USA – Donne afroamericane e HIV, perché tassi così elevati?

21/12/2015 di Pasquale Cacciatore

Nonostante gli afroamericani rappresentino solo il 12% della popolazione USA, il 50% dei casi di HIV/AIDS si verifica proprio in questa gruppo di individui. Uno dei motivi principali sembra connesso direttamente con il numero di detenuti di colore negli States.

Prigione

La medicina non è fatta solo di pazienti, di medici, di terapie. I numeri giocano, tanto più nel contesto sanitario degli ultimi decenni, un ruolo fondamentale, perché permettono di cogliere e comprendere in modo spesso ampio e globale fenomeni di salute da punti di vista differenti; angoli che spesso finiscono per estendersi al di fuori della sfera prettamente “medica”, abbracciando altri aspetti delle scienze umane al fine di garantire il benessere della persona (che, fra l’altro, è un po’ anche la “nuova” concezione di salute così come intesa dal 1990 in poi).

L’epidemiologia come strumento d’analisi per una riflessione antropologica, sociale e politica: questo è l’ennesimo risultato a cui porta un interessantissimo editoriale comparso negli scorsi giorni sulle prestigiose pagine del New York Times. L’editoriale in questione analizza un fenomeno drammatico, come quello delle percentuali di AIDS nelle donne statunitensi nere, chiedendosi il motivo di tale disparità. Finendo per rivelare una cosa sconvolgente, ovvero che le pratiche di incarcerazione massiva di uomini non-bianchi hanno finito per colpire la salute delle donne. I dati sono tragici: nonostante gli afroamericani rappresentino solo il 12% della popolazione USA, il 50% dei casi di HIV/AIDS si verifica proprio in questa gruppo di individui. Nello scorso anno, le donne nere si sono ammalate di HIV 30 volte più di quelle bianche.

I motivi, ovviamente, non riguardano le caratteristiche biologiche, quanto piuttosto quelle antropologiche-culturali. Non vi è infatti differenza, fra donne nere e non, in termini di abitudini sessuali o utilizzo di droghe per via endovenosa. Ciò che probabilmente compromette la salute di queste donne è la tendenza ai rapporti insiti nelle comunità, dove magari vi sono uomini afro-americani che hanno trascorso del tempo in carcere e che sono statisticamente più a rischio di essere sieropositivi.

Uno studio dell’università californiana di Berkeley ha dimostrato come la crescita (fino a 19 volte in più) dei tassi di sieroconversione delle donne afroamericane dal 1970 al 2000 è avvenuta proprio nel periodo in cui il tasso di incarcerazione di uomini afroamericani ha raggiunto il picco. Il carcere rappresenta un fattore di rischio per venire in contatto con HIV: dai rapporti sessuali coatti tra le mura alla condivisione di aghi (per tatuaggi, ad esempio), fino al difficile reperimento di preservativi.

Insomma, un’analisi epidemiologica condotta su dati sanitari che ha messo alla luce un fenomeno che va ben oltre l’aspetto medico e che dovrebbe far riflettere i responsabili delle politiche sociali e giudiziarie; un’analisi che allo stesso tempo fa cadere le ipotesi sollevate da alcuni epidemiologi in passato, che ritenevano maggiori i tassi di bisessualità nella popolazione afroamericana o volessero le donne afroamericane statunitensi più prone a pratiche sessuali a rischio. Adesso il passo successivo sarà smuovere le coscienze dei legislatori, cercando di cambiare la situazione drammatica nelle carceri USA (nell’editoriale si propongono condom gratuiti, test HIV prima e dopo il rilascio, e così via), Paese dove il profilo razziale è ancora purtroppo presente al momento dell’incarcerazione. Il tutto al fine di modificare il tragico trend di infezioni in individui non direttamente coinvolti, ma che finiscono per veder leso il proprio benessere fisico perché vittime finali di un’assurda giostra che solo l’analisi sanitaria dei dati permette di analizzare e di combattere.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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