Università: stop ai tagli. Necessario uno sviluppo del sistema di valutazione

05/02/2013 di Simone Firmani

universita-tagliIl primo di due articoli dedicati all’università italiana, scritto da Simone Firmani, ci porta all’interno delle problematiche che hanno afflitto il nostro sistema d’istruzione. Nella seconda parte della giornata, quindi, un altro articolo dedicato ai programmi dei partiti e ad un sistema che, pur proclamando di volersi rinnovare, non è mai sembrato veramente disponibile a farlo.

Il numero degli iscritti all’università italiana si è ridotto di 58mila unità in dieci anni. È questa la denuncia fatta recentemente dal CUN, Comitato Universitario Nazionale, al governo italiano. Un dato che mostra come il sistema universitario del nostro Paese stia soffrendo notevolmente. Le cause sono numerose. Tra le tante ricordiamo lo scarso collegamento con il mondo del lavoro, le problematiche relative al modello 3+2 e l’effettiva qualità della didattica e della ricerca. Su tutti questi aspetti incide drasticamente la politica dei tagli lineari che la politica continua ad effettuare. Molte sono le perplessità, alcune invece le proposte che tengono banco in questo periodo. Ma andiamo con ordine.

Vale ancora la pena studiare? In molti si chiedono se l’università non sia più così utile per trovare lavoro. Niente di più sbagliato. L’istruzione non è mai stata così necessaria e importante. Le aziende infatti cercano giovani, laureati nel più breve tempo possibile, con la conoscenza di almeno una lingua straniera e che abbiano vissuto un’esperienza all’estero. Da qui non si sfugge. Lo chiarisce il Rettore dell’Università di Udine, Cristiana Compagno: “Il mondo del lavoro ormai non ti chiede più che cosa hai studiato, bensì come lo hai fatto. Sono richieste competenze trasversali, capacità di problem solving e di saper lavorare in gruppo”. Continuare gli studi quindi paga ancora. Lo dimostra una ricerca dell’Istat, secondo la quale a quattro anni dalla laurea, chi ha concluso il biennio di specialistica ha trovato lavoro nell’82,1% dei casi. Tra coloro che si sono fermati alla triennale ha avuto successo solo il 69,3%.

Ma quali sono i problemi maggiori del sistema universitario?. Alcuni sono stati citati sopra. Tra questi c’è il modello 3+2, nato dal cosiddetto Processo di Bologna del 1994 ed entrato in vigore con il decreto ministeriale 509 del 3 novembre 1999. Roberto Scarciglia, Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Trieste, è categorico: “Questo modello ha sempre creato guai. Il mercato del lavoro non era pronto a riconoscere i titoli triennali, né aveva fatto una richiesta in tal senso”. Uno dei motivi per i quali era stata pensata la riforma era quella di allinearsi al modello comunitario. Tuttavia, negli altri paesi europei – in Spagna e Portogallo ad esempio – i ragazzi iniziano l’università un anno prima rispetto ai coetanei italiani. Quindi entrano nel mercato del lavoro più presto. Ora, uno degli effetti più negativi del modello 3+2 è stato la moltiplicazione dei corsi. Molto spesso questi si ripetono tra corsi triennali e specialistici, risultando un po’ più approfonditi nel biennio; ma non danno nulla di più. Il professor Scarciglia propone di eliminarli e di creare una migliore relazione con le imprese. “Uno studente, anziché ripetere argomenti già visti, dovrebbe lavorare in un’azienda durante l’ultimo semestredella sua carriera universitaria. La sua preparazione sarebbe sicuramente migliore. Il problema” – chiarisce Scarciglia – “sono le tasse che l’imprenditore deve pagareper far entrare un giovane nel suo gruppo. Un imprenditore deve fare reddito, c’è poco da fare. È necessario un patto tra università e mondo del lavoro”.

Come vengono valutati gli atenei? Da due anni è attivo l’ANVUR, Associazione Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca. L’obiettivo è quello di valutare i prodotti di professori e ricercatori in modo da stilare una classifica che riconosca i migliori lavori, incidendo quindi sul valore dell’ateneo che li assume. Ci sono però dei problemi. Prima di tutto la mole di materiale che l’ANVUR deve analizzare. Per avere un risultato apprezzabile sarà necessario molto tempo. Francesco Peroni, Rettore dell’Università di Trieste, intervenuto giovedì scorso a The Most, trasmissione di approfondimento di Radioincorso.it, sostiene ci sia un eccesso di ottimismo e di semplificazione attorno a questo ente. “Innanzitutto” – spiega Peroni – “bisognerebbe distinguere meglio la valutazione tra ricerca scientifica ed umanistica. Se la prima ha criteri di valutazione più oggettivi, non possiamo dire la stessa cosa della seconda. Ci sono maggiori sfumature da tener conto.” Non solo. Tra i criteri con cui vengono valutati i materiali, c’è il prestigio internazionale, e quindi quello della rivista in cui vengono pubblicati. “Il rischio” – precisa Peroni – “è quello di cadere in retroattività con conseguenti problemi costituzionali. Una rivista nel corso del tempo può perdere di valore. La domanda è questa: la pubblicazione ne perderebbe altrettanto?”. Domande che avranno risposta solo tra qualche tempo, quando verranno chiarite le regole e sviluppati i meccanismi del processo di valutazione.

Si può quindi abolire il valore legale dei titoli di studio? Secondo il Rettore dell’ateneo triestino, avendo constatato le perplessità sull’ANVUR è impensabile proporlo ora. “In mancanza di uno sperimentato sistema di valutazione, questa proposta è prematura. Approvandola non potrebbe che catapultare il sistema in un’anarchia, dove il più forte non sarebbe quello più meritevole, bensì quello più accreditato e alla moda”. Il professor Scarciglia indirizza invece la questione su un altro punto. “L’abolizione del valore legale dei titoli di studio può essere effettuata solo se vengono garantite pari condizioni di partenza a tutti gli studenti. Bisogna quindi implementare le borse di studio, per questioni di reddito e di merito”.

Cosa fare? La debolezza dell’università italiana è quindi un dato di fatto; ma la politica sembra non preoccuparvisi più di tanto. Anzi. I finanziamenti infatti si riducono di anno in anno. Secondo l’Ocse in Italia si spende 9mila dollari per ogni studente, contro una media europea di 14mila. Secondo il Ffo, i fondi si sono ridotti dell’8% rispetto al 2008. Per non parlare degli studenti momentaneamente all’estero per motivi di studio, dimenticati completamente in un decreto di legge inerente alle prossime elezioni. Un errore che dimostra quanto i giovani vengano tenuti in considerazione. La conclusione spetta al professor Scarciglia: “Se continuiamo a dover fare i conti con i tagli lineari, tutti i migliori progetti resteranno staccati dal mondo del lavoro. L’aumento di risorse è doveroso, anche se ci dicono che mancano i soldi. Si tratta, infatti, di un diritto sociale”.

The following two tabs change content below.

Simone Firmani

Redattore e speaker per Radioincorso.it - la web radio dell'Università degli studi di Trieste - conduce il programma di politica ed economia The Most e il notiziario. Inoltre, scrive per la redazione giornalistica della radio. E' nato nel 1989 a North York, in Canada. Nel settembre del 2011 si é laureato in Scienze Politiche con una tesi su Tangentopoli, presso l'Università degli studi di Trieste. Per cinque mesi ha poi studiato a Cracovia, presso la Jagellonian University, come studente Erasmus. Grande appassionato di attualità, musica e sport, é iscritto all'ultimo anno della specialistica "Scienze del Governo e delle Politiche Pubbliche" dell'ateneo triestino. Il suo sogno é diventare un giornalista.
blog comments powered by Disqus