Un’onda di luce. Giacomo Balla alla Galleria Nazionale di Roma

03/03/2017 di Simone Di Dato

Fino al prossimo 26 marzo sarà possibile ammirare, presso la Galleria Nazionale di Roma, le opere di Giacomo Balla in un'accurata selezione di capolavori: l'occasione di una rilettura essenziale, ma efficace, del percorso di Balla attraverso opere significative dei momenti salienti della sua attività

Nonostante la vistosa data in alto a sinistra la “Lampada ad arco” di Giacomo Balla (Torino, 1871 – Roma, 1958) quasi sicuramente non fu realizzata nel 1909, e in caso contrario l’ opera fu certo ritoccata fino a tutto il 1910. Ad ogni modo questa tela, oggi conservata al Museum of Modern Art di New York, rappresenta un’opera di grande interesse storico, sia per la tecnica che per il soggetto, ma sopratutto un documento di eccezionale interesse per l’evoluzione dell’artista italiano. A trent’ottanni, con un’attività di pittore divisionista ormai riconosciuta, Balla si unisce nel 1909 ai più giovani ex allievi Boccioni e Severini e ha così inizio l’entusiasmante avventura futurista. Il dipinto in questione è proprio l’opera che meglio testimonia la fase di questo passaggio: i tocchi divisionisti si trasformano in virgole a raggiera bianche, rosse, verdi, gialle e azzurre per meglio rappresentare una luce fortissima sprigionata da un lampione elettrico. Fiotti di luce che illuminano la notte attraverso un simbolo di tecnica e progresso, oscurano ironicamente persino una falce di luna, quasi come se Balla volesse convincerci che un soggetto banale come questo sia capace di trasmettere emozioni paragonabili solo a quelle di un chiaro di luna. La luce, uno dei punti programmatici del Manifesto tecnico della pittura futurista, sembra dissolvere la plastica degli oggetti, diventando così la vera protagonista dell’opera, con la sua emissione di raggi luminosi e la complessa tessitura di segni sovrapposti.

Il valore di Balla non era nel significato diremo così etico che egli dava ai suoi quadri, ma nella ostinata ricerca di soggetti che combattessero il comune aspetto dei quadri. Egli faceva una lotta contro il sublime con un lavoro inumano solitario, di una severità mistica.

Giacomo Balla, Autodolore
Giacomo Balla, Autodolore, 1947

La produzione pittorica di Giacomo Balla a Roma nei primi anni del secolo indirizza lo svolgimento della ricerca artistica italiana verso interessi nuovi, più vicini alla cultura tecnica e alla sensibilità sperimentale della società industriale. Essa riesce ad influenzare artisti più giovani, quali Boccioni, Severini e Sironi, presenti a Roma fino al 1905-06, la cui attività nel secondo decennio darà contributi fondamentali al futurismo; e nel futurismo si farà coinvolgere lo stesso Balla con esiti di rilievo non minore. Nato a Torino, dove frequenta l’Accademia Albertina di Belle Arti, Balla si trasferisce a Roma nel 1895. Le sue opere di inizio Novecento mostrano una chiara tendenza all’osservazione analitica della realtà, per poi guardare alla pittura di Pellizza da Volpedo e di Morbelli proprio per la loro attitudine realistica e utilizzare un linguaggio divisionista, relativamente libero dai valori simbolici caratterizzanti maestri come Previati, Segantini. Tra il 1900 e il 1901 era stato a Parigi dove aveva assorbito la lezione dell’impressionismo, ma è nel Futurismo che l’artista darà vita ad un linguaggio del tutto inedito sperimentando i grandi temi della sua pittura: la luce (talmente essenziale da diventare il nome proprio della primogenita, nata nel 1904), il movimento e la velocità (la secondogenita si chiamerà Elica), e un continuo studio della visione, dell’ottica, della fotografia. Ciò che più di ogni altra cosa fa parlare di modernità per Balla, è infatti l’evidenza nei suoi dipinti dei caratteri dell’immagine fotografica: la sua immediatezza di registrazione e allo stesso tempo la sua artificialità.

Fino al prossimo 26 marzo sarà possibile ammirare, presso la Galleria Nazionale di Roma, le opere di Giacomo Balla in un’accurata selezione di capolavori a cura di Stefania Frezzotti. La mostra rappresenta l’occasione di una rilettura essenziale, ma efficace, del percorso di Balla attraverso opere significative dei momenti salienti della sua attività: dalla fase pioneristica del primo decennio del novecento, dal divisionismo allo studio della fotografia e del linguaggio del moderno, fino alle ricerche sulle dinamiche del movimento e della velocità, passando per motivi decorativi e per le arti applicate, fino alla lunga stagione di adesione ad un suo personalissimo realismo e di ritorno ai temi a lui cari del paesaggio romano, del ritratto, degli affetti familiari. Il percorso espositivo troverà nel valore della luce il suo fil rouge, interpretata come linfa vitale dell’immagine e punto di riferimento nella costante tendenza alla sperimentazione da parte dell’artista. Non è un caso che come titolo per questa mostra si è scelto di prendere in prestito un dipinto di Balla del 1943, Un’onda di luce appunto, nel quale l’artista gioca con le parole alludendo alla luce, naturale o artificiale, e al nome della sua figlia maggiore.

Giacomo Balla - Linee forza
Giacomo Balla, Linee forza di paesaggio + sensazione di ametista, 1918

La mostra propone una selezione di 35 quadri a cui si aggiungono una decina di piccole opere e stampe tra cui campeggia il Manifesto del Futurismo. Salendo le scale della Galleria si viene letteralmente investiti dalla luce: complici i lucernari e l’esaltazione vitalistica del colore di opere come “Forme grido viva l’Italia“(1915) e “Futurrealtà“( 1917). Si passa poi alla seconda sala dove è il divisionismo del primo decennio del ‘900 (che vede il massimo capolavoro del maestro nel polittico “Villa Borghese“) a farla da padrone. Ecco finalmente il ritratto della figlia e il look bianco e nero, quasi fotografico, del trittico “Affetti“. Nella “Bionbruna” del 1926, donna dalla lunga collana di perle investita di fasci di luce, si percepisce il desiderio di un ritorno al figurativo, che segnò l’ultima fase del pittore morto nel 1958. Chiudono la mostra alcuni omaggi ai paesaggi di Roma e soprattutto alla sua famiglia.

Giacomo Balla, La madre, 1901
Giacomo Balla, La madre, 1901

Il merito di “Un’onda di luce” è quello di unire per la prima volta le opere provenienti da due importanti donazioni alla Galleria Nazionale di Roma. Il consistente nucleo di opere di Giacomo Balla nelle collezioni è infatti frutto dell’illuminata generosità delle figlie dell’artista verso il museo che già nel 1971 aveva organizzato una importante retrospettiva “che fu l’occasione per riflettere sul significato della presenza di Balla in mezzo secolo d’arte italiana e sulla sua centralità nel movimento futurista“. I 35 dipinti donati da Elica e Luce Balla nel 1984 (pratica definita nel 1988), comprendono alcuni capolavori, quali La pazza (1905, dal Polittico dei viventi) e Affetti (1910) a cui si aggiungono opere chiave del periodo Futurista, grande assenza nel museo: le due tavolette delle Compenetrazioni iridescenti (1912), gli studi sulla velocità, le Dimostrazioni interventiste (1915), i dipinti degli anni venti di ispirazione spiritualista, fino a comprendere l’ultima produzione figurativa, all’epoca ancora poco studiata. La seconda donazione avvenne nel 1994 (definita nel 1998) grazie a Luce Balla che indicava la Galleria quale destinataria di un ulteriore gruppo di opere, affidando a Maurizio Fagiolo dell’Arco l’incarico di selezionarle tra dipinti, disegni, studi. Fra questi, sono compresi lo schizzo Appunti dal vero sul quadro “Fallimento” (1902), Ritmi di un violinista (1912) e il progetto di allestimento per Villa Borghese. Parco dei Daini, il grande polittico acquistato nel 1962 dall’ambasciatore Cosmelli.

Info:
Giacomo Balla. Un’onda di luce
a cura di Stefania Frezzotti
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
viale delle Belle Arti, 131 Roma
21 febbraio – 26 marzo 2017
orario di apertura: martedì – domenica 8.30 – 19.30
T +39 06 3229 8221
lagallerianazionale.com
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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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