Un’irripetibile stagione artistica: l’arte fiamminga in Italia

09/02/2015 di Simone Di Dato

Pittura ad olio, luce mai selettiva che illumina l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, ritratti con pose a tre quarti e rappresentazione naturalistica: sia pure con intensità diverse, gli elementi della pittura fiamminga trovano attenzione in Spagna, nei maestri del rinascimento tedesco e anche in Italia, dove non mancano innesti di derivazione fiamminga nella tradizione rinascimentale.

Arte Fiamminga

Federico Zeri ne era certo: l’arte fiamminga parte da Van Eyck e “sembra nascere dal nulla come Minerva è nata dalla testa di Giove completamente armata”. A discapito dei numerosissimi dibattiti intorno all’origine di questo fenomeno pittorico, in parte considerato come prolungamento dell’arte tardo-gotica, in parte come figlio della raffinata miniatura di fine Trecento e inizio Quattrocento, l’insigne critico italiano giunse alla conclusione secondo cui Hubert (fratello meno famoso della cui esistenza Max Friedlander non ha mai creduto) e Jan Van Eyck furono i due geni fondatori di un nuovo modo di dipingere e descrivere la realtà, praticamente già completo di tutti i suoi elementi costruttivi. Soluzione di continuità o meno, la pittura fiamminga ha avuto sul resto del panorama artistico europeo un’influenza più che rilevante. Pittura ad olio, luce mai selettiva che illumina l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, ritratti con pose a tre quarti e rappresentazione naturalistica: sia pure con intensità diverse, gli elementi della nuova pittura trovano attenzione in Spagna, nei maestri del rinascimento tedesco (Dürer compreso) e anche in Italia, dove non mancano innesti di derivazione fiamminga nella tradizione rinascimentale.

Compianto e sepoltura di Cristo
Rogier van der Weyden, Compianto e sepoltura di Cristo, 1460-1463.

E’ il Quattrocento il secolo in cui si manifesta lo scambio prima commerciale, culturale e poi artistico tra le Fiandre e l’Italia, già dopo la conquista di Pisa nel 1406, quando Firenze intensifica il commercio con paesi lontani, tra cui il nord Europa, e vede rafforzati i rapporti diplomatici tra i Medici e i duchi di Borgogna. Fu inizialmente la committenza italiana all’estero a guardare alle novità fiamminghe, ordinando opere ai maestri più quotati. Tra tutti a spiccare è il “Trittico Portinaridi Hugo van der Goes, databile al 1477-1478 ed esposto nella chiesa di Sant’Egidio, opera che esercitò il suo fascino su almeno due generazioni di artisti, a partire dal Ghirlandaio con la sua “Natività” o la “Sacra Conversazione” di Piero di Cosimo. Ma alla committenza si affiancò anche la permanenza dei prestigiosi maestri del nord presso le corti italiane del Rinascimento, come Bartolomeo Facio, umanista alla corte di Alfonso d’Aragona di Napoli che riconobbe in Van Eyck la rivoluzione della resa della luce e la straordinaria nitidezza sulle tele degli elementi più lontani, ma anche e soprattutto Antonello da Messina (a sua volta veicolo per un’ulteriore diffusione artistica in Veneto), la cui arte è il vivo esempio della fusione tra i valori fiamminghi e il clima rinascimentale italiano.

Dunque insieme a Firenze anche Milano, Urbino, Napoli e Ferrara sono tra le corti più sensibili all’ars nova, quelle colme di artisti alla ricerca di una nuova rappresentazione della realtà visibile, che guardano con occhi nostalgici al mito della pittura naturalistica. Questo comune ambito di indagine spiega infatti l’evidente interesse di fra Angelico e le sperimentazioni di Filippo Lippi. Altro grande artista del XV secolo che ebbe modo di osservare la pittura fiamminga fu Piero della Francesca, convinzione che trova fondamenti nella sua “Madonna di Senigallia”, dove a distinguersi tra le altre cose è il motivo della finestra impannata con la luce che riesce passare ugualmente. Un elemento questo, che suggerisce l’osservazione acuta e l’interesse esplicito dell’emblematico pittore italiano verso il nuovo modo di rendere la luce secondo gli occhi di Van Eyck. Tuttavia ciò che Piero della Francesca non riuscì a comprendere fino in fondo fu evidentemente l’uso della pittura ad olio, prerogativa dei fiamminghi: “A confronto – sosteneva Zeri – la pittura a tempera appare arida, secca. In altre parole superata”.

Compianto e sepoltura di Cristo
Beato Angelico, Compianto e sepoltura di Cristo, 1438-1443.

Grande rappresentante e interprete del nuovo fenomeno artistico, col suo approccio personalissimo alla realtà oggettiva, fu anche Rogier van der Weyden, pittore capace di esprimere emozioni e sentimenti, probabilmente meno rivoluzionario di Van Eyck ma senza dubbio più avvezzo ai recessi dell’animo umano, del quale sono documentati contatti con l’Italia a partire dal 1450-60 in occasione di un suo viaggio. Facendo sosta a Firenze riuscì ad influenzare artisti locali e lasciando diverse opere ai Medici. Il “Compianto e sepoltura di Cristo”, dipinto per la corte di Ferrara e oggi conservato agli Uffizi, mostra la sepoltura del Cristo con le figure sofferenti di Maria e Giovanni Evangelista e seppure lo schema compositivo è un chiaro richiamo alla Pietà di fra Angelico (probabilmente un’imposizione del committente mediceo), per l’artista fu impossibile sconvolgere la propria visione, poiché in vero più complesso e accorto risulta essere stato il punto di vista dei fiamminghi, nell’assimilare le novità stilistiche del Rinascimento italiano. Solo nel 1506, quando un commerciante di Bruges comprò un Michelangelo per la sua cappella privata, la cultura fiamminga guarderà alla meraviglia dell’arte italiana con fortissimo interesse, chiudendo un’irripetibile stagione artistica per aprirne un’altra.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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