Ungheria tra passato e futuro: intervista a Gábor Sebo

27/07/2015 di Marco Cillario

La forza politica delle destre, il governo Orban e un monumento che divide una nazione: uno spaccato sulla situazione di uno spicchio d’Europa che attraversa una delle fasi più complesse della sua storia recente.

Ungheria

È molto difficile trovare a Budapest qualche traccia del passato comunista dell’Ungheria. Bisogna cercare con attenzione per scovare l’unico monumento sovietico rimasto in città: è l’obelisco sormontato da una stella – una volta rossa, ora ridipinta in oro per la legge del ’93 che vieta i simboli esplicitamente comunisti o fascisti – dedicato, come recita l’iscrizione, “agli eroi sovietici, nostri liberatori”. Si trova in Piazza della Libertà, non lontano dal Palazzo del Parlamento: un grande prato verde circondato dalle eleganti facciate dell’ambasciata americana e della Banca Nazionale Ungherese. Se si attraversa la piazza e si arriva al lato opposto, si scorge un’altra statua, che rimanda la mente a un’epoca vicina temporalmente ma decisamente lontana politicamente nella tormentata storia del Novecento magiaro: è il “Monumento alle Vittime dell’Occupazione Tedesca dell’Ungheria”. L’Arcangelo Gabriele tiene una sfera con la croce, simbolo della sovranità nazionale ungherese, mentre l’aquila imperiale tedesca si prepara ad attaccarlo. Il riferimento è ai fatti del 1944, quando, a partire dal 19 marzo, le truppe naziste arrivarono sul suolo ungherese.

Appena oltre la strada, un lungo filo spinato dove sono appese foto e documenti della stessa epoca, circondati da oggetti di vita quotidiana come valige, occhiali, giocattoli. Un cartello spiega: “I cittadini protestano contro un monumento che falsifica la storia”. E’ qui che per la prima volta leggo il nome di Freedom Stage (Szabadsagszinpad in ungherese): l’organizzazione che guida la protesta in collaborazione con il gruppo Living Memorial Discussing Circle. Li contatto per saperne di più sulla questione. Uno dei fondatori e coordinatori, Gábor Sebo, mi concede un’intervista. Con lui parliamo di tante cose, discutiamo del passato e del futuro. E scopro che quel monumento con l’angelo e l’aquila, apparentemente dedicato a un passato ormai lontano, racconta molto del complicato presente di questo Paese e del controverso atteggiamento politico del suo premier, Viktor Orban.

Signor Sebo, anzitutto grazie per la sua disponibilità. Iniziamo dal principio: ci spieghi cos’è Freedom Stage, e contro cosa protesta.

Ungheria, monumento nazisti
Il momumento al centro delle polemiche

Lo scorso anno c’è stato un grande scandalo nel nostro Paese. Il primo gennaio 2014 la gazzetta ufficiale ha pubblicato un decreto governativo che annunciava la costruzione di un “Monumento all’Occupazione Tedesca” – proprio questo era il titolo – nel cuore di Budapest, in Piazza della Libertà. Per me e la maggior parte degli Ungheresi era incomprensibile il senso di un monumento a uno dei momenti più bui della storia nazionale. Il 2 gennaio ho guidato un primo flash mob di protesta. Vista l’ampia partecipazione, abbiamo deciso di organizzare una manifestazione di massa per il primo febbraio con rappresentanti della società civile e di tutta l’opposizione (tranne l’estrema destra). Dopo quell’evento abbiamo cominciato a organizzare regolarmente incontri con politici e storici. All’epoca avevamo solo un facsimile del progetto: l’aspetto più disgustoso era che al centro del monumento ci fosse una statua dell’Arcangelo Gabriele a rappresentare l’Ungheria; questo è il fulcro della nostra protesta: riteniamo che il monumento voglia negare le responsabilità dell’Ungheria nella guerra, che intenda rappresentare il nostro Paese e il nostro popolo dell’epoca come innocenti; ma il nostro Paese era guidato da un governo fascista proprio come la Germania, era il miglior alleato di Hitler, era entrato nell’Asse quattro anni prima, nel ’40, con Italia e Giappone. Ad aprile il Primo Ministro (Viktor Orban, N.d.R.) ha promesso che non avrebbe costruito il monumento finché non fosse stata aperta una discussione con storici, esperti e comunità ebraica. La promessa è stata rotta all’indomani delle elezioni di quell’anno (vinte di nuovo a larga maggioranza da Orban, N.d.R.): il nuovo governo ha subito annunciato che il monumento sarebbe stato realizzato. Da allora, la nostra protesta prevede manifestazioni quotidiane.

Veniamo però ai fatti del ’44, perché qui sta il punto della questione: il monumento, il cui titolo è stato poi modificato in “Monumento alle vittime dell’occupazione tedesca”, ricorda gli eventi legati all’invasione dell’Ungheria da parte della Germania, invasione che in effetti avvenne. Dove sarebbe, allora, lo scandalo?

La cosiddetta “invasione” dell’Ungheria fu decisa da Hitler per bloccare sul nascere le trattative che il reggente Horthy, alla guida del nostro Paese, stava tenendo con gli Alleati per uscire da una guerra che gli sembrava ormai persa. Hitler riteneva anche che l’esercito ungherese fosse troppo debole per difendere il fronte dall’Urss e per questo decise di intervenire direttamente. Il 19 marzo del ’44 arrivarono le truppe naziste; da allora gli Ebrei furono costretti a portare la stella di David nei luoghi pubblici, poi rinchiusi nei ghetti e infine deportati. Ma c’è un punto molto importante che voglio sottolineare: gli apparati statali ungheresi e le persone alla loro guida rimasero immutati dopo l’arrivo dei tedeschi, il governo ungherese firmò tutte le leggi contro gli Ebrei, fu nominato un nuovo primo ministro ma per il resto tutte le istituzioni rimasero al loro posto, continuarono a funzionare allo stesso modo. La stessa deportazione degli Ebrei fu interamente operata dallo Stato ungherese, non coinvolse neppure un tedesco. Si può davvero chiamare “occupazione” questa?

Passiamo al presente: nel vostro manifesto accusate il Primo Ministro Orban di star “tentando di riscrivere la storia”. Perché dovrebbe farlo?

E’ chiaramente parte di una precisa strategia politica. L’annuncio della costruzione del monumento è stato fatto a pochi mesi dalle elezioni, tenutesi nel primo weekend di aprile. La realizzazione era inizialmente prevista per il 19 marzo, “anniversario” dell’”evento”. Era un chiaro messaggio per gli elettori di estrema destra, i neofascisti ungheresi. Da anni sentiamo da parte loro lo stesso racconto: l’Ungheria e il reggente Horthy erano innocenti, tutta la colpa dei crimini di guerra è della Germania, solo gli altri sono colpevoli, non gli Ungheresi. E’ esattamente il messaggio che il monumento cerca di far passare. Il partito che rappresenta più di tutti le convinzioni dell’estrema destra è Jobbik. Orban cercava di portare a sé i voti di quel partito (che non è al governo, N.d.R.). Ma personalmente ritengo che ci sia anche un’altra ragione per questo progetto: il governo voleva distrarre l’opinione pubblica dal grande finanziamento, che lascia supporre il coinvolgimento di casi di corruzione, richiesto per il nuovo piano nucleare: proprio a gennaio, il governo ha firmato un accordo con la Russia per allargare una delle centrali sul Danubio; la cosa ha causato enorme scandalo e dibattito su come il Paese potesse permettersi di finanziare una cosa del genere. L’annuncio del monumento voleva distrarre l’opinione pubblica, spostando il dibattito su un tema molto sensibile per tutti noi. Il motto divide et impera si adatta perfettamente al modus operandi di Orban. Ed effettivamente funziona: ha nettamente vinto le elezioni di aprile. Ma voglio sottolineare che considero queste elezioni manipolate e scorrette, almeno rispetto ai parametri europei.

 

Manipolate e scorrette? In che senso?

Prima di tutto per la nuova legge elettorale introdotta dalla Costituzione del 2012 (approvata dal precedente governo Orban, N.d.R.), che ha modificato i collegi elettorali in modo da favorire Fidesz, il partito di Orban, attribuendo più peso alle zone in cui il suo consenso è più forte.

Però è innegabile l’ampio consenso di cui Orban e il suo partito Fidesz godono in Ungheria: due terzi del parlamento ottenuti già nel 2010, prima dell’introduzione della nuova contestata Costituzione, un’altra vittoria netta alle ultime elezioni. Se aggiungiamo il fatto che Jobbik è il terzo partito, è chiaro che l’Ungheria, indipendentemente dalla distribuzione dei collegi, è decisamente a destra. Come se lo spiega?

Living-Memorial
Uno squarcio del Living Memorial

E’ una questione complicata. Innanzitutto, è vero che Fidesz si presenta come un partito moderato di centrodestra, ma in realtà sta per lo più eseguendo il programma di Jobbik. La mia personale opinione è che in Ungheria ci siano due partiti di estrema destra, non uno solo; in Jobbik ci sono personalità più “stravaganti”, ma il succo della linea politica è lo stesso: un nazionalismo estremo. L’opposizione parlamentare è indubbiamente troppo debole: ci sono troppi leader, le istanze personali sono molto più forti della visione comune, e ci sono troppi partiti a sinistra. Il partito socialdemocratico, che è il più grande, ha poco più del 25%. Bisogna però anche dire che nell’ultimo anno ci sono state elezioni a livello locale per tre seggi parlamentari e Fidesz ha perso tutte e tre le volte: una a favore di Jobbik e due a favore del centrosinistra. I sondaggi mostrano che se si votasse adesso Fidesz non avrebbe più la maggioranza assoluta. Il problema è che molto probabilmente questo porterebbe a un governo di coalizione tra Fidesz e Jobbik, che sarebbe davvero pericoloso. Ritengo che per evitare questo la sinistra abbia bisogno di un proprio programma chiaro, non può limitarsi a rispondere a Orban e a protestare contro gli scandali che si verificano ogni giorno. E’ l’unico modo per rendere l’Ungheria davvero europea. Altrimenti, la direzione non è l’Europa ma sono le dittature orientali. C’è però anche un’altra ragione importante per la forza delle destre ungheresi: come possono i cittadini informarsi su quello che il governo sta facendo al nostro Paese se Orban controlla più del 90% dei media? Ci sono pochi, piccoli quotidiani indipendenti che non hanno fondi sufficienti per sopravvivere, e dall’altra parte Fidesz riceve milioni di euro per fare propaganda da Paesi come Russia e Iran.

Torniamo alla vostra protesta: che riscontro sta avendo?

E’ molto interessante vedere come le persone reagiscano alla nostra attività. Il principale atto della nostra protesta è stato la costruzione, di fronte alla statua voluta dal governo, appena oltre la strada, di un altro monumento, il “Living Memorial”: una raccolta di documenti pubblici dell’epoca, di foto e oggetti appartenuti agli ebrei deportati, insieme a manifesti informativi sulla nostra protesta scritti in diverse lingue. Le persone sono molto più interessate al nostro monumento che a quello di Orban. Organizziamo eventi dal lunedì al venerdì, facciamo discussioni. Al centro del nostro simbolo ci sono due sedie bianche una di fronte all’altra: sta a significare che la società ungherese ha bisogno urgentemente di discussioni aperte; non possiamo continuare a delegare tutto al governo e a lasciare che sia lui a raccontare la storia del secolo scorso, così tragico per il nostro Paese. Parliamo con molte persone, ungheresi e stranieri – la zona di Piazza della Libertà è molto centrale e turistica – , esponiamo le nostre posizioni e la grande maggioranza è con noi. Ci sono piccoli gruppi di locali che non accettano la nostra protesta o che supportano la visione governativa, e che in passato hanno cercato di danneggiare il nostro monumento, ma non c’è mai stato un attacco frontale. In ogni caso, se qualcuno dovesse decidere di distruggerlo – e potrebbe accadere in ogni momento – siamo pronti a ricostruirlo ancora e ancora. Un altro effetto della nostra protesta: non c’è stata nessuna cerimonia ufficiale di presentazione del monumento governativo. E’ stato installato in una notte del luglio 2014 in cui la polizia ha bloccato la strada per impedirci di occupare la zona, ma non c’è ancora stata un discorso di apertura né credo ce ne saranno in futuro, perché ormai la questione è diventata una materia estremamente sensibile.

Veniamo alla stretta attualità: in Europa in questi giorni si associa l’Ungheria soprattutto al muro anti-migranti che è in costruzione al confine con la Serbia. Le chiederei un suo giudizio sulla questione e poi, più in generale, un resoconto il più obiettivo possibile dell’aria che si respira in giro. Cosa dicono gli Ungheresi? Considerano gli immigrati davvero un problema?

Il muro è un tipico esempio di come Fidesz stia attuando il programma di Jobbik, un partito essenzialmente xenofobo. Il governo vuole mostrare di star difendendo il popolo ungherese dagli stranieri, dai musulmani in particolare. In realtà però sono pochissimi i migranti che vogliono restare in Ungheria. Per i più il nostro è solo un Paese di passaggio: c’è povertà, disoccupazione, razzismo. I migranti cercano di andarsene il prima possibile, verso Ovest, verso Paesi come Austria e Germania, dove spesso hanno già parenti o amici. Ma ci tengo a sottolineare che in Ungheria ci sono anche tantissime persone sensibili alla condizione dei migranti: facciamo manifestazioni a loro favore, inviamo cibo e vestiti, ci sono diverse organizzazioni che li sostengono e cercano di aiutarli.

Che futuro vede per l’Ungheria?

Gábor Sebo
Gábor Sebo, tra i fondatori e coordinatore di Freedom Stage

La situazione è tragica ormai da anni. E’ una domanda che ci poniamo continuamente: come possiamo salvare il nostro Paese? Come possiamo riportarlo in Europa? Credo che la risposta sia questa: abbiamo bisogno di una nuova leadership forte a sinistra. Dal 2004 al 2009 alla guida del Paese c’era Ferenc Gyurcsány, che aveva un grande talento nel tenere insieme i diversi partiti progressisti: una persona carismatica, un ottimo oratore, leader della coalizione democratica. Dopo il suo ritiro non abbiamo più avuto personalità in grado di mobilitare l’opinione pubblica. C’è però anche un tema più profondo: è quello del nazionalismo ungherese e dell’incapacità della sinistra di reagire a una questione su cui Fidesz e Jobbik insistono ogni giorno: sto parlando del problema degli Ungheresi che vivono oltre i confini, in Romania e Slovacchia (nelle zone che facevano parte del territorio magiaro fino al primo dopoguerra, N.d.R.). La sinistra dovrebbe avere un’idea chiara su questo punto, mostrarsi capace di elaborare una propria soluzione al problema invece di girarci intorno.

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Marco Cillario

Nato a Roma nel 1989. Laureato in Filosofia presso l'Università "La Sapienza". Ha studiato e lavorato in Germania. Le sue più grandi passioni sono la politica, la storia e la lingua tedesca. Sogna di passare la vita viaggiando ed esplorando il mondo.
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