Una Siria violenta: la svolta (finalmente) ?

05/03/2013 di Luciano Di Blasio

Anche per i più disattenti, la Siria è ormai sinonimo di guerra civile: fuori da ogni definizione di politica internazionale, la sensazione è di un Paese allo sbando, i cui interessi interni sono sbriciolati tra vari gruppi etnici e famiglie, con la più potente, quella del Presidente Bashar al-Assad, in crescente minoranza e sempre meno capace di far pesare sugli impliciti alleati stranieri il ricatto delle risorse tramite il quale è riuscito finora a scongiurare un intervento “umanitario” stile Afghanistan 2001 o Iraq 2003.

siriaMa il vento sta cambiando: se n’è avuto il sentore già domenica 3 marzo, quando il Presidente Assad, intervistato dall’inglese Sunday Times (dopo un silenzio mediatico prolungato) ha accusato i rebelli dell’Esercito per la Liberazione della Siria e tutti i gruppi politici suoi sostenitori di essere i burattini di una cospirazione internazionale contro di lui capitanata dagli inglesi, e non l’espressione di una volontà di cambiamento della maggioranza del popolo siriano. La pronta risposta del segretario di Stato per gli affari esteri britannico, William Hague, secondo cui le parole di Assad sono tra le più deliranti mai pronunciate nell’epoca moderna da un leader nazionale, è il vento che cambia: bollare Assad non come il presidente di un Paese, ma solo come uno dei leader nazionali, sembra una forte presa di posizione per declassare Assad al rango di semplice capo di una delle fazioni che si stanno giocando la Siria in uno spietato Risiko a mano armata.

E nel momento in cui leader di altri Paesi non ti considerano più il capo tra i capi, puoi cominciare a preoccuparti. Il passato parla chiaro: perso l’appoggio della comunità internazionale, la guerra civile assume connotati d’interesse umanitario e militare per la comunità stessa. Le prove non finiscono qui, tra l’altro.

Non si è fatto attendere, infatti, il commento sulla situazione siriana degli osservati speciali sulla scena internazionale: John Kerry, neo Segretario di Stato USA, ha affermato che le forze più moderate tra i ribelli, quelle che stanno ricevendo gli svariati aiuti “informali” da alcuni Paesi, sono in grado di gestire gli stessi, e il rischio che questi finiscano nelle mani dei più violenti è ormai molto basso, seppur non pari a zero.

Parole ancora più significative visto che pronunciate in una conferenza stampa congiunta con il Ministro degli Esteri saudita, il principe Saud al-Faisal: l’Arabia Saudita è tra i più fervidi oppositori del regime di Assad e ha fin da subito fornito supporto militare indiretto ai ribelli, acquistando armi per la fanteria ribelle dalla Croazia, poi infiltrate in Siria.

Secondo il New York Times, gli USA stanno addestrando ufficiali siriani ribelli in Giordania sotto la copertura di un programma della CIA. Gli inglesi, ormai in aperto contrasto con Assad, stanno per annunciare l’invio di materiale militare non letale ai ribelli.

La stessa Arabia Saudita ha confermato che il supporto ai ribelli da parte sua continuerà, non specificando però di che natura sarà quest’ultimo.

La situazione sembra dunque chiara: evitare lo scontro militare diretto, che provocherebbe una forte instabilità nei rapporti con Russia e Iran in primis, e tutelare alcuni paesi chiave per la stabilità del Medio Oriente dal punto di vista delle potenze occidentali (USA e Regno Unito) e dell’Arabia Saudita (uno dei pochi paesi arabi in situazione di relativa stabilità ed estremamente ricco), come Iraq, Libano, Giordania e soprattutto Turchia. Il supporto ai ribelli appare, ora come non mai, un aspetto chiave per la riuscita del sovvertimento del regime di Assad: la loro azione risulta adesso più incisiva, con la notizia, di martedì 5 marzo, della presa di Raqqa, la prima capitale di una provincia siriana (in tutto sono 14 i governatorati) ad essere controllata totalmente dai ribelli. Questo potrebbe stimolare i “supporter” stranieri verso un’intensificazione degli aiuti.

Il problema fondamentale, però, rimane un altro: USA, Regno Unito e gli altri stanno affrontando la situazione proiettandosi sul lungo termine? Se da un lato la caduta del regime di Assad appare a tutti noi come la giusta evoluzione di una terribile guerra civile, dall’altro ciò non vorrebbe comunque dire la fine dei conflitti: la Siria, ancor più della Libia (popolazione più grande, risorse maggiori e posizione geopolitica più rilevante) è un’accozzaglia di gruppi etnici e clan familiari, non esattamente entusiasti di condividere un unicum territoriale gli uni con gli altri.

Realisticamente, è difficile immaginare un Siria post-bellica identica a quella attuale, ma senza conflitti di sorta: i giudizi sulla primavera araba sono ancora ambigui, speriamo almeno di non andare incontro ad una bollente – e drammatica – estate etnica.

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Luciano Di Blasio

Nasce a Lanciano (CH) il 20/03/1987 e cresce a Ortona (CH): un abruzzese dalle velleità internazionali. Maturità scientifica (100/100, premiato dalla fondazione De Medio) a Francavilla al Mare (CH), vince il premio come miglior studente di matematica della provincia di Chieti. Vive un anno a Newcastle (UK) studiando ingegneria elettronica, sei mesi a Rio de Janeiro. Si laurea in Lingue e Letterature Moderne (Tor Vergata, inglese e portoghese) con una tesi in letteratura inglese post-coloniale sullo scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa. Attualmente iscritto al secondo anno Corso di Laurea Magistrale in International Relations (Scienze Politiche, LUISS). Membro fondatore dell'associazione GiovaniRoma 2020. Drogato di letteratura, politica, F1, tennis e calcio.
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