Intervista a Marco Marazzi, vicepresidente del Partito Federalista Europeo

30/06/2013 di Andrea Viscardi

L'Unione Europea si appresta ad affrontare un biennio decisivo per il suo futuro

Partito Federalista Europeo

We believe in Europe. As Europeans, we see our Plurality, Culture and the History of Democracy as unique Privileges and as a solid Basis for our Common Future. This is the time for a full direct Participation of the European Citizens as the next step to shape the Future and Unity of a Just and Democratic Europe. The European Federalist Party aims to provide a response to the inadequacies of the traditional political parties organized along national lines; it has been established to unite European Movements and Citizens to strive for a new European Social Contract within a true, transparent and fair European Federation.

Sono queste le prime righe del Manifesto approvato a Novembre dall’European Federalist Party, soggetto politico paneuropeo, nato nel Novembre del 2011 dall’unione tra il Partito Federalista francese e il Partito per l’Europa Unita. Obiettivo come è evidente, il raggiungimento dell’unione politica europea e la creazione degli “Stati Uniti d’Europea”. Con sede centrale a Bruxelles, il Partito svolge la propria attività all’interno di ben 13 stati dell’Unione – tra cui Francia, Germania, Spagna e Italia –  attraverso un sistema di sezioni nazionali, collegate e coordinate da un board centrale composto da 8 membri. Europinione pubblica in esclusiva un’intervista al vicepresidente della sezione italiana del Partito Federalista Europeo – che ricopre anche la carica di co-secretary generale – l’avvocato Marco Marazzi.

 – Anzitutto buongiorno. Il vostro è un partito singolare, unico paneuropeo, immagino vi siano parecchie difficoltà di coordinazione e organizzazione. Ci vuole raccontare come funziona il tutto?

Certo. Esiste un consiglio (board) “federale” con sede legale in Belgio, composto di otto membri. Il consiglio prende decisioni sulle linee strategiche del partito a livello europeo, fissando i punti fondamentali per quanto riguarda la posizione dell’EFP su temi di importanza europea. Il consiglio “federale’ imposta anche le linee base in tema di comunicazione, web site, la gestione dei social network, l’immagine esterna del partito. Si riunisce ogni due settimane e Le assicuro (visto che siedo nel board federale) che raggiungiamo ogni decisione abbastanza velocemente. La lingua franca, anche per tutti i documenti ovviamente è l’inglese visto che veniamo da sei zone diverse dell’Europa.  A livello nazionale le sezioni sono spesso registrate come partito in base alle leggi locali (in quanto in base alla legislazione attuale non e’ possibile fare altrimenti) e sono il principale veicolo per la raccolta fondi e iscrizioni.  Hanno anche una certa autonomia nell’elaborazioni di proposte su questioni nazionali, sempre pero’ che siano in linea con il programma generale europeo.  A loro volta, poi, possono organizzarsi sulla base di sezioni regionali, come e’ successo in Francia per esempio e sta succedendo in Italia e Germania.  Oltre al consiglio federale, tutti i coordinatori nazionali dello EFP si incontrano ogni mese per discutere di questioni relative allo sviluppo del partito a livello locale, condividere materiali promozionali, parlare di programmi, etc. In casi del genere abbiamo anche raggiunto “picchi” di 12-13 partecipanti da 10 paesi diversi.    Le sezioni nazionali eleggono i propri dirigenti nel corso di assemblee nazionali.  Il consiglio “federale” è eletto annualmente nel corso dell’assemblea plenaria di tutti gli iscritti dell’EFP a livello europeo. L’anno scorso si e’ tenuta a Roma, quest’anno sarà a Bruxelles il 9-10 novembre.   

Devo dire che avere un co-segretario generale tedesco molto bravo ed un tesoriere che lavora in pratica a tempo pieno per il partito ci sta aiutando parecchio nel gestire un’organizzazione cosi’ complessa. Ma abbiamo sempre bisogno di nuove braccia e nuove menti, e naturalmente di fondi, visto che per ora il partito si autofinanzia interamente attraverso le contribuzioni degli iscritti e le donazioni di alcuni di loro.

– Il primo obiettivo del vostro PFE può essere riassunto in “Stati Uniti d’Europa”. Quali pensa possano essere le tempistiche per vedere realizzato un progetto di questo tipo, anche considerando i mille problemi di oggi?

Il tempo sta per scadere. O si va avanti verso un tipo di struttura federale, o altrimenti si rischia di perdere quello che si è costruito e allora il continente andra’ alla deriva, definitivamente.  L’UE e soprattutto l’Eurozona somigliano ad un condominio dove i condomini pensano invece di vivere in una villa di montagna isolata, senza rendersi conto che qualsiasi cosa facciano (gettare l’immondizia nel giardino, sentire musica a tutto volume, non pagare per i lavori condominiali, ignorare i regolamenti, parcheggiare l’auto nel posto sbagliato), influenza tutti gli altri.  Se entro 3, massimo 4 anni non si arriva a questa struttura,il condominio diventerà un posto invivibile e caotico, per tutti: per l’inquilino dell’attico come per quello del seminterrato.  Pensare di trasformare quasi per miracolo il proprio appartamento in una bella villetta autosufficiente ed isolata dal resto del mondo, separandosi magicamente dal condominio e volando verso il cucuzzulo di una montagna, e’ un illusione. Anche pericolosa. 

– Crede che la strada che percorrerà l’Europa dipenderà anche e soprattutto dalle elezioni di ottobre in Germania? E la Gran Bretagna?

Le elezioni tedesche costituiranno un momento importante perché finalmente i partiti politici che vinceranno avranno il mandato per prendere decisioni fondamentali. Con poche eccezioni, i partiti politici tedeschi sono tutti convinti della necessità di maggiore integrazione politica in Europa, ma non tutti sono d’accordo su come e quando realizzarla.  In questa fase, i toni della campagna elettorare sono molto animati – senz’altro meno, pero’, di quelli della passata campagna elettorale italiana – e le dichiarazioni  dei leader dei partiti vanno prese cum grano salis. Ma il problema è un altro ed è ben piu’ grave. Perché tutta l’Europa dovrebbe restare – ancora una volta, dopo le elezioni francesi, greche e italiane – con il fiato sospeso aspettando l’esito delle elezioni di uno stato membro, sebbene il più grande, e attendere di conoscere tale esito per sapere se quindi esisteranno ancora dei fondi a supporto degli Stati con problemi enormi di bilancio, se la moneta sarà ancora l’Euro per decenni a venire e se la stessa UE si rafforzerà o cadrà a pezzi?  Forse che l’esistenza degli Stati Uniti d’America e del dollaro puo’ essere messa in dubbio dal risultato di elezioni in California o in Vermont? O l’esistenza dell’India e della rupiah dal risultato di elezioni in Uttar Pradesh? O l’esistenza dell’Australia e del dollaro australiano essere minacciata dalle elezioni in New South Wales? Certo che no, ma sto parlando ovviamente di stati federali.  

La Gran Bretagna è un paese che personalmente ammiro molto, per vari motivi non da ultimo un sistema legale che funziona come un orologio e per le loro università;  e secondo me ha ancora contributi importanti da dare all’Europa. Tuttavia, come si è visto sempre nei negoziati sul bilancio UE (sono riusciti a bloccare anche quelle briciole di 6 miliardi di Euro per i fondi di disoccupazione), sono ormai, per dirla in inglese, lo “spoiler” della situazione. Una parte dei freni e degli ostacoli posti negli ultimi anni nei negoziati intergovernativi originano da proposte e resistenze inglesi.  Forse e’ proprio venuto il momento per i sudditi della regina Elisabetta di decidere se vogliono veramente separarsi da questo progetto di costruzione di condominio europeo  – una cosa che gli Stati Uniti stessi gli implorano di non fare –  con l’illusione forse di diventare una specie di “Cayman Island” del mare del Nord (con 60 milioni di abitanti la vedo dura, mica possono fare tutti finanza!), oppure se vogliono esserne parte. E allora che ne siano parte, nel bene e nel male e la finiscano con questo “one step forward, two steps back”.  

– Molti individuano nella BCE uno dei principali ostacoli nell’affrontare la crisi economica. Lei cosa pensa, verso che direzione dovrebbe svilupparsi la Banca Centrale per favorire e garantire un futuro migliore all’Unione e ai suoi membri?

Il modello esiste già ed è la ‘Fed’ americana. Quando prende decisioni, la Fed mica pensa solo agli interessi di uno stato membro, anche importante, ma a quelle di tutti gli stati membri della federazione. Inoltre, oltre alla stabilità dei prezzi, si preoccupa anche di favorire la piena occupazione. Ecco, questa è la BCE che vorremmo, ma il problema è che senza un Tesoro europeo, non sarà possibile. E per fare un Tesoro europeo è necessario uno stato, è l’unica forma di organizzazione possibile in Europa (visto che gli imperi sono tutti falliti) e’ una federazione.   

Un’ultima domanda. Il vostro programma di riforma in Italia è ambizioso: abolizione delle province, riduzione delle regioni da 20 a 9, accompagnato da una riforma delle camere, da una limitazione del numero dei mandati e da un rafforzamento del ruolo del Presidente della Repubblica. Non crede che, tutto questo sia quasi impossibile da realizzare nel nostro Paese, innanzi ad un sistema tendente sempre e comunque all’autoconservazione? Inoltre, sulla questione delle regioni, emergerebbero anche pesanti problemi di accettazione da parte della società civile..

Le proposte che abbiamo fatto sono tutte molto sensibili e vanno nella direzione decisa di una riduzione e semplificazione delle sovrastrutture amministrative che soffocano questo Paese e contribuiscono non poco al peso enorme della spesa pubblica.  Meglio spendere soldi per sostenere le attività economiche, per la ricerca, per la scuola che per sostenere consigli regionali e tutta la struttura e personale di contorno in un territorio magari con meno di due milioni di abitanti.  Non vedo quali problemi la società civile potrebbe avere.   E poi, la nostra proposta comprende anche la creazione di città metropolitane che contribuirebbero ad integrare anche amministrativamente aree industriali ed economiche che sono già di fatto integrate. 

E comunque, siamo ormai ad un bivio: l’istinto di autoconservazione del sistema economico e del paese in generale dovrebbe prevalere su quello della PA e della classe politica nazionale, regionale e provinciale.   

 

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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