Università e futuro, l’atteggiamento della politica

05/02/2013 di Luca Andrea Palmieri

Università La SapienzaLa campagna elettorale va avanti. Le promesse elettorali si sprecano e di certo non vanno a guardare al futuro del paese e dei suoi cittadini. Basti pensare alla restituzione dell’Imu: sicuramente un cavallo di battaglia forte su cui puntare per ottenere voti, ma di certo non una proposta tesa a eliminare i problemi strutturali che attanagliano il nostro paese, meno spendibili in vista del 24 febbraio ma più importanti per la salute del paese.

Tra questi, spicca l’assenza pressappoco totale di discussioni su ricerca e università. E’ una situazione da un lato comprensibile e dall’altro sconcertante. E’ comprensibile a causa della delicatezza del problema: tutti sanno bene quanto sia complesso affrontare il problema universitario, perchè – praticamente tutte le forze politiche in campo –  sono andate a sbattere, in passato, contro un muro erto puntualmente davanti ad ogni tentativo di riforma.

Certo, non che le proposte degli ultimi 15 anni non fossero molto controverse e piene di punti criticabili. Ma bisogna ammettere che il blocco da parte delle istituzioni universitarie – oltre che degli studenti, categoria di cui faccio parte –  è stato totale, anche nei confronti di proposte con potenziale per migliorare effettivamente il sistema. Il paradosso, insomma si esplica chiaramente: da una parte vi è la consapevolezza unanime della necessità di un cambiamento, dall’altra, quando le istituzioni hanno provato a portare un qualche tipo di proposta, si sono viste contestare a 360°. “L’istruzione non va riformata in questo modo” è stato lo slogan degli ultimi anni. A pensare male, quindi, sembrerebbe quasi siano in molti ad aver interesse nel non cambiare nulla.

Questo, però, non può essere più permesso. Anche le classifiche internazionali mettono in evidenza il peso sempre minore dei nostri atenei. E’ inaccettabile vedere una Nazione del G8, tra le principali economie del mondo, posizionare il suo primo ateneo solamente al 183° posto della classifica mondiale. Per inciso, l’università in questione è quella di Bologna. Siamo arrivati ad un punto di svolta: o si riforma, o si affonda definitivamente.

Le  carenze sul piano delle strutture, dei servizi, delle capacità di ricerca e della rilevanza internazionale delle ricerche hanno oramai raggiunto livelli mai visti prima. Basti pensare alla pressoché totale assenza di studenti stranieri nei nostri atenei. In un mondo dove l’integrazione e lo scambio di conoscenza è tutto, il nostro sistema pare infossato nell’autoreferenzialità.

Ma i Partiti, stranamente, anche davanti all’impressionante calo degli iscritti riportato nell’ultimo mese, affrontano l’argomento nei propri programmi? Qui la situazione cambia, ma non molto.

Il Pd presenta un programma molto discorsivo. Al suo interno può essere individuata la sezione “Sapere” in cui si parla di formazione. Solo alla fine del paragrafo, però, troviamo qualcosa di interessante ma molto generico: “varo di misure operative per il diritto allo studio, da un investimento sulla ricerca avanzata nei settori trainanti e a più alto contenuto d’innovazione”. Insomma, in mancanza di dettagli maggiori sembra quasi una frase per attrarre più che un impegno serio.

La scelta civica di Mario Monti forse è la più specifica al riguardo: si parla della prosecuzione del progetto per il censimento e la valutazione sistematica dei prodotti di ricerca; della rilevazione per ogni facoltà della coerenza con gli esiti occupazionali a sei mesi e tre anni dal conseguimento della laurea, con risultati resi pubblici;  dell’accrescimento degli investimenti in ricerca e innovazione, incentivando gli investimenti del settore privato; infine, senza specificare in che modo, viene sancita l’intenzione di rendere le università e i centri di ricerca italiani più capaci di competere per i fondi di ricerca europei.

Il programma del Pdl, strutturato in punti, ha una sezione dedicata a scuola, università e ricerca. Il primo argomento affrontato è quello del prestito d’onore e del credito allo studio, di esenzioni fiscali per le borse di studio e di valutazione delle università. Come quella del PD si tratta di esternazioni molto generiche, anche perché la proposta sulle borse di studio, forse quella appena più strutturata, risulta a conti fatti più una dichiarazione di intenzioni. Manca, anche in questo caso, una spiegazione se non tecnica, più approfondita, del “come”.

Il Movimento 5 Stelle dedica molta attenzione al digitale e al ruolo di internet nelle università. Neanche a dirlo, comunque, la superficialità regna sovrana. Esattamente come nei programmi degli altri partiti. Si parla di “abolizione della legge Gelmini” (per sostituirla con cosa?); di abolizione del valore legale dei titoli di studio, di valutazione dei docenti universitari da parte degli studenti; di investimenti nella ricerca universitaria e integrazione Università/Aziende. Piccola nota in merito all’intenzione di rendere ogni lezione interattiva: ora come ora l’idea, ad esempio, di mettere una webcam nelle aula per registrare ogni lezione e permettere agli studenti di seguirla da dietro un computer è pura utopia, almeno considerando lo stato in cui si trovano molte università.

Poca attenzione, quindi, per uno dei punti più importanti per il rilancio della nazione: dall’istruzione universitaria passano le nuove generazioni destinate, un giorno, a guidare il Paese a livello politico, economico, culturale. Occorre dare forza alle scuole professionali, evitare il fenomeno del “limbo” di migliaia di fuoricorso incapaci, a causa del ritardo nel conseguimento della laurea, di inserirsi nel mercato del lavoro. Questo, sia ben chiaro, non significa giustificare una riduzione degli iscritti, anzi. Valorizzare la formazione universitaria, agganciarla in maniera diretta al mercato del lavoro, fare si che l’università sia vista come un impegno gravoso capace, con i giusti sforzi, di garantire un futuro. Se i prossimi governi non accoglieranno questa sfida, la loro responsabilità nei confronti di un ulteriore decadimento competitivo del Paese sarà enorme: senza istruzione l’Italia non potrà mai ripartire.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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