Università: è ora di cambiare?

24/12/2012 di Federico Nascimben

Università La Sapienza
Università La Sapienza

Pochi giorni fa l’ISTAT, come da tradizione, ha pubblicato l’annuario statistico. Fra le varie cifre fornite, vorrei concentrarmi su quelle che riguardano il nostro sistema scolastico, con un occhio particolare all’università. Se i diplomati sono pari al 34,5% della popolazione, i laureati arrivano appena all’11,2%: cifre imbarazzanti che ci portano in coda alle classifiche OCSE. Sostanzialmente un italiano su tre è in possesso di un diploma e uno su dieci di una laurea. Il numero di iscritti all’università è in costante calo dall’anno 2004/2005, le “matricole” sono state appena 288 mila nel 2010/2011: siamo tornati indietro di quindici anni.

Il 61% dei liceali opta per la scelta universitaria, mentre negli istituti tecnici prosegue gli studi solo il 20%. Il 67% delle donne diplomate si iscrive all’università (56% degli uomini). Su 100 venticinquenni il 38% delle donne è laureato (25,5% degli uomini). Insomma, il “gentil sesso” stravince con un maggior numero di laureati, in tempi minori e con voti migliori. Purtroppo però il tasso di occupazione femminile è pari al 46,5% del totale degli occupati, contro il 67,5% di quello maschile; tuttavia, rimangono ampi divari territoriali: al Nord la media delle donne occupate è superiore del 20% rispetto al Sud. Nel 2011 quasi la metà dei diplomati nel 2007 svolge un’attività lavorativa, mentre il 16% è in cerca di un’occupazione e il 31,5% continua negli studi universitari. A quattro anni dalla laurea poco più del 69% dei laureati a ciclo unico e dei laureati triennali lavora, la cifra sale all’82% per i laureati in corsi specialistici biennali.

Sono cifre che devono far riflettere, soprattutto in un momento nel quale la disoccupazione giovanile (pari a oltre il 35%) è più che tripla rispetto al livello di disoccupazione generale (10,8%). È evidente che l’attuale sistema universitario non funziona e necessita di un ripensamento strutturale. Uno dei dati che più ha diviso negli ultimi tempi è il costante calo di iscritti all’università. Tutto dipende dalla lettura che viene data a questo dato: c’è chi lo attribuisce all’impoverimento delle famiglie italiane e c’è chi individua anche altre cause (e io credo vi siano, appunto, anche altre cause).

Quindi, perché sempre meno diplomati decidono di continuare il proprio percorso di studi? Oltre all’evidente impoverimento il motivo è un altro: l’università ha perso da tempo il proprio ruolo di “volano” della mobilità sociale. Molti diplomati semplicemente ne hanno preso atto, e quindi non vedono per quale motivo perdere del tempo continuando a studiare per poi affacciarsi sul mercato del lavoro, avendo come prospettiva uno stipendio di 1000 euro (se va bene) per almeno 4 o 5 anni, quando iniziando da subito a lavorare, dopo quei “4 o 5 anni”, si ritroveranno con uno stipendio che probabilmente sarà superiore a quei fatidici 1000 euro. In questo modo rispondono ad una domanda più generale: il nostro Paese è in grado di assorbire tutti questi laureati?

Aldilà delle intrinseche difficoltà del momento date dalla crisi economica che coinvolge in maniera profonda il nostro Paese, con la conseguenza che vi è un calo della domanda di neolaureati, occorre intervenire con decisione per migliorare la qualità dell’offerta di nuovi laureati. Proprio per questo è necessario cambiare uno dei paradigmi che stanno alla base del nostro sistema: l’università gratuita “sotto casa” per tutti.

Uno dei principali strumenti per intervenire e modificare l’attuale assetto riguarda le rette universitarie. Al tal riguardo qualche settimana fa, Francesco Giavazzi (sul sito www.lavoce.info) e Andrea Ichino (tramite una lettera al Corriere), hanno riportato al centro del dibattito la questione. Il problema alla base è dato dal “costo” che lo studente rappresenta per il sistema (stimato in circa 7 mila euro) e dal fatto che le famiglie italiane paghino un prezzo relativamente basso per mandare i propri figli a studiare (soprattutto se confrontato con molti altri Paesi europei). Per legge, infatti, le rette universitarie non possono superare il 20% dei bilanci degli atenei: queste rappresentano un costo relativo in base al reddito delle famiglie e, non potendo le università alzare la cifra oltre un certo massimo, si verifica l’assurdo per cui “i più poveri pagano l’università sostanzialmente gratuita per i figli dei più ricchi”.

Il 93% dei contribuenti è rappresentato da famiglie con un reddito annuo fino a 40.000 euro, queste sono però pari solo al 54% del gettito IRPEF, che è una tassa progressiva per scaglioni. Questo 54% rappresenta in termini di trasferimenti statali alle università 4,9 miliardi di euro. La Banca d’Italia ci dice che dal 7% delle famiglie più ricche provengono i tre quarti dei laureati italiani, mentre il restante quarto proviene da famiglie con reddito fino a 40.000 euro, pari a 2,2 miliardi di euro di quanto lo Stato spende per gli atenei. Lo scarto fra quanto pagano (4,9 miliardi) e quanto ricevono (2,2 miliardi) è pari a 2,7 miliardi e va quindi a vantaggio degli studenti provenienti da famiglie più ricche. Inoltre, in base ad un rapporto Federconsumatori, le rette incidono per il 15,6% sui redditi più bassi, per il 4,3% su quelli pari a 40.000 euro ed arrivano quasi ad annullarsi per quelli a livelli via via superiori.

Mi rendo conto che non sia un ragionamento di facile comprensione, ma rende l’idea di quanto l’attuale sistema sia iniquo ed avvantaggi i ragazzi provenienti da famiglie più ricche. È assolutamente necessario agire su due fronti opposti per favorire una maggiore equità: quello delle rette (appunto) e quello delle borse di studio (che hanno sempre seguito lo stesso principio). Per quanto riguarda il primo fronte, è doveroso abolire il limite del 20%, specie in un momento come quello attuale in cui i trasferimenti statali diminuiscono costantemente di anno in anno, in favore di un regime di rette che aumenti proporzionalmente all’aumentare del reddito della famiglia di origine; sul secondo fronte, è necessario farla finita con un sistema troppo spesso basato su borse di studio a studenti solo perché provenienti da famiglie più svantaggiate, abbiamo bisogno di un sistema che favorisca chi è “capace e meritevole”, e non tutti a prescindere. In che modo? Partendo da tre criteri base: media minima di 27/30; ottenimento di almeno l’80% dei crediti totali annuali; impossibilità di andare “fuori corso”. Meno borse di studio, ma con maggiori finanziamenti per ognuna in sostanza.

Per concludere, aldilà delle cifre il vero problema rimane un altro: troppo spesso quando si parla di università lo si fa in maniera pregiudizievole ed ideologicizzata, troppo “sessantottina”. Occorre invece volgere l’occhio verso la reale preparazione dello studente perché, alla fine dei giochi, solo questa ci darà la prova della bontà di un sistema o meno.

Federico Nascimben

 

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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