L’Urbe der Casamonica

21/08/2015 di Luca Andrea Palmieri

Dall'Impero alle rovine. Una Roma di corruzione, mala politica e disastri, di Casamonica incoronati re e di elicotteri incontrollati. Se questa è una capitale.

Sulla questione del funerale di Vittorio Casamonica c’è da interrogarsi per più di un motivo. Non per forza sulla pacchianità di un simile gesto in piena Roma, ma per tutta la cornice che lo ha accompagnato, sia per quel che riguarda le autorità, che in merito all’organizzazione (l’elicottero è già diventato un caso), che, soprattutto, per una questione: la quantità di gente che ha partecipato, ha seguito ed ha anche difeso e lodato il funerale di un personaggio a dir poco controverso nella realtà romana.

Il primo problema è quello delle autorità: della morte di Vittorio Casamonica è impossibile che non sapessero. Possibile che non vi sia agente che abbia pensato a porsi domande, a controllare, a verificare cosa sarebbe stato organizzato? In particolare, che fine ha fatto la Questura? Contattata dal Fatto Quotidiano, i suoi responsabili hanno risposto che non vi era stata alcuna comunicazione dello svolgimento dell’evento. Viene da chiedersi che tipo di controllo abbiano le forze di polizia sul territorio, per non essersi interessate un minimo alle conseguenze della morte di un famigliare importante di uno dei clan più famigerati della malavita romana. Vittorio Casamonica risultava “ai margini degli ambienti criminali”, recita una nota della stessa Questura. Ma dopo un funerale in questo stile, con tanto di musica del Padrino e riferimenti alla conquista di Roma, è una spiegazione credibile? E’ una beffa dei Casamonica o, peggio ancora, qualcuno non è mai stato in grado, per un motivo o per l’altro, di concentrare l’attenzione su uno dei principali boss della famiglia? Intanto, come nota il Corriere della Sera, sono anni che in Sicilia i “funerali spettacolo” vengono vietati. Perché a Roma no?

Insomma, le forze di pubblica sicurezza avevano i poteri per, quantomeno, evitare uno schiaffo così evidente a chi vive nella legalità, ma non hanno mosso un dito per – come minimo – impedire le manifestazioni più evidenti del potere dei Casamonica sul loro territorio. E questo di per sé è grave. Ma ad essere ancora più grave è il grado di libertà che questi hanno potuto avere nell’organizzazione. E’ un problema che va ben oltre l’evento in sé.

Al pilota dell’elicottero che ha lanciato un carico di petali di rosa sopra il corteo è stata sospesa la licenza in via cautelativa, dopo che l’ENAC, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, ha constatato che non aveva l’autorizzazione per quel volo. Il che significa che un elicottero non autorizzato, e non controllato da nessuno, ha sorvolato i cieli della Capitale (cosa proibita) senza che alcuna forza di sicurezza alzasse un dito. E se, al posto dei petali di rose, vi fosse stata una bomba, un’arma, o comunque qualcosa di più pericoloso? Prima di essere raggiunto, un eventuale mezzo con cattive intenzioni avrebbe potuto far danni eccome, con queste premesse. E tanti auguri per la sicurezza di una città che tra meno di sei mesi dovrà ospitare un Giubileo.

Ma la cosa peggiore è il seguito avuto dall’evento. Segno di un potere ampio e indiscusso. C’è da chiedersi fino dove sia radicato: dopotutto il corteo non è passato lontano dal Campidoglio. Alla vista di queste scene non ci si può minimamente stupire di Mafia Capitale. Se per decenni interessi illeciti hanno spadroneggiato nella politica locale della città più grande d’Italia, sarebbe ingenuo pensare che questo potere non abbia trovato appigli nel potere politico, a tutti i livelli. Il peggio è che questa influenza trova una delle sue più solide fondamenta nell’appoggio popolare di chi, con eventi del genere, da segno di idolatrare certi personaggi. Frutto questo di uno Stato sempre assente o altrettanto corrotto. Ma anche di una mentalità che, quando non è prettamente criminale, è soprattutto connivente, e che si è sviluppata indisturbata per decenni. Una cosa del genere rende evidente quanto sia difficile recuperare certe periferie.

Un’ultima riflessione la merita il parroco, che ha già dichiarato che rifarebbe il funerale, che in fondo è il suo mestiere, e che sapeva solo che si trattava “un cattolico praticante”. Dopotutto il povero Piergiorgio Welby, a cui le esequie furono rifiutate in quella stessa parrocchia, con la sua scelta del suicidio assistito era uscito dalla pratica cattolica, direbbe qualcuno. Ma pare quantomeno contraddittorio pensare che la misericordia non possa applicarsi a chi è costretto da un morbo incurabile ad una vita da vegetale, mentre invece forti indizi di sistematica violazione della legge siano facilmente perdonabili. Senza contare che il Papa, poco più di un anno fa, aveva ordinato proprio la scomunica dei mafiosi. Viene il sospetto che in questo caso a venir prima sia stata la parrocchia, e la notevole quantità di fedeli vicini al defunto. D’altronde si sa, la religiosità (almeno di facciata) è un dovere nella criminalità organizzata italiana.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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