Unione fiscale: i vantaggi

17/07/2013 di Andrea Luciani

Qualche spunto dalla Optimum Currency Area Theory

Unione Fiscale Europea

Essendo l’Unione europea fondamentalmente un’Unione monetaria che consta di una grossa asimmetria, cioè la condivisione – e la conseguente cessione – della sovranità monetaria a livello europeo e la sovranità fiscale – l’altro braccio della governance macroeconomica – che, invece, rimane in mano agli Stati. E’ dunque importante analizzare quali potrebbero essere i vantaggi di una eventuale condivisione anche parziale della sovranità fiscale. Nel considerare ciò si fa riferimento alle teorie del premio Nobel per l’economia Robert Mundell sulle Aree Valutarie Ottimali – OCA nell’acronimo anglosassone – degli anni ’60. Da queste, innanzitutto, impariamo che le politiche fiscali diventano di fondamentale importanza se la sovranità monetaria non è in mano agli Stati, poiché se l’area valutaria viene colpita da uno shock asimmetrico – come può essere il caso di un forte calo dell’occupazione -, lo Stato colpito non può azionare i meccanismi di politica monetaria, ma deve utilizzare la politica fiscale, la quale però, difficilmente si rivela un buon sostituto, infatti, è più lenta e difficile da attivare (ad esempio ha bisogno di modificare leggi per entrare in funzione).

Esternalità/effetti spillover – Prima di elencare le ragioni per una politica fiscale comune, va ricordato che in un’Unione monetaria, le politiche fiscali dei singoli Paesi hanno effetti diretti anche sulle economie degli altri Paesi membri. Questi effetti sono chiamati spillover ovvero esternalità se le intendiamo come conseguenze che ricadono su altri di una determinata azione economica. Questi effetti spillover rendono inefficiente il sistema economico dell’area valutaria poiché impediscono ad essa di agire in maniera coerente e coordinata a seguito di alterazioni degli equilibri macroeconomici.

Sincronizzare e riequilibrare i cicli economici delle aree che fanno parte dell’Unione monetaria – Con la politica fiscale esclusivamente di sovranità nazionale, in caso ci fossero due nazioni una in recessione e una in boom economico, un eventuale contrazione fiscale – ad esempio un rialzo delle imposte volto a rientrare del debito pubblico, azione che sarebbe anche consigliata – dello Stato in boom ha per effetto di diminuire il reddito disponibile dei propri cittadini e far cadere la domanda sui beni esteri, peggiorando così la situazione del partner (è evidente che in un’area valutaria comune è elevato l’interscambio fra le economie dei paesi membri)

Costi sul debito – L’esperienza della crisi del debito sovrano e del caso greco, hanno mostrato come la mancanza di disciplina fiscale da parte di uno Stato membro, possa creare insicurezza su tutta l’Unione ed influire sostanzialmente sui tassi di interesse sul debito degli altri Paesi, determinandone un rialzo e quindi un maggiore costo per il finanziamento degli Stati. Tra l’altro questi spillover sono collegati anche a un possibile default  di uno Stato membro o alla necessità di un eventuale bail out dello stesso.

Contrastare le politiche non-cooperative – Rinunciando alla politica monetaria, gli Stati tendono ad utilizzare sempre più la politica fiscale, anche in sostituzione di quella monetaria. Un esempio è la svalutazione competitiva che è stata sostituita dalla disinflazione competitiva, cioè un abbassamento dei prezzi e dei salari a livello nazionale che serve a rispondere alla domanda di beni e servizi nazionali nel mercato unico senza perdere di competitività (ovviamente a discapito delle altre economie dei Paesi membri.

Una politica fiscale comune, seppur attuata in maniera parziale può sopperire a queste lacune ed effetti negativi che si producono nel mercato comune. Il progetto è dibattuto dai Governi nazionali e dalle istituzioni europei, ma l’Unione fiscale, sembra essere un elemento essenziale per completare un’asimmetria che è caratteristica dell’Unione monetaria sin dal Trattato di Maastricht.

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Andrea Luciani

Nasce a Roma il 25/03 /1991. Appassionato di studi internazionali e fermo sostenitore del progetto dell'Unione Europea, è laureato in Scienze Politiche presso la LUISS Guido Carli, dove ora studia International Relations. Collabora con l'associazione ONLUS Intercultura con la quale è stato in Nuova Zelanda sei mesi nel 2009. Nel 2012-2013 conclude il programma Erasmus di sei mesi presso l'università si Sciences Po Paris.
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