Unione Europea e Turchia, crocevia decisivo

17/11/2015 di Marvin Seniga

Il rapporto della Commissione Europea descrive la deriva autoritaria di Erdogan, ma dedica appena un cenno alla questione curda. Putin, dal G20, accusa indirettamente Ankara di avere favorito l'IS. La Turchia è ancora un alleato dell'Occidente e dell'Europa nella lotta al terrorismo?

Erdogan, Turchia

La Turchia è legata alla comunità europea dal 1964 da un Association Agreement, e dal 1999 è uno Stato candidato all’ingresso nell’Unione, sebbene negli ultimi anni, a causa delle tensioni sociali interne e della politica di Erdogan, Bruxelles e Ankara si siano allontanate in modo non indifferente. Negli ultimi mesi si è però tornato a parlare di un possibile ingresso turco. A premere su questo pulsante sono stati Recep Tayyip Erdogan ed Angela Merkel. Il primo ha deciso di giocarsi la carta europea per rilegittimarsi a livello internazionale soprattutto di fronte all’elettorato turco. La seconda, invece, è stata più che altro costretta dalla crisi dei migranti a riannodare i rapporti con la Turchia, divenuto, nel corso dell’ultimo anno, il principale paese di partenza verso l’Europa per i profughi provenienti in prevalenza dalla Siria.

In questo contesto, lo scorso 10 novembre, la Commissione Europea ha pubblicato un nuovo rapporto nel quale vengono analizzati i progressi fatti dalla Turchia nel conformarsi agli standard UE sia a livello politico che economico. Il rapporto risulta piuttosto critico sulle possibilità turche di entrare a far parte dell’Unione nel prossimo futuro. Se da un punto di vista economico, evidenzia che il paese “ha una funzionante e avanzata economia di mercato”, lo stesso discorso non può esser fatto per altri temi legati al rispetto dei diritti umani o alla tutela della magistratura contro le ingerenze del governo.

Nel rapporto vengono segnalate soprattutto le ripetute violazioni alla libertà di espressione e di opinione. Negli ultimi due anni i media e altre fonti di informazione dell’opposizione sono state duramente contrastati dal governo. L’arresto di Bulent Kenes, direttore di uno dei principali quotidiani di opposizione, lo scorso 10 ottobre, con l’accusa di aver diffamato il presidente Erdogan, emblematizza il livello di pressione esercitato dal governo sugli organi d’informazione.

Il rapporto sottolinea, inoltre, come nell’ultimo anno “l’indipendenza della magistratura e il rispetto del principio della separazione dei poteri siano stati anch’essi fortemente indeboliti” a causa delle pressioni esercitate dall’esecutivo su giudici e magistrati. Erdogan ha giustificato queste ingerenze del potere esecutivo su quello giuridico sostenendo che una parte della magistratura, vicina al suo ex-alleato Fethullah Gulen, aveva cominciato a cospirare contro di lui e l’AKP.

La censura sulle fonti di informazione indipendenti e le pressioni sulla magistratura delineano la deriva autoritaria della Turchia di Erdogan. Una deriva che ha raggiunto il culmine con le scorse elezioni. Il modo in cui si è svolta la campagna elettorale non può essere considerato democratico. L’AKP ha monopolizzato gli spazi televisivi, intrapreso campagne denigratorie contro i rivali politici senza concedere loro alcuna possibilità di difendersi pubblicamente e, in un certo modo, ha obbligato il popolo turco a votare per l’uomo forte, l’unico a poter garantire efficacemente la sicurezza della nazione e dei suoi cittadini.

Tuttavia il rapporto – che in conclusione si mantiene comunque possibilista su un ingresso futuro della Turchia nell’Unione Europea – si sofferma solo in parte su alcuni elementi di criticità, che, allo stato attuale, rendono improbabile e inverosimile un ingresso del paese. Il primo riguarda il trattamento delle minoranze, e in particolare della minoranza curda, limitandosi ad affermare come “il governo turco deve cercare di ricreare le condizioni affinché i negoziati di pace con il PKK possano riprendere al più presto”. Alla luce degli eventi attuali, questo semplice accenno alla guerra che è in corso in questi mesi nella Turchia sud-orientale sembra quantomeno riduttivo.

Ma un’altra mancanza importante riguarda il ruolo che Ankara ha giocato e continua a giocare nello scenario siriano. L’accusa lanciata da Putin nel corso del G-20 in corso in questi giorni ad Antalya (“ci sono paesi che partecipano a questo forum che hanno sostenuto e continuano a sostenere attivamente l’ISIS per i propri calcoli geopolitici”) era diretta principalmente contro la Turchia e l’Arabia Saudita. È ormai appurato il legame che esiste tra almeno una parte dei servizi turchi e gli uomini del califfo Al-Baghdadi. Sin qui, i paesi europei hanno rifiutato di riconoscere quest’evidenza, ma i fatti degli ultimi giorni sono destinati ad avere delle ripercussioni nei rapporti tra Unione Europea e Turchia.

In conclusione, la questione non è tanto se la Turchia di oggi possa entrare a far dell’Unione Europea, ma piuttosto se Ankara possa ancora essere considerata, come la sua appartenenza alla Nato farebbe intuire, un alleato di quel mondo occidentale impegnato nella guerra contro l’ISIS, con cui il governo turco ha dimostrato di avere in maniera non più trascurabile una certa affinità.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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