Uniti nella diversità? Ineguaglianza e povertà in Italia ed Europa

19/02/2015 di Iris De Stefano

Rilasciato il 19 febbraio a Roma, il nuovo rapporto della Caritas “Poverty and Inequality on the Rise. Just Social Models needed as the solution!” mostra un quadro inquietante della situazione europea all’alba del settimo anno consecutivo di crisi economica.

Ineguaglianza e povertà

Oggi è stato presentato il nuovo rapporto della Caritas “Poverty and Inequality on the Rise. Just Social Models needed as the solution!” – consultabile qui. Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, ha affermato come si sia trasferito denaro dai poveri ai più ricchi da persone che lo spenderebbero a persone che non hanno tale necessità, con il risultato di una più aggressiva domanda aggregata, una citazione riportata sin dal principio dal documento.

E sarebbe stata proprio la rimozione del controllo statale sulla crescita, l’uso e il flusso dei capitali, nonchè la ridistribuzione del reddito dalle classi medio/povere a quelle ricche – frutto di teorie economiche sviluppatesi negli anni settanta e basate sul presupposto che i mercati siano efficienti di per sè-  i principali motori della crescita dell’ineguaglianza nei paesi europei.

Le istituzioni  hanno risposto alla crisi attuando politiche ritenute insufficienti dagli economisti, come le proposte di unione bancaria, prestiti a paesi in difficoltà abbinati però alla riduzione dei deficit attraverso processi di consolidamento fiscale ed infine con la creazioni di strutture di supervisione in combinato con altre istituzioni economiche internazionali (la cosiddetta Troika). Dal rapporto della Caritas emerge, appunto, l’inadeguatezza di tali misure, incapci di portare il beneficio sperato, ma anche semplicemente un rilassamento della pressione sulle classi meno privilegiate, che hanno visto anzi allargarsi il divario sociale in quasi ogni paese dell’Unione Europea.

Ad essere analizzati sono state i sette paesi che hanno subito, nel corso degli anni, la maggior pressione da parte sia dell’opinione pubblica mondiale e dei grandi investitori ma anche dalle istituzioni europee e dalla Troika. Cipro, Grecia, Italia, Spagna, Irlanda, Romania e Portogallo hanno registrato contrazioni del PIL molto differenti nel corso degli anni, e se in tutte (ad esclusione di Cipro) nel 2014 si è registrata una tendenza positiva,  si è ben lungi dai livelli pre-crisi.

GDP tasso di crescita reale

In Italia ad esempio, secondo dati OCSE – se nel 2007 il PIL cresceva del 1,7% – le previsioni, anche per il 2015, parlano di un misero 0,4%. Sono dati molto differenti dalle medie sia dell’Unione Europea che del gruppo euro che si attestavano nel 2014 rispettivamente a 1,6% e 1,2% ma che comunque mostrano come le conseguenze della crisi abbiano impattato fortemente tutti i paesi del Vecchio Continente.

Tutti gli indicatori sociali riflettono tale difficoltà a far ripartire le economie dei paesi analizzati: tassi di disoccupazione giovanile e generale, tassi di giovani individui non impegnati nel ricevere un’istruzione o una formazione e percentuale di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale. Italia, Portogallo, Romania e Spagna sono i paesi più colpiti dal fenomeno, in quella che viene definita un’Europa “a due velocità”.

Rischio povertà Il tasso medio di popolazione a rischio, nell’Europa a 28, nel 2013 era del 24,5%. Se confrontato  questo dato dell’Eurostat a quelli dei sette paesi in esame, emerge, in riferimento agli ultimi anni, un quadro sconfortante. In Italia ad esempio, il tasso di popolazione a rischio povertà nel 2012 era al 30% ed è diminuito marginalmente nel 2013, attestandosi, però, al 28,4%.

La povertà assoluta – intesa dall’Istat come la soglia per la spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi considerati essenziali, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, a conseguire uno standard di vita “minimamente accettabile” – colpiva nel 2013 il 12,6% delle famiglie italiane, il 28,5% di quelle romene e 20,3 di quelle greche.

Sono dati che dovrebbero rappresentare un campanello d’allarme per ogni stato e ancor più per quel sistema sovranazionale che vorrebbe porsi come faro e modello di sistema sociale nel mondo. Permettere che un numero tanto alto di famiglie vivano in condizioni così rischiose e misere non dovrebbe esser considerato accettabile e una modifica radicale di tale situazione dovrebbe divenire una priorità non solo per i governi nazionali ma soprattutto per Bruxelles e la Banca Centrale Europea. Solo favorendo l’integrazione e la diminuzione del gap economico tra le classi, si potàù arrivare ad una società più giusta ed eguale, perché il motto dell’Unione Europea “Uniti nelle diversità” non diventi uno slogan dall’aspetto macabro.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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