  dei titoli stessi (se legato ai tassi di interesse bancari già mantenuti intorno allo zero) favorendo un costo minore da remunerare agli investitori e liberare, infine,  risorse per investimenti strutturali. Per capire il perché di queste decisioni bisogna considerare la situazione di entrambi i Paesi.

Export e rilancio – Gli USA sono stati il centro della più grande crisi finanziaria dopo il 1929. Uso massiccio di derivati, deregulation, bolle immobiliari  e scarsi controlli da parte degli organismi hanno portato la principale potenza economica al mondo ad una crisi terribile. Il Presidente Obama, nel primo mandato, vista anche la situazione di minoranza al Senato dopo le elezioni del midterm, non ha potuto incidere fortemente su alcuni punti nevralgici che potevano favorire una ripresa in tempi brevi.  Adesso, a seguito del “Fiscal Cliff”, sta cercando di trovare la quadra su alcune decisioni e, con molta lungimiranza, sta spalmando gli effetti del Fiscal Cliff nel tempo in modo tale da dilazionare il rapporto deficit/PIL su diversi anni e favorendo, al contempo, politiche di crescita. La valuta attraverso la quale si decidono gli scambi commerciali e di risorse energetiche è pur sempre il dollaro. Avere un dollaro basso consente alle aziende statunitensi di dare fiato al suo export e favorire un bilancio positivo sulla propria bilancia commerciale. Lo stesso vale per il Giappone, in cerca, dopo un ventennio di immobilismo economico contrassegnato anche da gravi disastri naturali (Fukushima), di recuperare la sua forza in modo da restare la terza potenza mondiale.

Europa debole – Non è un caso che entrambe stiano sostenendo operazioni simili. Un Giappone florido fa bene agli USA. In un mercato globalizzato, dove l’Europa è in recessione, avere un partner come il Giappone in crescita è vitale per gli scambi commerciali. Quindi, in assenza di risorse a disposizione, si utilizzano questi artifici per cercare di recuperare un sentiero di crescita dopo lunghi periodi di recessione. Dal canto suo, l’Europa, già in piena recessione, rimane bloccata davanti a queste operazioni in quanto  la BCE non riesce – o meglio non le è consentito – a contrastare questo movimento per la miopia, e mancanza di coraggio, soprattutto dei Paesi forti dell’Euro, con la conseguenza di andare a svantaggiare l’export, in particolare quello italiano.

Immobilismo UE – Quando si decideranno i Paesi membri a sostenere un deprezzamento dell’Euro speriamo non sia troppo tardi. Va bene per noi turisti, quando ci rechiamo all’estero per vacanza e sfruttiamo il cambio favorevole. Ma le aziende, il cuore pulsante dell’economia, devono competere con mezzi adeguati. In questo lo Stato, anzi gli Stati devono assolutamente intervenire. Un po’ di maggiore lungimiranza, anche a costo di batoste elettorali, può soltanto favorire la migliore vivibilità delle comunità. L’esempio lampante è il governo Schroeder in Germania.

In tutto questo quadro manca un tassello importante: la Cina. La tigre asiatica, per sua fortuna, di questi problemi non ne ha. La decisione di non rivalutare lo yuan l’hanno presa molti anni fa e la sua economia è sempre in fortissima crescita. Manca poco affinchè la sua potenza primeggi definitivamente.

The following two tabs change content below.

Michele Tritto

blog comments powered by Disqus